I FATTI DI MALGA BALA: fiabe, sacrifici umani e demoni interiori di chi non distingue mito e storia

(O meglio: ecco come una storia strampalata senza prove, senza testimoni e senza coerenza viene spacciata per verità)

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[ATTENZIONE! Questo post contiene immagini particolarmente brutali e violente in linea con gli argomenti trattati]

1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA

Pomeriggio.
Interno giorno.
Fuori piove.
Sto amichevolmente battibeccando per chat con “E”.
Argomento: seconda guerra mondiale; i partigiani.
Nodo del battibecco: “E” sostiene che i partigiani abbiano compiuto crimini peggiori e più numerosi di quelli compiuti dai fascisti.
Io no.
Con “E” capita a volte di scontrarmi su certi argomenti. La conclusione é quasi sempre la stessa: ognuno resta sulle sue posizioni, ci si beve una birra (ahimé non stavolta: i dialoghi via chat sono desolatamente analcolici) e con una sterzata di centottanta gradi si sposta il dialogo su argomenti maggiormente condivisi, che é un bel modo per dire che poi si parla di figa.

Ma una cosa che ha detto mi ha incuriosito e me la son segnata.
Planina Bala – Se la trovi leggiti la storia di Planina Bala
Un nome di cui non so nulla.

Alla sera cerco sul web e scopro su numerose pagine online che ne parlano. Planina Bala non é, come pensavo, il nome di una donna. É il nome di un luogo.  Un luogo sui monti presso Tarvisio: malga Bala (Planina Bala in sloveno). Una malga legata ad una storia.

Storia che per sommi capi viene narrata così: “Nel 1944, nei monti presso Tarvisio, una banda di partigiani slavi spinti da odio anti italiano rapisce 12 carabinieri. Dopo due giorni di “via crucis” sui monti li portano a Malga Bala  e li torturano fino alla morte in modalità da film horror.”

V’é pure “la storia di questa storia”, poiché il ricordo della vicenda non sarebbe emerso che pochi anni fa, sepolto da un fortissimo senso di omertà e paura diffuso tra la gente del posto.

In effetti mi s’accende la curiosità, anche se forse in modo diverso da come credeva “E”.

Innanzitutto mi colpisce la descrizione minuziosa e particolareggiata delle violenze granguignolesche (ganci di metallo infilzati nei talloni, petti squarciati, occhi maciullati, cuori frantumati, foto dei figli dei torturati inserite a forza dentro fori nei loro petti, gole bruciate da soda caustica, genitali tagliati e infilati in bocca, corpi massacrati a picconate). Di fronte a dettagli tanto approfonditi mi vien logico supporre che l’unica fonte plausibile per descrizioni tanto dettagliate possa essere qualcuno che vi ha preso parte. Ma penso pure che sia strano che una storia tanto impattante  possa esser stata taciuta per diversi anni.

La terza cosa che mi viene in mente é “ma ha senso?”. Nel bel mezzo del conflitto, con truppe nazifasciste ovunque, scendere a valle con lo scopo di sequestrare dei carabinieri per poi massacrarli con modalità tanto crudeli in un luogo isolato ma fingendo per anni che non sia mai accaduto? La quarta cosa che mi viene in mente é che “confine orientale” e “1944” mal si conciliano con “carabinieri” (ci arrivo tra un po).

Conoscendo già diversi episodi “della seconda” ed avendo una certa idea di come funzionassero determinate cose durante il conflitto, questo episodio mi suona proprio male.

 


INDICE

  • 1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA
  •          INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE
  •          INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE
  •          INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO
  •          INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE
  •          INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI
  •          INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE
  •          INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE
  •          INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI
  •          INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE
  • 1.01 RICERCHE
  • 1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?
  • 1.03 LA FONTE UNICA!!!
  • 1.04 DUNQUE:
  • 2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO
  • 2.01 STRUTTURA DEL TESTO
  • 2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO
  •           INSERTO STORICO – parte 10 –  LE BRIGATE OSOPPO
  • 2.03 STILE
  • 2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI
  • 2.05 SELEZIONE
  • 2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI
  • 2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO
  • 2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO
  • 2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO
  • 2.10 AMORE E ODIO
  • 2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE
  • 2.12 FALLACIE LOGICHE
  • 3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”
  • 3.01 FRANZA O  SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA
  • 3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA
  • 3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE
  • 3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI
  • 3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE
  • 3.06 JOSKO (Franc Ursic)
  • 3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)
  • 3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)
  • 3.09 SOCIAN (Ivan Likar)
  • 3.10 I CUGINI STRONZI DI GERMANIA
  • 3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO
  •         3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS
  •         3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA
  •         3.11.03 IL REMITTENTE
  • 3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….
  •          INSERTO STORICO – parte 11 – LE DIVISE DELLA GNR
  • 3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI
  • 3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO
  • 3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO
  • 3.16 VERSIONE UNIC…..OOOOPS!!!
  • 4.00 LE TORTURE
  • 5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI
  • 5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE
  • 5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA
  • 5.03 IL RECUPERO DELLE SALME
  • 5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA
  • 5.05 PROPAGANDA
  • 5.06 C.S.I. TARVISIO
  • 5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE
  • 5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA
  • 5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO
  • 5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI
  • 5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI
  • 5.12 POSTUMI PARTIGIANI
  • 5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO
  • 6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’
  • 7.00 LE (S)TORTURE 
  • 7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE
  • 7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)
  • 7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO
  • 7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO
  • 7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS
  • 7.06 SPOSTAMENTI DI DATA
  • 7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI
  • 7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT
  • 7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO
  • 8.00 LA “VERITA'” DI RUSSO

INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE

Mattanze tanto brutali ed eclatanti, quando non avvengono per scoppi d’ira improvvisi, s’inseriscono nella logica militare dello “Shock & awe” (colpisci e domina) ed avvengono essenzialmente per lanciare un messaggio che trasmetta terrore negli abitanti di una zona ove la forza che esercita tale violenza vuol rimarcare la propria posizione di predominio.

Tomino 27 novembre 1942. Fascisti italiani posano con la testa del partigiano sloveno Jernej Arko (nome di battaglia Črt) (fonte)

Un esempio diretto arriva proprio dal fascismo: le violenze più efferate perpetrate dal fascismo si verificarono inizialmente contro le popolazioni occupate in Jugoslavia, Libia ed Etiopia; solo dopo l’8 settembre 1943, con la drastica caduta di consenso e supporto da parte della popolazione, tali violenze si riscontrano anche a danno di quegli italiani che, osteggiando il fascismo, venivano da questo considerati nemici.

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7 luglio 1942 “Prendiamo un cerino e milioni vanno in fiamme…” Capitano Modica (fonte)

Se questa logica funziona per una struttura organizzata come un’esercito occupante o una potente rete criminale che agisce in un territorio in cui può muoversi agevolmente, la cosa cambia quando si tratta di piccoli gruppi armati non ancora ben organizzati (siamo nei primi mesi di attività della resistenza) obbligati a nascondersi e spostarsi continuamente tra le montagne, in ribellione con la forza dominante e la cui esistenza dipende completamente dal supporto umano e logistico di una buona fetta della popolazione locale. Nel caso in cui delitti e barbarie vengano compiute da una forza ribelle é praticamente scontato che queste verrebbero sfruttate dalla propaganda della potenza dominante come atto d’accusa contro gli stessi ribelli. 

Cetnici infieriscono su un partigiano

Cetnici infieriscono su un partigiano (fonte)

In queste condizioni terrorizzare la gente del posto con atti di barbarie ingiustificata significherebbe farsi bollare per mostri ed intimorire anche chi si fidava o si sarebbe potuto fidare. Significherebbe denunce, segnalazioni anonime, delazioni e tradimenti. Significherebbe iniziare una spirale di violenze che porterà a dover minacciare prima o poi tutti quelli che prima ti aiutavano spontaneamente. E’una delle spirali che portano spesso molti gruppi criminali a dissolversi. Significherebbe rinunciare alla collaborazione, ai rifornimenti, alla raccolta di informazioni da parte dei paesani ed a mille diversi tipi di aiuto materiale: non é conveniente per una forza militarmente ed economicamente minoritaria essere in lotta sia con la forza dominante che con la popolazione locale.

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Teste di combattenti torturati poste su un tavolo (fonte)

Anche in anni recenti non sono certo mancati esempi di esecuzioni brutali da parte di gruppi armati ed é facile notare come le barbarie dell’ISIS o il caso delle teste mozzate in Guatemala siano difatti entrambi casi di azioni effettuate da strutture ben radicate in un territorio che controllano e sono sempre azioni caratterizzate da estrema spettacolarità ed intento comunicativo che vengono eseguite per affermare il proprio dominio sul territorio. Uccisioni tanto brutali non avvengono laddove chi le effettua non é  supportato da una grossa fetta della popolazione o non ha alle spalle una struttura tanto grossa da garantirsi l’impunità.

Queste brutali dimostrazione di forza trovano dunque un loro senso solamente se vengono esibite trasformando gli stessi corpi martoriati in un messaggio.

Stesso discorso vale anche per il valore simbolico-comunicativo di diversi omicidi di mafia italiana (uno su tutti: la decapitazione del criminologo-psichiatra Aldo Semerari, la cui testa venne posta in una bacinella tra i propri piedi). Anche andando un indietro negli anni si osserva come le stesse esecuzioni pubbliche (crocifissione romana) e l’esibizione prolungata dei corpi degli impiccati (qui gli esempi si sprecano) fungesse sempre da monito comunicativo.

Perciò questo caso suona doppiamente strano: pianificare ed eseguire un massacro tanto violento e brutale ha senso solo come messaggio intimidatorio il cui effetto certo sarebbe quello di impaurire la popolazione (prima stranezza, data la condizione dei partigiani di dipendenza dalla popolazione), inoltre viene svolto in un luogo tanto isolato e difficilmente raggiungibile da rendere possibile un rivenimento anche estremamente tardivo dei corpi-messaggio.

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Ustascia (fascisti croati anti serbi) decapitano un prigioniero del campo di Jasenovac

INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE

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Tagliando con l’accetta, perché un gruppo combattente in opposizione alla forza dominante ottenga la collaborazione della popolazione ci possono essere tre sole vie: 1) ottenerne la fiducia 2) pagarla 3) intimorirla. Una stessa forza combattente può arrivare ad utilizzare tutti e tre i metodi, anche se con modalità, intensità, obiettivi, tempistiche e soggetti differenti.

Ma come già osservato, se i partigiani avessero basato la loro strategia sulla terza opzione, ossia terrorizzare le intere popolazioni locali, sarebbero durati ben poco. Questa opzione difatti non porta mai ad una collaborazione vera ed é controproducente se non é seguita da una rapida presa del potere e la creazione di una rete di collaborazione e propaganda.

Se invece i partigiani avessero creato la loro intera rete di supporto principalmente pagando si dovrebbe spiegare e documentare in che modo, come e da dove, senza appoggio di industriali o banchieri, i partigiani avrebbero fatto comparire magicamente dal nulla riserve di denaro almeno pari a quelle della stessa RSI. Al tempo stesso se i partigiani fossero stati supportati da TUTTA la popolazione probabilmente la guerra sarebbe terminata con molti mesi d’anticipo. La realtà é che furono principalmente supportati da un’ampia fetta della popolazione, le intimidazioni erano circoscritte a fascisti e filofascisti ed i pochi casi di corruzione hanno riguardato personaggi senza remore che agivano per mero interesse, come nel caso di funzionari fascisti o milizie confinarie disposti a chiudere un occhio per denaro. L’intimidazione dunque può essere attuata solo a patto che sia limitata e non sfoci mai nel terrore (che é attuabile solo dalla forza dominante) e deve sempre essere controbilanciata da forme di rapporto fiduciario-collaborativo più forte dell’intimidazione stessa.

La realtà, dunque, é molto più complessa ed intrecciata di come spesso si tenta di ridipingere: i gruppi partigiani certamente erano appoggiati da una buona fetta della popolazione, mentre un’altra parte era fascista o afascista. In tale situazione, visto soprattutto la situazione di svantaggio numerico in cui molti gruppi resistenziali si trovavano in quei primi mesi, l’interesse era sia quello di mantenere i rapporti di fiducia della popolazione simpatizzante che non inimicarsi quella dei numerosi afascisti indecisi: terrorizzare la propria rete di supporto già attiva e quella potenziale non avrebbe avuto alcun senso.

Bisogna anche star attenti a non cadere nella facile semplificazione “monoblocco partigiano contro monoblocco fascista”: quando si parla genericamente di partigiani s’intendono gruppi diversissimi per formazione (Brigate Garibaldi, GAP, SAP, Giellisti, ecc.) ed indirizzo politico (cattolici, liberali, democristiani, monarchici, comunisti, anticomunisti, socialisti, cattocomunisti, azionisti, anarchici, repubblicani) che convivevano a volte molto forzatamente tra loro (qui le cose si complicano ancora: una stessa formazione poteva essere composta ad esempio da cattolici e comunisti; formazioni miste si sono divise e fuse tra loro; parti di una formazione potevano confluire in formazioni diverse, ecc.) ed infine collaboratori più o meno attivi, simpatizzanti, staffette, informatori, doppiogiochisti ecc. Molti partigiani erano ex militari che in gioventù furono balilla e credettero nell’illusione fascista; alcuni di essi furono per lungo tempo critici, altri capirono solo all’ultimo cosa fosse veramente il fascismo.

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Soldati italiani compiono un’esecuzione forzata di civili sloveni (maggiori informazioni QUI)

Pure parlare genericamente di “fascisti” può rivelarsi una semplificazione: anche qui c’erano gruppi separati a volte pure in lotta fra loro (squadristi e fascisti della prim’ora, i volontari della RSI convinti, quelli aderenti a gruppi “speciali” come la X^ Mas fedeli a Borghese, i fasciatissimi della Muti, le Brigate nere, la GNR. Inoltre c’erano le SS italiane fedeli a Hitler, le forze dell’ordine rimaste fedeli a Mussolini, gli amministratori e gli imprenditori che avevano fatto affari col fascismo ed una larga fetta di popolazione che plaudeva il fascismo pur senza partecipare attivamente alla scena politica), c’erano forme ideologiche che pur condividendo un “egual sentire” di fondo potevano essere diversissime fra loro (monarchici, repubblicani, cattolici, anticlericali, filogermanici, italocentrici, mussoliniani e non mussoliniani, afascisti). Ma cerano pure gli ex-IMI che preferirono aderire all’RSI solo perché l’alternativa era patire il freddo e la fame dei lager tedeschi (anche se la maggior parte, circa 650.000 preferì patire le pene della fame nei campi d’internamento e lavoro), così come militari allo sbando che temevano di essere “passati per le armi mediante fucilazione nella schiena” come recitato nel bando del maggio 1944 a firma Giorgio Almirante.

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Erano fascisti dei criminali violenti che proprio grazie all’avallo del PNF poterono agire senza freno  ed erano fascisti anche convintissimi devoti a Mussolini che non commisero personalmente mai alcun delitto, così come “fascisti” furono anche semplici simpatizzanti e persone in posizione più o meno importante che a causa del loro agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime e/o l’esecuzione di crimini. C’era chi s’era arruolato nella RSI perché convinto e chi per paura di esser fucilato. C’era chi aveva disertato per andare tra le file dei partigiani e chi i partigiani li fucilava perché era imbevuto di vent’anni di propaganda. C’era chi poi s’é pentito delle scelte d’allora, chi se ne é sempre fatto un vanto e chi le ha rinnegate solo per convenienza. 

“Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti (…). Uccidiamo famiglie intere, ogni notte, a furia di colpi o con le armi. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”

(Salvatore Seldi descrive alla famiglia l’occupazione dei territori orientali, 1 luglio 1942. Fonte: diecifebbraio)

É più criminale chi ha ucciso ingiustamente un uomo o chi, per non aver preso posizione, ha permesso che se ne condannassero ingiustamente a morte dieci? Non c’é da stupirsi se certe distinzioni che risultano difficili ancor’oggi vennero risolte in maniera sbrigativa durante il conflitto.

Questo per ribadire che quando si osserva in dettaglio una vicenda del periodo ci sono numerose sfumature di cui tener conto per evitare di cadere nella semplificazione. Vanno fatti dunque dei distinguo: se il fascismo e la resistenza in quanto fenomeni sono due realtà chiaramente distinte  ognuna con specificità proprie, quando si volge lo sguardo sui singoli eventi ha più senso parlare di resistenzE e fascismI perché a seconda del piano su cui verte il discorso (che cambia drasticamente se le vicende vengono considerate sul piano più ampio dello scontro universale tra fenomeni generali o tra blocchi di potere e umanità o su altri piani intermedi) non sempre si possono mettere draconianamente sullo stesso piano un Rodolfo Graziani e un amministratore comunale che aderì al fascismo essenzialmente per garantirsi un posto di lavoro, così come dall’altro la dirigenza del CLN e un singolo partigiano che magari le distinzioni di cui sopra le risolveva troppo sbrigativamente a pistolettate. Se il fascismO come fenomeno é un fenomeno criminale, la mera adesione o vicinanza morale ad esso é invece un problema culturale. Ne deriva che quando il piano del discorso riguarda Fascismo e Resistenza come fenomeni generali questi andranno giudicati sul piano storico nel loro complesso, mentre nei singoli casi specifici é necessario fare i conti con i numerosissimi distinguo di cui sopra.

Dunque che rapporto intercorreva solitamente tra partigiani e popolazione? Il supporto alla resistenza fu indubbiamente fortissimo ma di certo non unanime né omogeneo: c’era chi appoggiava la resistenza ma non la sua componente comunista, c’era chi parteggiava per la resistenza aiutando materialmente i partigiani di ogni colore e chi tifava resistenza senza però fare alcunché di concreto, c’era chi forniva informazioni e chi portava comunicazioni, così come c’era un’ampia fetta di popolazione che invece tifava per il fascismo e vedeva in ogni azione partigiana una tragedia.

INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO

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9 luglio 1943 sbarco in Sicilia degli angloamericani
25 luglio 1943 il Gran consiglio del Fascismo approva l’estromissione di Mussolini. Il Re lo fa imprigionare ed affida il governo a Badoglio.
8 settembre 1943 Badoglio, a capo del governo legittimo, annuncia pubblicamente l’armistizio con le forze anglo-americane.
12 settembre 1943 con un’operazione militare i tedeschi liberano Mussolini e lo trasferiscono in Germania.
18 settembre 1943 via radio, da Monaco di Baviera, Mussolini annuncia creazione di uno stato fascista nel nord Italia.
28 settembre 1943 nel nord dell’Italia viene istituito lo stato fantoccio dell’RSI sotto controllo nazista per proseguire il conflitto.
settembre 1943 – marzo 1944 in questi mesi si sviluppa la prima fase della resistenza al nazifascismo, in molti casi spontaneista e non del tutto ben organizzata.

Di fatto dopo l’8 settembre il nord Italia é sotto occupazione tedesca: né più né meno che un territorio coloniale (o protettorato) che dal 28 settembre sarà comandato da un governatore di facciata (un Mussolini oramai del tutto burattino). Come se un Piemonte secessionista fosse posto forzatamente sotto amministrazione della Francia la quale decidesse di mettere a capo delle zone controllate un membro della famiglia Agnelli in lotta contro Roma.

[…] su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo […]
SI AMMAZZA TROPPO POCO !

(Nota del 4 agosto 1942 del Generale Robotti riguardante la situazione sui Balcani)

Quando si parla di ciò che avvenne in nord Italia dopo l’8 settembre 1943 é necessario che questo punto sia chiaro: il re ed il governo legittimo erano rifugiati in meridione ed i fedeli a Mussolini avevano di fatto appoggiato la scelta di trasformare il nord Italia in una colonia nazista.

Qualunque sia la propria opinione politica é indubbio che dall’unità d’Italia l’unico movimento di massa che abbia mai tentato di sostituirsi al governo in carica imponendosi con la forza bruta é stato il fascismo, così come é indubbio che pur di mantenere il proprio dominio, Mussolini preferì cedere alla Germania proprio quei territori per la cui conquista, costata 1.240.000 vittime lui stesso si era fortemente schierato decenni prima portando l’Italia nella Grande Guerra (Trentino Alto Adige, Friuli ed Istria).

La nascita dell’RSI e la decisione di proseguire il conflitto contro il governo legittimo fu una colpa imputabile esclusivamente ai nazifascisti: senza questa decisione la guerra sarebbe probabilmente terminata con diversi mesi d’anticipo. Sono pertanto ridicole le affermazioni di chi sostiene che il conflitto si protrasse a causa delle azioni dei partigiani, che combattevano una nazione occupante ed i fascisti, connazionali ridottisi a sgherri dei nazisti.

INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE

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Tralasciando i casi di mero calcolo, di opportunistico interesse e di scelta forzata é indubbio che molti di coloro che aderirono alla RSI lo fecero con convinzione e per fedeltà a Mussolini, percependosi nel giusto. Non potendo/volendo riassumere in poche righe un discorso complessivo sulle rozze ed illusorie menzogne del fascismo (questo articolo é già abbastanza lungo così), qui ci si limiterà ad evidenziare come l’aderenza all’RSI fosse, di fatto, una ribellione ingiustificata nei confronti del governo legittimo. Se si é oppressi da un potere ingiusto é giusto ribellarsi ed in casi estremi, purtroppo, l’uso della violenza può esser l’unica strada percorribile. Ma non fu questo il caso dei repubblichini:

I repubblichini erano oppressi da un potere ingiusto? No: Mussolini era stato esautorato perché dopo aver trascinato l’Italia in una serie di avventure e collaborazioni belliche disastrose e inutilmente dispendiose (Guerra civile spagnola, l’avventura coloniale in Libia ed in Etiopia, invasione della Francia, invasione dei Balcani e della Grecia, richiesta di partecipare alla campagna di Russia inviando 230.000 soldati italiani sotto comando tedesco) e, aggiungiamo, NON esser nemmeno stato in grado di far arrivare i treni in orario  (ossia: essendo stato incapace di portare davvero l’Italia ad un livello socio-economico-tecnologico paragonabile a quello delle altre nazioni centroeuropee, nonostante la propaganda sostenesse diversamente), alleandosi con la Germania e dichiarando guerra a Stati Uniti, Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia e Gran Bretagna, aveva trascinato l’Italia in un baratro da cui non sarebbe mai potuta uscire indenne: porre fine a Mussolini ed al movimento da lui guidato era, ancor prima di ogni ideale e considerazione personale, ciò che era necessario per il bene della popolazione italiana. Chi proseguì nel supporto a Mussolini, di fatto, aveva scelto di proseguire su una strada già evidentemente mortale per l’intera penisola.

I repubblichini erano legalmente legittimati? Come visto sopra, no: il governo era rifugiato tra Brindisi e Salerno e l’RSI prendeva ordini dalla Germania.

I repubblichini temevano per la propria incolumità? Molti si: temevano di ricevere la stessa moneta che avevano dispendiato nei vent’anni precedenti. E’la paura che prova l’aguzzino circondato da coloro che in precedenza abusò.

La maggioranza degli italiani era più fedele a Mussolini che al re? Fino al 1939-40 si può facilmente affermare di si, ma considerando la rapidità con cui questa fiducia é crollata quando si son visti la guerra in casa appare evidente che fu una fedeltà che poggiava su basi debolissime. Interessante comunque la domanda in sé in quanto presuppone che la popolazione debba affidarsi a questo o quel potente di turno escludendo alla radice che un “capo” possa esser manifestazione temporanea della volontà popolare.

Sono stati il re e Badoglio a tradire gli italiani? Solo se per “tradimento” s’intende l’aver esautorato colui che aveva portato la nazione in ginocchio e tentato di evitare che sprofondasse ulteriormente.

I repubblichini rappresentavano la volontà della popolazione italiana? No: di fatto agivano per il puro interesse della Germania mediato attraverso la figura di Mussolini.

INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI

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Dal PNF alla P2 con l’aiuto degli USA

Per farla breve: gli Alleati anglofoni erano decisamente antinazisti ma nient’affatto antifascisti (anche se, a dirla tutta, soprattutto tra l’aristocrazia inglese, non mancavano nemmeno gli estimatori del nazismo). Le simpatie nei confronti del fascismo non mancavano dunque né in USA né in Gran Bretagna. Queste simpatie di lunga data e stabilitesi su più punti di contatto (dai circoli esoterici e teosofici passando per nazionalismo estremo ed antibolscevismo) e che si riscontrano nell’entusiastica relazione italo-statunitense negli anni venti e trenta s’incrinò formalmente con l’invasione italiana dell’Etiopia ma soprattutto a causa dell’avvicinamento al nazismo di Hitler. Nel delinearsi di un mondo diviso fra blocco comunista e blocco capitalista in occidente il fascismo era da molti considerato come uno strumento di difesa antibolscevica.

Non per niente gli Alleati diffidavano delle formazioni partigiane a causa della loro forte componente comunista: basta pensare che il CLNAI ottenne il riconoscimento da parte degli Alleati solo sul finire del 1944. Questa simpatia nei confronti del fascismo, unita poi alla situazione geopolitica post-Yalta, spiega anche perché non vi fu una “Norimberga italiana” e la conseguente continuità lineare nel dopoguerra tra fascismo e post-fascismo nelle istituzioni; spiega la tensione dei rapporti tra movimenti partigiani ed Alleati, la stretta collaborazione nel periodo post-bellico tra americani e (ex?)fascisti in funzione anticomunista (vedi: “strategia della tensione”). Spiega il clima di sospetto che generò tra i partigiani la richiesta da parte alleata di interrompere le azioni offensive durante l’inverno 1944-45, richiesta che ritennero servisse agli Alleati per guadagnare tempo e portare avanti trattative con i fascisti per una resa indolore che avrebbe potuto mantenere il fascismo al potere, magari dandogli giusto una ripulita d’immagine. Di cruciale importanza per comprendere le tensioni del periodo é il fatto che l’arresto di Mussolini nel luglio 1943 e la contemporanea soppressione del Gran consiglio del fascismo, pur portando formalmente alla caduta del fascismo, nella sostanza lasciava gran parte dei funzionari e dirigenti ancora al loro posto.

La vicinanza ideale tra fascisti ed Alleati contribuì ad alimentare la paura (poi rivelatosi in gran parte fondata) che la continuità tra fascismo e post-fascismo avrebbe permesso a numerosi criminali fascisti di restare impuniti nel dopoguerra. Lo si vedrà nel 1946: mentre in Germania, a Norimberga, gli alti ufficiali nazisti venivano processati da un tribunale internazionale, nell’Italia diventata Repubblica da pochissimi giorni, invece, l’amnistia Togliatti assicurava la libertà chiunque si fosse macchiato di reati comuni, reati politici, collaborazionismo con il nemico e reati annessi, compreso il concorso in omicidio (ma l’interpretazione dell’amnistia fu tanto larga da lasciare libero anche chi partecipò direttamente a stragi ed omicidi). La “stranezza” dell’amnistia Togliatti, che scatenò fin da subito feroci polemiche (Togliatti, che non coinvolse alcun collaboratore nel redarre il provvedimento, quando né informò il partito venne aspramente criticato dagli esponenti del PC), aveva però perfettamente senso se osservata all’interno del quadro internazionale stabilito durante la Conferenza di Yalta nel febbraio del 1945, ossia con l’assegnazione dell’Italia all’area di influenza statunitense (Togliatti dunque sottostò direttamente all’imposizione di Mosca che agiva in linea con quanto concordato a Yalta e l’interesse statunitense era quello di ridare stabilità al paese e far restare l’Italia nei ranghi assegnatigli mantenendosi buoni i fascisti che su tale punto ben concordavano ed arano lieti di collaborare). Pochissimi giorni dopo Churchill pronunciò il noto discorso della “cortina di ferro” che indicava l’area d’influenza sovietica come un blocco i cui confini correvano “da Stettino nel Baltico a Trieste”. É in questo momento che i sospetti di una possibile continuità postbellica del fascismo si fecero certezza.

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In BLU

i paesi NATO, in

ROSSO

i paesi del patto di Varsavia, in

GRIGIO

i paesi neutrali ed in

VERDE

i paesi non allineati (fonte)

Nei mesi a cavallo del termine del conflitto si riaccesero tutti i contrasti e le divisioni che fino a quel momento erano stati più o meno trattenuti dai diversi gruppi resistenziali e dai relativi partiti politici di riferimento: delusione per quei comunisti che avrebbero preferito vedere un’Italia sotto influenza sovietica, malsopportazione per chi rifiutava esser forzati a far parte di una “sfera d’influenza” imposta, paura per i monarchici che sentivano le sempre più forti pressioni di chi voleva un’Italia postbellica repubblicana, entusiasmo per i filoamericani, smarrimento per i fascisti in cerca di una riabilitazione d’immagine, giusto per citare i più macroscopici.

INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE

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Va riconosciuto che nel corso della sua breve storia, dal risorgimento in poi l’Italia é stato più un paese invasore che un paese invaso: 

  • 1869 Inizia la presenza italiana in Eritrea.
  • 1889 L’Italia ottiene il controllo della Somalia.
  • 1895 L’Italia attacca l’Etiopia. Al termine del conflitto l’Italia otterrà ufficialmente l’Eritrea
  • 1900 L’Italia invia un contingente militare in Cina in supporto dei propri alleati contro la rivolta dei Boxer. Al termine degli scontri otterrà la concessione di Tientsin
  • 1911 L’Italia attacca la Libia. Guerra Italo-Turca.
  • 1912 Nel corso della Guerra Italo-Turca l’Italia occupa militarmente alcune isole dell’Egeo
  • 1915 l’Italia attacca i suoi ex-alleati AustriaUngheria e Germania.
  • 1935 L’Italia invade l’Etiopia.
  • 1936 L’Italia invia truppe in Spagna a sostegno del regime franchista.
  • 1939 L’Italia occupa militarmente l’Albania.
  • 1940 L’Italia invade i Balcani e la Grecia.
  • 1940 L’Italia invade la Francia meridionale.
  • 1940 L’Italia invade l’Egitto.
  • 1941 L’Italia dichiara guerra agli USA
  • 1941 L’Italia occupa militarmente il Montenegro.
  • 1941 L’Italia invia oltre 250.000 uomini in Russia a sostegno della Germania 
  • 1942 L’Italia occupa la Corsica.

 

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il progetto coloniale italiano nella sua ipotetica massima realizzazione

Quando é stata l’Italia essere attaccata si é sempre trattato della risposta di Paesi che l’Italia aveva precedentemente invaso o a cui aveva dichiarato guerra. Tranne in un’unica occasione: l’occupazione tedesca.

“Noi siamo da secoli calpesti, derisi
perché non siam popolo, perché siam divisi”

(Inno nazionale italiano)

colpevole

Vittimismo e autocommiserazione

Ma nonostante l’evidenza storica renda palese l’aggressività coloniale italiana, nel sentir comune l’italiano si dipinge come colui che subisce solamente. Si tratta di una autonarrazione che ha radici lontane, si presta particolarmente bene alla sindrome d’autoassedio ed é ben codificata sia nella cultura nazional-popolare che nella sua narrazione pubblica ufficiale. La tipicità prettamente italiana di questa forma di autocommiserazione consiste in un diffuso atteggiamento alla “chiagni e fotti” applicato ad ogni tipo di situazione che si appoggia a sua volta sul falso mito autoconsolatorio degli “italiani brava gente” (non che altrove i paesi colonialisti siano messi meglio: tutti negano, sminuiscono e fingono di non conoscere i propri crimini. Noi semplicemente lo facciamo con maggior pathos).

 INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE

Per meglio capire la situazione dei confini orientali é necessario inquadrarne innanzitutto l’origine storica, che potrebbe essere riassunta nella frase: “quelle zone sono terra di mescolanze e confine da millenni”. Sono passati tutti di qui: veneti, ilari, carni (celti), longobardi, franchi, ungari, bizantini, avari, slavi, romani, unni, quadi (germani), visigoti, francesi, austriaci. Basta una rapida occhiata alla storia del Friuli e della Slovenia per capire il fortissimo legame storico che queste divisioni amministrative condividono.

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I confini dell’area nel I* secolo d.C.

Le lingue parlate sul confine orientale nel 1900 erano italiano e sloveno (con qualche punta di tedesco all’attuale confine con l’Austria), con una distribuzione nient’affatto uniforme che cambiava addirittura di valle in valle. Le mappe linguistiche dell’epoca spesso tendevano a dipingere un’uniformità molto lontana dalla situazione reale. Giusto per dare un’idea di quella che é la mescolanza linguistica ed identitaria (che non sempre combaciano) e del modo in cui, a seconda del tipo di criterio usato e del periodo di riferimento, la situazione locale può apparir diversa può essere interessante osservare quattro mappe dell’Istria molto diverse e lontane fra loro, sia nel tempo che nel metodo usato:  

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Lingue e mescolanze culturali che dunque non é possibile far combaciare con confini netti e che anche negli ultimi secoli son proseguite ed han dovuto convivere con numerosi spostamenti di frontiera (mappe provenienti da QUI):

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Dove “finisce” l’Italia? Dove “inizia” la Slovenia? E la Croazia? A differenza di altri luoghi dove i confini culturali sono meglio definiti (penso al Trentino-Sudtirol), sul confine orientale definire una linea di confine che rispecchi lingue, identità e culture della popolazione é sostanzialmente impossibile. Se a ciò aggiungiamo che ogni realtà nazionale ha su questi luoghi anche interessi economici e geopolitici la cosa poi si complica ancor di più.

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Ciò che avviene in queste zone durante il secondo conflitto mondiale dunque non é che l’ultimo frutto di una lunga serie di sconvolgimenti che hanno interessato l’area di con fine, i più impattanti dei quali si verificarono dalla Grande Guerra in poi, ossia durante l’apoteosi dell’industria nazionalista novecentesca. Semplificando anche qui al massimo: il confine orientale, multietnico, strappato dall’Italia all’impero austroungarico durante la Grande Guerra, tra i due conflitti subisce un violento processo di fascistizzazione ed italianizzazione forzata: venne imposta la lingua italiana e si fecero arrivare un gran numero di parlanti italiano provenienti da altre regioni (solo nel triennio 1919-1922 la cifra si aggira intorno a 50.000 persone, cui corrispose l’allontanamento di 28-30.000 tra parlanti sloveno e tedesco). Nell’arco di pochissimo tempo territori che furono sempre luogo di mescolanza vengono artificialmente trasformati in una monocultura italiana a scapito della popolazione slava. Non c’é da stupirsi, dunque, se fu proprio in queste zone che il fascismo si consolidò tessendo i primi rapporti di collaborazione con l’esercito e stabilì uno dei suoi zoccoli duri più resistenti. Oltre all’imposizione della lingua e riattribuzione dei terreni vi furono un gran numero di incendi, violenze, e intimidazioni.  Il fascismo, dunque, stava pigiando al massimo l’acceleratore su un processo iniziato anni prima con l’accensione dei focolai irredentisti e con la nascita del Regno d’Italia.

Tutto ciò porterà negli anni venti e trenta ad una forzata ridefinizione dei confini culturali a danno delle popolazioni slave. Naturalmente ciò alimentò tra queste un forte sentimento antifascista e rafforzò anche il nazionalismo serbo e croato, che negli anni fra i due conflitti si manifestò attraverso azioni clandestine, ad esempio con organizzazioni come la TIGR.

Dopo l’8 settembre 1943 il confine nord-orientale d’Italia passò sotto amministrazione tedesca e tale rimase anche dopo la nascita della RSI. Il Trentino e il Südtirol divennero la zona d’operazione OZAV (OperationsZone AlpenVorland) mentre il Friuli e l’Istria divennero la zona d’operazione OZAK (OperationsZone Adriatiche Küstenland) divenendo di fatto entrambi protettorati germanici.

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“Mussolini (a proposito dei tedeschi ndr) ha detto: Bisogna accettare questo stato di cose perché ogni tentativo di reazione ci farebbe declassare dalla condizione di provincia confederata a quella ben peggiore di colonia. Anche se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa

(dal Diario di Galeazzo Ciano del 13 ottobre 1941)

Anche la resistenza jugoslava non era un’entità compatta ed omogenea: si può facilmente parlare di due resistenze in quanto le due forze principali di resistenza, i Cetnici di Mihajlovic (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con gli Alleati ma erano in lotta coi comunisti Titini) ed i Titini (comunisti che collaboravano anch’essi con gli Alleati pur essendo in lotta coi Cetnici) erano particolarmente distanti fra loro. Sia i Cetnici di Mihajlovic che i Titini furono riconosciuti come Alleati da USA e Gran Bretagna nonostante fossero in lotta tra di loro.

Inoltre v’erano diverse formazioni nazionaliste, pan-serbe e collaborazioniste come i cosiddetti “sloveni bianchi”, ossia Domobranci e Belogradisti (cattolici liberal-monarchici fortemente anticomunisti che collaboravano con i nazifascisti), ed i Cetnici guidati da Nedič (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con i nazisti).

Insomma: come in Italia anche nei Balcani esisteva una realtà variegata di forze ed entità diverse in cui confluirono e e si stratificarono lotte di classe, etniche, politiche ed ideologiche.

Le due resistenze jugoslave premevano per sconfiggere i nazifascisti spostandosi sempre più ad ovest e ciò intimoriva non poco la popolazione italiana in quanto allarmata dal fatto che le mire pan-serbe avrebbero portato i territori da loro occupati sotto dominio slavo

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Una peculiarità propria dei movimenti partigiani italiani delle zone orientali fu che una buona parte di essi aveva un orientamento molto più antislavo che antinazifascista. Ciò portò ad una netta divisione fra un movimento di resistenza “internazionalista” che includeva partigiani comunisti italiani e sloveni, ed un movimento partigiano “nazionalista” più interessato a fermare un’eventuale avanzata jugoslava che a combattere gli occupanti tedeschi e che non disdegnò contatti con repubblichini e nazisti in funzione antislava (quadro entro cui rientra anche l’eccidio di Porzûs). La specularità con la situazione delle due resistenze jugoslave é abbastanza palese.

Il fatto che sul confine orientale si sia verificata una collaborazione tanto peculiare tra nazifascisti e certi gruppi partigiani può essere facilmente compreso se si tiene conto che ciò avvenne tra persone provenienti da zone che da vent’anni erano immerse in un clima di propaganda antislava particolarmente feroce.

INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI

Un rapimento di militi fascisti da parte di partigiani poteva avere i seguenti scopi: ottenimento informazioni / tentativo di farli entrare nelle proprie file (ma questo perlopiù solo nei primissimi tempi dopo l’8 settembre)/ scambio di prigionieri / fucilazione. Non esiste caso documentato di sevizie e torture paragonabile a quello che viene narrato riguardo ai fatti di Malga Bala. Gli unici casi vagamente simili sono quelli diffusi da pubblicazioni revisioniste pseudostoriche che non trovano alcun appoggio da parte della storiografia

INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE

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Durante il conflitto e nelle settimane immediatamente successive, a contorno di numerose operazioni di resistenza legittime, si verificarono anche episodi orrendi tra cui rappresaglie ingiustificate, omicidi per questioni personali, furti “celati” dietro alla bandiera dell’antifascismo. Morirono anche persone colpevoli di poco o nulla.

Non si tratta né di misteri, né di episodi lasciati passare in sordina poiché portarono a inchieste, processi e condanneCome ad esempio nell’eccidio svoltosi a Codevigo tra il 28 aprile ed il 15 maggio 1945 in cui soldati e partigiani ravennati uccisero di spontanea volontà almeno 136 fascisti, perlopiù loro compaesani, per vendicare fatti gravissimi di cui quegli stessi fascisti si erano macchiati in precedenza nelle zone d’origine. I fatti portarono a numerosi processi ma la difficoltà di valutare ogni singolo caso si concluse in un nulla di fatto.

Il fatto che in casi come quello di Codevigo non si sia giunti a definire una verità processuale ed attribuire delle responsabilità di colpa ha generato rabbia tra i parenti delle vittime ma a conflitto finito ciò é stato utilizzato politicamente per alimentare il mito dell’ ”intoccabilità dei partigiani”.

La realtà é che in questi casi non é facile definire colpe e responsabilità:

Il primo problema é che in diversi di questi episodi il confine tra azione lecita ed illecita é assai labile e difficile da stabilire, sia sul piano giuridico che umano [p.es. fucilare senza processo un membro del PNF che, abusando del proprio potere per anni ed anni ed esercitando violenze e soprusi continui, ha rovinato l’esistenza a intere famiglie meramente per tornaconto personale e che per questioni politiche potrebbe farla franca, dal punto di vista legale é indubbiamente un crimine ma un giudizio umano della vicenda potrebbe essere meno inclemente. Ventitré anni passati tra tribunali speciali, confini, pesanti detenzioni senza regolare processo, assalti squadristi, intimidazioni, abusi di potere, bastonate a morte, leggi razziali, collaborazione al genocidio nazista e casi di corruzione apertamente sfacciata possono essere motivo d’incazzatura, specie nel momento in cui diviene chiaro che tutto ciò resterà impunito. Allo stesso modo l’uccisione di un noto assassino e torturatore fascista, in quei frangenti, se avvenuta per mera scelta personale di un partigiano senza consultazione con i superiori di grado, fino a che punto é da considerarsi un crimine?]

Il secondo problema é che nel caos del periodo molti avvenimenti non si poterono documentare a dovere, impedendo il successivo raggiungimento di una verità processuale certa.

Vi é però anche un terzo problema ancor più importante dei due precedenti, ossia il fatto che molti di questi episodi, pur essendo sufficientemente documentati, sono stati soggetto di narrazioni e ri-narrazioni che esulano dalla realtà documentale ma si sono imposte in quanto utilizzate per la diffusione di leggende nere.

Leggende nere che nascono perlopiù con l’intento di dar contro ai rossi o per autogiustificazione ideologica o famigliare: numerosi sono i casi di persone che raccontano di un parente che ha “ingiustamente” subìto danni dai partigiani, spesso dimenticando che quel parente era un collaboratore del regime o qualcuno che perse dei vantaggi che gli vennero attribuiti per sottomissione al fascismo. Non mancano nemmeno casi di banali incidenti stradali o morti sul lavoro che, a distanza di anni, vengono attribuite ai partigiani e narrate come omicidi mascherati senza che vi sia alcunché per affermare ciò. Leggende nere che iniziarono a nascere proprio sul finire della guerra, mentre i fascisti e le loro famiglie erano intente a mostrarsi sotto una luce più adatta al nuovo corso post-fascista (quale occasione migliore per rispolverare il solito cliché vittimista del “si, ha fatto degli errori ma in fondo é stato una vittima”).

Leggende nere che provocano una frattura notevole tra ciò che é storicamente noto e documentato ed un’interpretazione dei fatti che antepone “letture” personali politicizzate o autogiustificanti perlopiù basate sul nulla.

Leggende nere che alimentano la polarizzazione sull’argomento: chi si ritrova a dover controbattere leggende spesso tanto numerose quanto eclatantemente tendenziose e/o basate sul nulla corre il forte rischio di maturare, per reazione, un atteggiamento eccessivamente accondiscendente e giustificante nel confronto dei movimenti partigiani.

La diffusione di leggende nere, spesso alimentate (più o meno consapevolmente) nonostante la loro imprecisione e dubbiosità per tenere alta l’attenzione sull’argomento impedisce il superamento storico del periodo anteponendo al dato documentale una mitopoiesi tecnicizzata e di parte. Ciò avviene a causa di una tendenza fortemente radicata nella cultura di destra, che all’autogiustificazione nell’infierire con mezzi illeciti sull’avversario politico attraverso un processo di demonizzazione circolare abbina spesso un contraddittorio disinteresse nell’appurare la verità storica a causa di una mancata volontà di avanzamento storico, con conseguente perorazione di un eterno ritorno a quello stesso passato che cerca di celare rinarrandoselo in forma autogiustificante e/o autogratificante (quando invece c’é interesse per appurare la verità questo si scontra con la stessa mancanza di volontà di avanzamento storico facendo si che la verità storica accettata sia solo quella che più s’avvicina alla verità interiore).

Il risultato é che pur essendo storicamente noti e documentati sia episodi certi di crimini perpetrati da partigiani che diversi episodi incerti, la vulgata popolare alimentata da destra sta diffondendo un’immagine volutamente stravolta di tali eventi con l’intento (storicamente assurdo) di diffondere la falsa convinzione che questi crimini furono addirittura assai più numerosi e brutali di quelli compiuti dal nazifascismo assai noti e documentati. Esempi noti sono le bufale sulle “foibe” (vedi QUI,  QUI e QUI e ancora QUI e poi QUI e anche QUI e QUI. Oppure basta anche solo leggere della mitica “foiba volante” per farsi una chiara idea della situazione), le bufale sull’ “esodo dei friulani”, le incongruenze sulla vicenda di Giuseppina Ghersi o la non-vicenda dell’invisibile film colossal “Foibe“. Tratta comune di queste leggende nere é spesso quello di aggrapparsi a vicende secondarie e poco documentate ove sia possibile una maggior “libertà di manovra” nella riscrittura.

Il meccanismo é sostanzialmente sempre lo stesso: si spara altissimo perché passi almeno il concetto base “tutti i partigiani erano mostri”. Senza alcun ritegno si ricorre a falsificazioni fotografiche  racconti basati sul nulla, totale assenza di analisi critica, propaganda antislava ed anticomunista,  attribuzioni false  e decine di altri mezzi scorretti  pur di propagandare una rilettura della storia che aggrada chi la diffonde ma cozza irrimediabilmente con la realtà documentata.

Dopo lo sdoganamento dell’MSI a metà anni novanta avvenuto con il primo cambio di nome in AN e con la vittoria della coalizione del Polo del Buon governo/Polo per le Libertà si é assistito ad un aumento esponenziale di operazioni di revisionismo storico attuate spesso per vie traverse ed accompagnate da forte battage mediatico caratterizzato dall’imposto frame della storia condivisa che pecca per due difetti: non risponde a criteri di storicità e non é affatto condivisa. La storia non é un compromesso tra “favole” narrate da forze politiche opposte: la storia é un processo conoscitivo di ricerca che si basa innanzitutto sulle certezze documentali degli eventi, la cui ricostruzione non può fingere non esistano.

Si va da operazioni di marketing come l’assegnazione di medaglie a militi dell’RSI fatti passare per “vittime” o “eroi”  nonostante si siano macchiati di crimini gravissimi  allo sdoganamento di calcoli assolutamente fantascientifici di “infoibati” e l’istituzione del “giorno del ricordo” che conferisce un tono di ufficialità a loschissimi personaggi che si muovono tra negazionismo e pseudostoria.

Un caso particolarmente eclatante é quello di Wikipedia in cui da anni é osservabile un’operazione di riscrittura della storia da parte di utenti legati all’estrema destra che attraverso letture parziali e fonti inattendibili impongono una versione politicamente di comodo di diversi eventi che alterano a scapito della realtà documentata. Questo grazie alle debolezze del sistema-Wiki, alimentata da consenso “storico” spesso ottenuto attraverso canali social come Facebook.

Tratti comuni della narrazione di queste leggende nere sono la banalizzazione del contesto ad uno scontro “italiani vs. comunisti” in cui il nazifascismo fa semplicemente da sfondo; la riduzione dell’intera opera di resistenza ad “azioni comuniste”; l’attribuzione di violenze assolutamente gratuite ad opera di “partigiani comunisti”;  banalizzazione delle cause attraverso lettura vittimistica: solitamente variazioni di “ucciso solo perché italiano” o “colpevole di non essere comunista”

Tratti comuni della ricerca su queste leggende é l’essere “avallata” da testimonianze dubbie, falsi fotografici, chiacchere di paese e interpretazioni forzate.

1.01 RICERCHE

Il mio dubbio quindi é quello di trovarmi dinnanzi all’ennesimo episodio storico gonfiato  o costruito per questioni di propaganda politica di cui già esistono numerosi esempi simili, come la già citata magica foiba volante, il ponte pirata del Bus de la Lum, la foiba della Maremma e la leggenda del cane nero mangia anime gettato nelle cavità carsiche.

Continuo a cercare.

1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?

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La scarna pagina di Wikipedia (eh già, Wikipedia: piaccia o non piaccia ci si passa tutti, anche se é necessario usarla con estrema cautela soprattutto a causa dell’argomento) sull’ “Eccidio di Malga Bala” mi fa sapere che: “Esistono due versioni antitetiche dell’evento: una la considera una strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni, l’altra ritiene che i militi siano rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco tra un reparto tedesco e i partigiani che li avevano catturati.”

Cercando con le varie chiavi possibili “Malga Bala”, “Planina Bala”, “Dino Perpignano” (una delle vittime), “Eccidio Bretto” (il comune in cui sono stati catturate le dodici vittime) e così via, trovo una gran quantità di siti, blog, forum e commenti su questa storia. Pian piano ne consulto almeno una quarantina. Riportano TUTTE la versione strage. Decine e decine di pagine riportano la stessa versione, in cui si parla del “capo supremo” dei partigiani Franc Ursic -detto Jozko-, il vice brigadiere Perpignano che, catturato, ha permesso che la porta della caserma venisse aperta ecc. Tutte più o meno uguali.

Torno su Wikipedia. Purtroppo l’unico link sulla versione scontro a fuoco punta al sito dell’ ANPI di Pianoro che non contiene più il testo originario.

Il fatto di dover faticare per trovare un testo completo della versione scontro a fuoco fa sorgere già il secondo dubbio: se questa versione é così difficile da trovare perché tutti coloro che promuovono la versione strage sostengono che che “questa VERITA’” viene tenuta nascosta dall’intellighenzia di sinistra che diffonde una versione falsa della storia?

“Ora – aggiunge – è necessario riparare a queste smascherate storpiature con ogni mezzo ed il conferimento di una doverosa onorificenza a quei carabinieri trucidati rappresenta un passo in avanti verso la verità sulle molte ombre che nascondono le “cosiddette eroiche gesta dei partigiani”, in attesa che anche gli ultimi difensori e militanti dei partiti della sinistra radicale riconoscano, come altri hanno fatto dalla parte opposta, che l’ideologia che ha prodotto i Regimi comunisti è “un male assoluto””. (fonte)

Il tono nei siti consultati é grosso modo sempre questo e risulta alquanto straniante il fatto che si definisca verità negata proprio quella che é la versione in assoluto più nota e diffusa, a scapito di un’altra versione che viene citata solo per sommi capi e si fatica a trovare. Qui scatta un ulteriore campanello d’allarme: che sia un esempio di sindrome d’autoassedio?

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Non sono gli italiani ad aver invaso l’Etiopia: sono le tribù anarchiche etiopi a minacciare gli italiani! ( qualcuno ha detto autoassedio da nemici esterni???)

A dirla tutta spesso questi post/articoli/commenti riportano spesso dati confusi (quanti erano i carabinieri: 12, 16, boh?) o sbagliano date (ottobre 1943? marzo 1944? vabbé, poco importa). In alcuni casi aggiungono pure particolari originali, perlopiù insistendo su macabri dettagli inerenti alle torture. In altri casi fanno accompagnare l’articolo/post da foto d’epoca di cadaveri orribilmente sfigurati che al primo reverse image search si scoprono essere relativi a eventi di tutt’altra natura: si va da corpi carbonizzati ad Hiroshima a cadaveri mutilati durante la guerra di Spagna.

Ciò che invece si trova quasi sempre é una descrizione degli eventi caricata con opinioni personali sui pensieri e lo stato d’animo dei carabinieri indifesi nelle mani dei partigiani slavi, la cui descrizione é limitata al descriverne la barbaricità.

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Scopro anche che la versione strage é riportata su alcune pagine ufficiali dei Carabinieri, sul sito del Ministero della difesa, sul sito della Regione Veneto, su articoli di quotidiani locali (Il Gazzettino di Udine, Messaggero Veneto), nazionali (Libero), e di regioni anche distanti dalle zone interessate (SavonaNews) e su numerosi siti d’informazione. Leggo anche che ogni anno a Tarvisio a fine marzo si celebrano solenni commemorazioni religiose in memoria dei 12 uccisi alla quale hanno anche partecipato, oltre ai familiari delle vittime, autorita` militari, civili, politiche e religiose, unitamente ai rappresentanti delle associazioni combattenti. Nel 2005 vi partecipò pure l’allora ministro Giovanardi. Leggo anche che nel 2009 sono stati consegnati dei riconoscimenti ai familiari dei carabinieri uccisi, che nel municipio IX di Roma é stato inaugurato “Largo Eccidio di Malga Bala” e v’é pure una “via Malga Bala” a Brescia.

(Qui però la “storia di questa storia” viene raccontata in modi meno espliciti che sui siti personali e nei commenti dei social: la veste mainstream e più ufficiale esige che determinate cose vengano solo accennate. Non tanto le truci descrizioni delle sevizie -quelle fan parte di questa storia e non vengono mai censurate, anzi-, quanto le accuse di omertà, occultamento e revisionismo verso i promulgatori dell’ “altra versione”, mai fatte esplicitamente ma sempre accennate in un “lasciato intendere” onnipresente)

Ci sono anche delle interrogazioni parlamentari come quella del senatore Berselli (AN) relative alla richiesta “di una medaglia d’oro al valore militare della memoria a ciascuno dei dodici carabinieri barbaramente trucidati, unicamente perché italiani, mentre operavano nell’esercizio dei loro compiti di istituto”, o l’interrogazione di Publio Fiori (AN) nel 1999, entrambe basate sui lavori di Russo e Pirina.

A proposito di una di esse, il 25 luglio 2007 il sottosegretario di Stato per la difesa Casula riferisce che:

“Sulla vicenda, da tempo all’attenzione della Difesa, sono state svolte accurate indagini presso la competente Direzione generale per il personale militare ed il Comando generale dell’Arma dei carabinieri, allo scopo di pervenire ad elementi di certezza e chiarezza sul tragico evento. L’esame degli atti non ha consentito, tuttavia, di definire con la dovuta evidenza la circostanza, tenuto conto anche di alcuni elementi discordanti concernenti l’attribuzione delle responsabilita` del massacro. In tale quadro, in mancanza di elementi di certezza in grado di illuminare lo svolgimento dei fatti e di individuare le relative responsabilita`, non sussistono quei presupposti necessari di natura giuridica per l’avvio di alcuna iniziativa nel senso auspicato dal senatore interrogante”

Nell’interrogazione del 6 maggio 2008, invece il senatore Berselli (AN), così riassume gli eventi:

“dodici giovani carabinieri catturati da pseudo-partigiani furono sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi; i carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto (Gorizia); il 23 marzo 1944 gli pseudo partigiani slavi presero in ostaggio il vicebrigadiere Dino Perpignano, comandante del presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, e sotto la minaccia delle armi lo costrinsero a pronunciare la parola d’ordine e, con facilita`, una volta entrati nel pre- sidio, catturarono tutti i carabinieri gia` in parte addormentati; dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsapevolmente mangiarono quello che gli era stato servito, ma poco dopo le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende; erano stati avvelenati e la loro agonia si potrasse fra atroci dolori e sofferenze varie per ore e ore; tremanti e consumati dalla febbre, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Farro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, quasi tutti ventenni (e mai impiegati nei servizi di pubblica sicurezza o di ordine pubblico, tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti) furono costretti a marciare fra inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Bala, ove li attendeva una fine orribile; il vicebrigadiere Dino Perpignano fu preso e spogliato: gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore del calcagno ed issato a testa in giu`, legato ad una trave; poi furono tutti incaprettati; a quel punto i macellai, pseudo-parti- giani comunisti slavi, cominciarono a colpire tutti con picconi; a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi; all’Amenici venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il Perpignano fu finito a pedate in faccia ed in testa; la «mattanza» terminava con i corpi dei malcapitati legati col fil di ferro e trascinati, a mo’ di bestie, sotto un grosso masso ed abbandonati, povere vittime innocenti, in aperta campagna, prede di animali randagi; ora le misere spoglie di questi poveri carabinieri martiri/eroi riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e soprattutto dalle istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio”

Siti ministeriali e delle forze dell’ordine? Nomi di strade? Articoli su quotidiani nazionali? Presenza massiccia nei primi risultati di Google? Interrogazioni parlamentari? Mi sembra un po tanto per essere una storia “nascosta”…

É del tutto evidente che delle due versioni quella maggiormente riconosciuta e condivisa é proprio quella della “strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni”, mentre l’ “altra versione” praticamente non viene mai citata se non qua e là e giusto per smentirla: il fatto stesso che esista un’altra versione viene contestualizzato nella “storia di questa storia” come dimostrazione della volontà di occultamento operata dalla sinistra. Un po come sostenere che l’esistenza di una micragnosa società di terrapiattisti é la dimostrazione che la sfericità della terra é una verità scientifica messa a rischio.

1.03 LA FONTE UNICA!!!

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C’é però una cosa che condividono tutti, ma proprio tutti gli articoli, post, commenti ed interrogazioni parlamentari che sostengono la versione strage: si basano tutti sul lavoro di un’unica persona. Antonio Russo. In particolare ci si basa su due suoi libri: “Alle porte dell’Inferno” (1993), sull’occupazione tedesca nell’Alto Friuli, e “Planina Bala” che tratta l’episodio in dettaglio ed é stato pubblicato inizialmente nel 2002.

Antonio Russo viene definito uno storico “sui generis” che “si ferma poco negli archivi, consulta poco le tradizionali fonti documentarie”, uno che “preferisce interrogare i testimoni, ricavare la verità scavando nella memoria della gente” (Da “Planina Bala”, di Antonio Russo, Centro Culturale d’Informazione Sociale Voce della Montagna, Ed.2005, pag.12).

Il primo a citare e diffondere il lavoro di Russo é stato lo pseudostorico revisionista Marco Pirina, la cui ben nota scarsa attendibilità, il forte coinvolgimento nell’estrema destra (che lo porterà pure ad essere inquisito per  il tentato Golpe Borghese),  la documentata falsificazione delle liste di “infoibati” e la condanna per aver diffamato alcuni partigiani in un suo libro, potrebbero bastare a spiegare la diffusione in certi ambienti di alcune delle incongruenze riscontrate negli articoli/post/commenti consultati.

Oltre al lavoro di Russo riassunto in “Planina Bala”…… il vuoto! Niente!

L’unica fonte di riferimento per la versione “strage” é sostanzialmente il libro “Planina Bala” che riassume anche i lavori precedenti di Russo sul caso “malga Bala”. Non vi sono altri testi di riferimento antecedenti alle prime ricerche di Russo che si rivela, dunque, la persona di riferimento della storia di questa storia.

Il libro “Planina Bala” dovrò procurarmelo.

Nel frattempo cerco ancora qualcosa di serio sulla versione “scontro a fuoco”. Fortunatamente nell’Internet Archive trovo una copia del testo originario del sito dell’Anpi di Pianoro datato 2007. Vista la rarità di testi su questa “altra versione” ritengo opportuno riportarlo per intero:

Nell’ambito dei vari “crimini” attribuiti ai partigiani c’è anche la vicenda dell’eccidio di 12 carabinieri a Malga Bala, avvenuto nel marzo del 1944. I carabinieri, comandati dal vice brigadiere Dino Perpignano, erano di stanza al presidio di difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Lo pseudostorico Marco Pirina, riprendendo quanto scritto da Antonio Russo in una sua pubblicazione del 1993 (“Alle porte dell’inferno”), così descrive la vicenda. “Il 23 marzo era l’anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, una festa odiata dai partigiani operanti nella zona di Plezzo (festa amata invece dai partigiani di altre zone? n.d.r.). Si decise di colpire gli italiani. Per l’occasione si radunarono Fran Ursig “Josko”, il capo supremo della Brg. Partigiana dell’alto Isonzo, Ivan Likar “Socian”, Silvio Giafrate, Fran Della Bianca, Anton Mlecuz (riportiamo i nomi con la grafia errata così come appaiono, n.d.r.) ed altri, in totale 21 uomini. Questi studiarono un piano approfittando delle abitudini del Comandante Perpignano e quando questi ed il Franzan (un altro carabiniere del presidio, n.d.r.) tornavano assieme ad una ragazza li circondarono e li fecero prigionieri. In gruppo si avvicinarono con il Perpignano alla caserma, si fecero aprire (…) catturarono tutti i carabinieri (…) saccheggiata la caserma e costretti i carabinieri a caricarsi vettovaglie e vari sacchi di ogni ben di Dio, dopo aver sistemato due cariche sotto le turbine, si avviarono verso il monte (…)”. Il giorno dopo “si decise la loro eliminazione, ma questa secondo tutti doveva essere particolarmente crudele” e qui Pirina (sempre citando Russo) si lancia nella descrizione della preparazione di un “pastone miscelato con soda caustica e sale nero”, sul quale “i carabinieri si avventarono” e “dopo aver mangiato” le “urla e le implorazioni furono tremende”. Come se ciò non bastasse, all’alba del giorno dopo, “furono fatti marciare per ore sino alla Malga Bala, dove furono di nuovo rinchiusi” ed a questo punto partono le descrizioni delle sevizie con cui i “partigiani” avrebbero ucciso i carabinieri: a Perpignano “venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dietro il calcagno ed issato a testa in giù legato ad una trave, poi furono accapprettati tutti gli altri e a quel punto i partigiani cominciarono a colpire tutti con i picconi. A qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualcuno aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi (…) alla fine legati i corpi dei malcapitati con del fil di ferro li trascinavano sotto un grosso masso tra la neve (…)”.

Come al solito, quando ci troviamo di fronte a certe descrizioni così particolareggiate di efferate torture, il primo interrogativo che ci poniamo è questo: chi sarebbe il testimone che assistette a tutto questo in modo da poterlo raccontare? Se leggiamo il testo di Russo che Pirina ha riassunto, troviamo anche riportati un paio di articoli dell’epoca: ad esempio Il “Gazzettino” di Padova così scriveva il 7 aprile 1944.

“Macabra scoperta in una grotta di dodici vittime del dovere (…) in questi giorni dei camerati in armi, in una grotta fra Cave del Predil e Bretto di Mezzo hanno fatto una triste e macabra scoperta. In detta caverna infatti essi hanno rinvenuto, accatastati l’uno sull’altro, i cadaveri di dodici militi della polizia repubblicana, morti nell’adempimento del loro dovere. Le vittime sono state identificate per quelle del vicebrigadiere Nino (sic) Perpignano e dei militi (segue l’elenco dei nomi, n.d.r.). Ai poveri scomparsi sono state tributate imponenti esequie”.

Dunque al momento della scoperta dei corpi di Perpignano e dei suoi uomini, la stampa non parlò di sevizie cui essi sarebbero stati sottoposti. È vero che Russo cita anche un altro articolo (senza specificare da dove l’abbia tratto) che parla di “vittime denudate poi uccise bestialmente a colpi di piccone”, ma il resto dei particolari descritti da Russo e ripresi da Pirina non compaiono. Russo accenna al fatto che “tanti” gli avrebbero “confessato tra le lacrime” che era giunto il momento “di far sapere a tutti la verità su Bala”, ma il nome di questi “testimoni” non viene fatto. Chi dunque sapeva tutti questi particolari sulla fine dei carabinieri, e quando li avrebbe resi noti?

Un altro particolare interessante è che il Gazzettino parla di “militi della polizia repubblicana”, non di Carabinieri. In effetti, leggendo attentamente il testo di Russo (brani che Pirina non riporta, detto per inciso), si apprende che “il responsabile della produzione mineraria, Otto Hempel, ingegnere militarizzato tedesco (…) verso la metà di gennaio di quel ’44 chiede e ottiene dal comando generale SS di Camporosso l’autorizzazione a istituire un raggruppamento di carabinieri a difesa stabile della centrale idroelettrica di Bretto di Sotto”. Bisogna spiegare che la centrale idroelettrica di Bretto serviva soprattutto per far funzionare la miniera di Cave del Predil, dalla quale si estraeva piombo, elemento fondamentale per l’approvvigionamento dell’esercito germanico.

Prosegue Russo “viene così deciso di chiudere per sempre la caserma dei carabinieri di Bretto di Mezzo (…) e viene istituito il distaccamento di 16 militari più un sottufficiale (…)” che “il 28 gennaio 1944 prendono servizio presso la nuova casermetta, secondo le direttive del comando tedesco”. Quindi il gruppo di carabinieri agli ordini di Perpignano stava, sostanzialmente, agli ordini dei nazisti a fare la guardia ad un obiettivo militare strategico. Detto questo si può comprendere come l’attacco dei partigiani alla centrale di Bretto non sia stato determinato dall’”odio” per la ricorrenza dei fasci di combattimento, come pretendono Russo e Pirina, quanto per compiere un’importante azione di sabotaggio contro l’occupatore nazista.

A questo punto prendiamo in mano un altro testo, quello di Franc Crnugelj (“Na zahodnih mejah 1944” [“sul confine occidentale 1944” ndr], curiosamente pubblicato anch’esso nel 1993, come il libro di Russo, non tradotto in italiano), che spiega cosa accadde a Cave del Predil il 23 marzo del 1944.

Il gruppo coordinato da Jožko (Franc Ursic, che non era “capo supremo”, qualifica che non esisteva nell’esercito di liberazione popolare, ma comandante di distaccamento), dopo avere sorvegliato per alcuni giorni i movimenti di Perpignano, lo catturarono in una casa dove si era recato a mangiare, lo portarono fino alla centrale, dove, effettivamente, si servirono di lui per farsi aprire con la parola d’ordine, sabotarono la centrale elettrica, prelevarono armi e munizioni e si diedero alla ritirata verso i monti, portando con sé i prigionieri.

Ma nel frattempo i nazisti non erano stati certo a non fare nulla, come pretenderebbe invece Russo (che ha il coraggio di scrivere che “i partigiani, conoscendo bene le abitudini dei tedeschi i quali non amavano muoversi di notte, non si preoccupavano minimamente”): avvisati telefonicamente, si diedero all’inseguimento degli attentatori: quando i tedeschi furono in vista, i carabinieri prigionieri cercarono di darsi alla fuga ed a quel punto iniziarono le sparatorie: i nazisti contro i partigiani, i partigiani contro i prigionieri in fuga e contro i nazisti. Così scrive Crnugelj “i tedeschi spararono contro la colonna partigiana, nella quale si trovavano anche i prigionieri”.

A parere nostro, questa versione dei fatti è molto più credibile di quella diffusa da Russo e Pirina, innanzitutto perché bisogna considerare che l’esercito partigiano non faceva la guerra perché i suoi uomini si divertivano a martirizzare i nemici, ma perché volevano sconfiggere il nazifascismo. Era quindi loro interesse compiere atti di sabotaggio contro il nemico (come l’attentato alla centrale idroelettrica per bloccare la produzione della miniera di Cave del Predil), ed una volta compiuta l’azione, non è minimamente credibile che essi si siano trattenuti per due giorni nei paraggi a rischio di farsi catturare dai nazisti, solo per dare sfogo a degli istinti sadici e torturare fino alla morte i dodici prigionieri. In zona di combattimento, nessuna formazione guerrigliera con un minimo di buon senso e di istinto di sopravvivenza si trattiene con dei prigionieri a portata di mano del nemico: credere una cosa del genere vuol dire non avere la più pallida idea di cosa significhi combattere la guerra di guerriglia, cioè colpire il nemico con azioni rapide e repentine e ritirarsi prima possibile in zona sicura.

Abbiamo quindi due versioni dei fatti, una (a parer nostro, logicamente) credibile ed una no. Di fronte a queste contraddizioni, chiediamo pubblicamente ai ricercatori storici, ma anche alla stessa Arma dei Carabinieri, che nel proprio sito avalla la versione dei fatti di Russo, di voler analizzare la vicenda a fondo prima di decidere che la versione di Russo è quella veritiera, e di voler quindi sospendere, nel ricordo dei dodici caduti, ogni riferimento a circostanze non dimostrate storicamente che rischiano di conseguenza a dare luogo a strumentalizzazioni di parte. “

[Nota 1: L’autore del testo che riporta l’ANPI era Franc Crnugelj, ex partigiano sloveno, poi generale, che in vita pubblicò testi sulla storia del movimento di liberazione jugoslavo

Nota 2: Ho poi scoperto che quest’articolo é perfettamente raggiungibile QUI]

1.04 DUNQUE:

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  • Ci sono due versioni, una redatta da un appassionato italiano e l’altra da un ex partigiano sloveno. La prima riporta una versione dei fatti eclatante, la seconda invece descrive i fatti come un’azione di sabotaggio tra le molte.
  • La versione strage gode di ampia diffusione in Italia.
  • Tuttavia chi diffonde la versione strage in Italia lo fa avvolgendola di un senso di “realtà assediata” anche se di assedio culturale non ve n’é nemmeno una minima traccia.
  • Per contro la versione scontro a fuoco ha scarsissima diffusione in Italia e nonostante il testo di riferimento di quest’altra versione non sia mai stato pubblicato al di fuori della Slovenia viene pure tacciata d’essere una versione che “i comunisti o pseudo tali” imporrebbero per nascondere la verità dei fatti. In Slovenia l’interesse per l’episodio é sostanzialmente nullo, se non tra alcuni storici.
  • Da quanto mi risulta a supporto della versione strage c’é soltanto il lavoro di un unico appassionato (Antonio Russo) cha successivamente ricevuto l’appoggio di un personaggio noto per le posizioni revisioniste e la falsificazione dei dati (Marco Pirina).
  • La tesi strage, inoltre, appare totalmente priva di senso ed a forte sospetto “fuffa”.
  • L’evento del 1944 non ha ricevuto grande interesse fino agli anni ’90-2000, ossia agli anni del boom di testi revisionisti di destra della storia del secondo conflitto mondiale.
  • La versione strage é stata accolta, rilanciata e promossa anche in eventi ufficiali da enti e figure politicamente ascrivibili a destra.

Ok, la curiosità é definitivamente accesa, ma non é mio modo di fare il bollare per falso un qualcosa solo perché la probabilità che sia fuffa é particolarmente alta. Ritengo opportuno verificare se questa storia, per quanto suoni strana, possa essere fondata su basi certe.


 2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO

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Dunque. Ho potuto leggere Planina Bala di Antonio Russo, ossia il testo di riferimento della versione strage. Nello specifico la seconda edizione, quella del 2005. C’é anche un’edizione del 2011 “rinnovata e ampliata” che, da quanto scritto sul sito dell’autore, si differenzia principalmente per i nuovi interventi di due recuperanti.

Come già detto questo libro é l’unica vera fonte completa cui fa riferimento chi sostiene la versione strage.

La lettura del testo ha PESANTEMENTE confermato i miei dubbi iniziali a causa di diversi fattori: principalmente numerose criticità relative all’uso delle fonti, problemi di logica interna ed evidenti forzature interpretative.


I brani di Antonio Russo provenienti dal libro “Planina Bala” sono quelli in ARANCIONE

Le affermazioni dirette (i “virgolettati”) delle persone intervistate da Russo e riportate in “Planina Bala” sono invece in ROSSO


METTIAMO LE COSE IN CHIARO: ritengo che qualsiasi persona dotata di media intelligenza leggendo questo libro comprenderebbe immediatamente che in questo testo c’é qualcosa che non va. Anzi, che ci sono moltissime cose che non vanno: background vittimista, semplificazioni ridicole, forzature palesi, imprecisioni furbette e “giochini” con l’uso delle testimonianze, affermazioni contraddittorie, totale assenza di imparzialità attenuata da esortazioni al divino, richiami al mito degli “italiani brava gente” e la smetto qui solo per non dilungarmi. 

Poiché la versione strage promossa dal libro ha un così ampio seguito ne consegue che chi la promuove non può aver letto il libro, perché se ciò non fosse, ossia se davvero tutti coloro che credono nella versione strage hanno letto “Planina Bala” se ne dovrebbe desumere qualcosa che mi rifiuto di credere, ossia che tutti coloro che diffondono tale versione sarebbero caratterizzati da un’intelletto inferiore alla media. Ritengo quindi più probabile che nella maggior parte dei casi si tratti dunque di persone che credono alla versione strage solo per averla letta da fonti secondarie e che coloro che han letto “Planina Bala” ne diffondono le teorie o per malafede o perché si trattò di una lettura assai superficiale e distratta.

A chi ritiene vera la versione strage posso solo consigliare di leggersi “Planina Bala” per rendersi conto da soli di quanto questa versione sia assolutamente raffazzonata e ridicola. Per chi é in malafede o non riesce a rendersi conto del fatto che questo libro é un’accozzaglia di tanta roba che non sta in piedi, purtroppo non é possibile fare alcunché. Quindi il testo che segue potrà forse essere d’utilità solamente al lettore distratto: colui che ha sfogliato “Planina Bala” in modo superficiale o che ha letto dei fatti di malga Bala in qualche post credendo che la citazione di “Planina Bala” di Antonio Russo fosse il riferimento ad un testo valido ed ineccepibile.

Tutti coloro che han letto il libro e si son perfettamente resi conto di cosa avevano in mano possono invece andare direttamente al capitolo 6.


Prima di affrontare gli eventi narrati ed analizzarne le fonti é però necessario spendere alcune parole sul libro stesso a causa di diverse sue caratteristiche che incidono profondamente sul valore delle ricostruzioni proposte al suo interno e sulla bontà del lavoro effettuato dal suo autore.

Innanzitutto é possibile osservare come nel testo alcuni concetti, termini e posizioni mal (o non) documentati vengono ripetuti o lasciati intendere con frequenza particolarmente elevata come a volerne rimarcare la validità semplicemente per mezzo della ripetizione. É altresì possibile osservare un particolare utilizzo di spezzoni di interviste il cui senso viene orientato attraverso interpretazioni decisamente pregiudiziali non giustificate dai dati che l’autore propone.

Queste caratteristiche sono decisamente gravi in quanto non si sta parlando di un comune testo di commento ad avvenimenti storici noti (in cui sarebbe del tutto lecito che l’autore esprimesse opinioni personali sugli eventi), ma di un testo che vorrebbe esporre una ricerca storica (la cui validità, come vedremo, é altamente discutibile) su un episodio di storia locale (anche se la portata é diventata oramai nazionale) scarsamente documentato e che lo fa muovendo gravissime accuse storiche, umane e politiche basandosi su una selezione di elementi debolissimi basati perlopiù su testimonianze orali consolidate (ma solo in maniera apparente) dall’utilizzo di numerose ma inconsistenti pezze d’appoggio ed interpretazioni personali altrettanto deboli.

Se si muovono accuse gravissime basandosi su di un unico lavoro di ricerca é giusto pretendere che questo sia supportato da prove e testimonianze assolutamente certe e che la ricerca non sia soggetta a vizi di forma.

Poiché si sta trattando un episodio storico poco noto e scarsamente documentato ci si ritrova in una situazione antipatica perché per analizzare la validità del testo, invece di procedere in modo lineare, ossia esponendo in fila i dati certi e poi proporre la lettura più sensata e confrontarla col libro (come nei lavori di debunk effettuati su altro genere di argomenti da Crono911 e Complottilunari), bisognerà procedere nel modo più farraginoso, ossia esponendo una ad una le contraddizioni, gli errori e le forzature del testo facendo emergere le illogicità delle conclusioni e la parzialità delle testimonianze.

E’un procedimento lungo che obbliga a continui spostamenti nel testo (ma come si fa ad affermare questa cosa a pag.XXX se invece a pag.YYY si dice esattamente il contrario?), ripetizioni e de-framing abbastanza noiosi. Per un attimo mi vien voglia di rinunciare.

Alla fine però mi convinco che affrontare questo lavoro ha senso per due ragioni: la prima é che a dirla tutta ciò mi diverte é che le incongruenze che ho riscontrato nel testo sono a dir poco COLOSSALI e non mi capacito che nonostante ciò questa versione venga diffusa da enti ed istituzioni pubbliche che la spacciano come una verità storica documentata e certa. La seconda é che, considerando che siamo circondati da un grande numero di queste riletture storiche politicizzate, forzate, tendenziose e spesso più note e condivise delle realtà storiche documentate, mi illudo che forse, evidenziando i meccanismi con cui é stata costruita UNA di queste, a qualcuno possa accendersi il “radar anti-fuffa” qualora ritrovasse gli stessi meccanismi anche altrove. Mi tiro su le maniche e comincio.

Per meglio esporre le caratteristiche del libro e del mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” ritengo necessario fornire giusto qualche informazione base sui luoghi in cui si svolge la vicenda, giusto per darsi un’immagine spaziale:

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(fonte: Google Earth)

Il grosso degli avvenimenti si svolge lungo la strada che partendo a nord, da Tarvisio, scende passando per Cave del Predil (sede di una importante miniera) e poi, nei pressi del lago di Predil cambia valle e superando la Batteria Sella passa da Bretto (ove si trovava la centrale della miniera di Cave) e per poi arrivare a Plezzo. Ma l’evento principale si svolge in una valle secondaria, la Bausiza, il cui imbocco é nei pressi di Forte Kluze, tra Bretto e Plezzo. In fondo alla val Bausizza partono alcuni sentieri che conducono alle valli vicine (tra cui la Val Trenta). Qui, a 1180 metri d’altitudine troviamo malga Bala [GPS 46°23’07.94″N 13°38’49.25″E], una semplice costruzione in pietra che i contadini della Bausiza usavano per portarvi il bestiame d’estate, soprattutto pecore. A nord di Tarvisio si parla tedesco mentre ad est si parla slavo. A sud e ad ovest si parla friulano. Un po ovunque s’incontrano rare isole linguistiche tedesche. Dall’immagine qui sopra é evidente l’ampiezza delle zone isolate in cui i partigiani avevano possibilità di muoversi.

2.01 STRUTTURA DEL TESTO

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Il testo é strutturato in modo tale da fornire una fotografia della vicenda narrata partendo dal quadro nazionale all’epoca dei fatti per poi scendere velocemente nel dettaglio della realtà locale descrivendo per sommi capi alcuni eventi antecedenti a quello in questione, fornendo una descrizione del territorio arricchita da leggende del posto e aneddoti locali fino ad arrivare a singoli eventi della vita quotidiana dei carabinieri (p.es. la descrizione della vita in caserma e della cena a base di gatto, vedi pag.63-67), una descrizione di ciò che avvenne dopo il ritrovamento dei corpi e diverse opinioni personali di testimoni indiretti.

I primi capitoli inquadrano a grandi linee l’argomento trattato e forniscono una descrizione generale degli eventi nazionali ed internazionali che si limita a riassumere gli eventi quel tanto che basta per fornire un quadro d’insieme al lettore, fornendo tuttavia già qui un’interpretazione non proprio bilanciata (vedi sotto).

Dopo un’introduzione in cui l’autore descrive l’esperienza personale della ricerca segue una narrazione cronologica degli eventi in cui vengono inseriti aneddoti locali e spezzoni d’interviste e brani in cui si ritorna all’esperienza diretta dell’autore. Le interviste dunque non vengono riportate per intero ma ne vengono inseriti alcuni spezzoni, perlopiù singole frasi, che vanno ad inserirsi nella narrazione fatta dall’autore. Il testo quindi, pur procedendo principalmente sulla cronologia degli eventi del 1944, offre in parallelo uno spaccato del lavoro di ricerca dell’autore.

2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO

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L’introduzione storica con cui si apre dal libro é interessante in quanto permette di capire la griglia concettuale in cui l’autore si muove ed da quale angolatura osservi l’evento che narra.

A pag.35 Russo commenta la caduta del fascismo del 25 luglio 1943 con “finalmente”, specificando che questa sia stata causata dal’“opposizione al Fascismo” e soprattutto dalle “sorti non affatto positive della guerra vera e propria”. L’autore prosegue scrivendo che la caduta di Mussolini aveva portato la guerra “nelle famiglie, casa per casa, contrada per contrada, contrariamente a quando il Fascismo imperava incontrastato” aggiungendo che l’esultanza delle folle all’annuncio della caduta dimostrava “quanto poco seguito avesse ormai sul suolo italiano il regime di Mussolini”.

EHMMM… Innanzitutto bisogna ricordare che Mussolini non fu destituito da oppositori del fascismo ma crollò su sé stesso e fu esautorato dal re. Le sorti della guerra non erano “non affatto positive” ma TRAGICHE e DRAMMATICHE. Poi iniziano le osservazioni interessanti: l’autore comunica che quando c’era LVI le cose andavano meglio poi però il popolo non lo ha amato più più perché aveva fatto male i calcoli riguardo alla guerra ma alla fine é stato esautorato da traditori/oppositori (Il re, Badoglio ecc.). L’introduzione storica rientra appieno nel ben noto mantra giustificazionista fascista riassumibile in “era figo ma poi ha fatto delle cazzate un po troppo grosse”

Prosegue scrivendo che i tedeschi, che avevano subodorato in anticipo l’esautorazione di Mussolini “avevano cominciato a far affluire in Italia, col consenso dello stesso governo Badoglio, numerose truppe ben equipaggiate e armate di tutto punto” e che con l’armistizio dell’8 settembre “l’Italia praticamente ricominciava la guerra, in casa propria” sotto dominio tedesco”.

EHMMM… Dunque Russo dice che: I cattivi tedeschi erano scaltri e Badoglio una merda lasciando quasi intuire che la prosecuzione della guerra e l’arrivo dei nazisti in Italia furono causa sua.

Il “Re d’Italia e il capo del governo Badoglio con tutto il loro numeroso seguito e le loro famiglie avevano vigliaccamente gettato la spugna e, senza pensare a nient’altro che a salvare la propria pelle, si erano dati alla fuga […]”

EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il Re e Badoglio avrebbero dovuto continuare imperterriti la guerra portando l’Italia ad una distruzione ancor più totale: secondo Russo il re e Bagoglio non proseguendo il conflitto hanno vigliaccamente tradito e umiliato la nazione”.

“[…] l’ex alleato tedesco, che s’era subito affrettato a gridare platealmente al tradimento invocando e minacciando vendetta ad alta voce”

EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il “tradimento” del Re e Badoglio ha generato un casino ma ci siam pure dovuti sorbire l’umiliante manfrina dei tedeschi! Solo noi abbiamo diritto di dare dei “traditori” ai nostri “traditori””!

Prosegue raccontando di come lo stesso 8 settembre a Tarvisio 300 soldati della Guardia di frontiera, “per difendere l’onore del tricolore” “seppero opporsi con le armi alla tracotanza dei tedeschi che si erano affrettati a chiedere la loro resa” in una violenta battaglia che durò tutta la notte ma infine, sconfitti, ricevettero perlomeno l’onore delle armi dai tedeschi. Immediatamente dopo Russo fa notare che quella “fu il primo vero atto di resistenza in Italia” (grassetto mio), cui seguirono “tantissimi altri splendidi ed eroici atti contro i feroci oppressori”

EHMMM… Dunque Russo dice che: “I tedeschi erano tracotanti ma forti e giusti”. Ma questi 300 spartani si batterono per onor del tricolore o perché erano abbastanza svegli da capire cosa sarebbe loro successo (dopo l’8 settembre i nazisti deportarono circa un milione di soldati italiani che non accettarono di sottomettersi alla Germania/RSI)? É interessante osservare come Russo ammanti di positività la resistenza AI TEDESCHI mentre in tutto il resto del testo ammanterà di negatività la resistenza AGLI ITALIANI CHE HAN CEDUTO IL NORDITALIA AI TEDESCHI.

La liberazione di Mussolini e l’istituzione dell’RSI peggiorò la situazione ma l’unico (governo ndr) ufficiale era nuovamente quello di Mussolini, voluto e imposto dai tedeschi”

EHMMM… Quindi Russo considera l’RSI un male, ma un -male necessario- perché perlomeno forniva un minimo di stabilità. Interessante osservare come secondo Russo il Governo Badoglio avallato dal Re e in rapporti con gli americani non fosse degno di esser definito “ufficiale” al contrario di quello di Mussolini, nonostante fosse un mero burattino dei nazisti.

Il “rinato Fascismo” fu un nuovo risveglio soprattutto per fanatici. Fu un periodo di caos ed i nazisti fecero molti soprusi disumani a danno degli italiani. Un ferroviere del posto si oppose ai nazisti e dopo esser stato torturato é morto gridando “Viva l’Italia”.

EHMMM… Anche qui l’RSI viene criticato ma si addossano le colpe solo ai tedeschi ed ai “fanatici”. Poi si cita un caso-esempio di resistente patriottico.

Ma poi, “[…] com’era già accaduto nella vicina terra slava, nacque e si sviluppò la Resistenza all’oppressore con i “volontari della libertà”, meglio conosciuti come “partigiani”, che in Italia subito si divisero in due gruppi ben delineati: da una parte gli”osovani”, di ispirazione democratica, dall’altra i “garibaldini”, di ispirazione comunista”

EHMMM… Qui c’é il primo accenno di quel fenomeno noto come “virus partigiano” (vedi sotto) ossia germi provenienti dall’esterno (“la vicina terra slava”) che contagiano “noi”. Interessante poi la definizione dei due gruppi resistenziali: se effettivamente le Brigate Garibaldi erano legate al partito comunista, definire “democratiche” le Brigate Osoppo é estremamente limitativo e fuorviante. 

INSERTO STORICO – parte 10 –  LE BRIGATE OSOPPO

Le Brigate Osoppo nascono dal coordinamento di gruppi laici, liberali, socialisti e cattolici caratterizzati da una forte anticomunismo e soprattutto un profondissimo sentimento antislavo. Poiché i partigiani comunisti italiani collaborarono attivamente con i partigiani comunisti slavi si possono facilmente intuire le difficoltà di rapporto che intercorsero tra le Garibaldi e le Osoppo. Pur di contrastare un’eventuale espansione slava in Friuli (paura giustificata cui é interessante osservare la presenza di “proiezione junghiana”: vedi sotto) le Osoppo giunsero ad instaurare rapporti addirittura con i fascisti della X MAS. Le Osoppo, dunque, erano degli strani partigiani che nell’intento di combattere il comunismo fecero da ponte per tutta una serie di personaggi che negli anni a seguire proseguiranno la lotta antislava tra le fila della “O” e successivamente della Gladio e che, attraverso un processo di pacificazione nazionale sperimentato proprio nel “modello friulano” saranno collegati alle stragi della strategia della tensione:

“È un fronte unico che si costituisce in funzione anticomunista, in modo inavvertito dall’opinione pubblica che scambia il Movimento sociale italiano, fondato ufficialmente il 26 dicembre 1946, come espressione dei reduci della Rsi quando, viceversa, lo è dei servizi segreti italiani, americani, del Vaticano, Democrazia cristiana e Confindustria. A dare un contributo determinante alla sua formazione ci saranno, non a caso, gli uomini della divisione di fanteria di Marina “Decima” del principe Junio Valerio Borghese che, in Friuli e nella Venezia Giulia, sono stati all’avanguardia nella ricerca dei rapporti con i partigiani della “Osoppo” in nome dell’italianità.” (fonte: “il modello friulano”, Vincenzo Vinciguerra) 

“Nelle pagine della storia italiana si racconta l’uccisione di un gruppo di partigiani della “Osoppo”, a Porzus, nel mese di febbraio del 1945, da parte di una squadra di partigiani garibaldini al comando di Mario Toffanin, “Giacca”. Si tace però che ad Ovaro, il 20 ottobre 1944, il capo del locale Cln, Rinaldo Cioni, conocordò con il commissario germanico, Franz Gnadlinger, l’eliminazione fisica del partigiani comunisti ritenuti più pericolosi, proseguendo “il lavoro intrapreso nel dicembre scorso”. (fonte: “il seme amaro”, Vincenzo Vinciguerra)

“Intanto nella valle del Koritnica ripresero vigore i partigiani di ispirazione comunista aggregati nel nome di Tito che intensificarono le loro azioni di vendetta e di morte”

EHMMM… La prima affermazione specifica sui partigiani “d’ispirazione comunista” (ergo: contagiati dall’esterno” – vedi “virus partigiano” sotto) mette le cose subito in chiaro: a differenza degli altri partigiani (quelli della Osoppo) che “davano battaglia a chi voleva continuare a tenere l’Italia e il suo territorio nella schiavitù e nella prepotenza dell’oppressore”, i comunisti invece no: loro compiono solo azioni di vendetta e morte e vogliono cedere pezzi d’Italia agli slavi.

Chi “era rimasto con l’Italia” aderendo all’RSI era nel mirino dei comunisti.

EHMMM… Dunque Russo sostiene che il protettorato tedesco dell’RSI era “Italia” (al contrario del meridione che con Badoglio e gli americani non era, sempre secondo Russo, “ufficiale”)

“Le truppe tedesche in alcune zone venivano accolte dalla popolazione locale con sollievo in quanto queste davano una certa sicurezza e una garanzia contro le incursioni dei partigiani”

EHMMM… Siamo in un luogo dove v’é strettissimo contatto tra popolazioni di lingue italiane, slave e germaniche. Nello specifico, l’area del tarvisiano fu pure tra quelle che vennero ottenute dal Regno d’Italia con la Grande Guerra, quindi proprio in una delle zone in cui il fascismo portò avanti la fortissima opera di italianizzazione forzata e propaganda antislava. Inoltre siamo in una zona alpina dalla religiosità fortemente radicata che é pure su una zona di passaggio obbligato in cui v’é pure una miniera d’importanza strategica e dove passavano le dorsali delle linee telefoniche che collegavano Roma-Vienna-Berlino. Non stupisce dunque che la zona fosse ampiamente militarizzata, fascistizzata e che quindi, data la grande vicinanza alla cultura germanica  vi fossero località più filotedesche che filopartigiane. In particolare, dal testo traspare che Cave del Predil e Tarvisio fossero i due paesi più militarizzati ed in cui erano maggiormente presenti persone di simpatie fasciste, mentre le due Bretto sembra ospitassero diverse famiglie di partigiani (Bretto di Sotto era il paese di Socian che verrà incendiato dai nazisti per rappresaglia, Bretto di Sopra quello dove i nazisti rinvennero tra la maggioranza di quelle famiglie” (pag.235) scorte di cibo destinati probabilmente ai partigiani )

Per concludere vien narrato di come nel primo dopoguerra vi fu sì, nella zona, italianizzazione forzata, che però non funzionò nella valle della Coritenza e dell’Isonzo, ma essendoci la miniera di Cave che dava lavoro alla comunità Russo non si spiega perché invece tra quelle genti “si stava acuendo giorno dopo giorno un odio impressionante, violento e vendicativo contro gli italiani, a causa soprattutto del sistema fascista italiano che aveva trasformato quella occupazione in una vera e propria oppres-sione politica e militare”

EHMMM… Come a dire: se un bel giorno i thailandesi s’impossessassero con la forza delle valli italiane imponendo a tutti di usare la loro lingua ed i loro costumi MA dessero lavoro a tutti nella loro fabbrica di salsa di soia (che prima faceva conserve di pomodoro), chi non si sottomettesse sarebbe uno stronzo.

2.03 STILE

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Il rapporto che intercorre tra “300” ed i reali eventi della battaglia delle Termopili é forse quanto di più simile al rapporto che intercorre tra “Planina Bala” e gli eventi su cui é basato.

Sulla base della struttura e premessa storica appena descritti s’innesta un testo che ibrida elementi e stili diversi amalgamati da una descrizione degli eventi in cui l’autore s’immerge spesso nelle vicende narrate facendosi interprete di sensazioni e pensieri sia propri che di alcuni personaggi, addirittura fino al punto di arrivare a descrivere le sensazioni di orrore provate dagli uccellini del bosco (pag.127) contagiati dal “virus partigiano” (vedi sotto) utilizzando una prosa particolarmente coinvolta che conferisce al racconto aspetti romanzesco-cinematografici anche di un certo lirismo.

Se questa scelta premia in termine di scorrevolezza e coinvolgimento del lettore si rivela però problematica nel momento in cui il testo deve venir utilizzato come fonte di ricerca storica in quanto pone costantemente il lettore dinnanzi ad affermazioni e dettagli anche molto minuziosi di cui però non é ben chiaro quale sia la fonte da cui Russo le abbia attinte né se un determinato passaggio sia frutto di una testimonianza o dell’elaborazione personale dell’autore. Elaborazione peraltro molto evidente nei passaggi descrittivi:

“Nessun rumore, nessun alito di vento. Quei tanti carpini ancora scheletrici, quei faggi, quei noccioli, quei frassini ossuti e immobili! Solo ogni tanto il bramire frettoloso di un cervo, stridulo, quasi cupo, rompeva quel silenzio profondo, con la neve gelata che riluceva sinistra.” pag.122

La vaghezza riguardo a numerosissimi riferimenti, abbinata all’estrema minuziosità del dettaglio su aspetti più che secondari é una costante che si ripete in tutto il testo. Per esempio, quando vien riportato che “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore” (pag.97) é impossibile dedurre dal testo se lo stato di eccitazione interiore di Boris sia stato testimoniato da qualcuno o se si tratta dell’opinione dell’autore. Non si é dunque di fronte ad una corretta narrazione storica che risente dell’influenza dell’autore nella lettura degli eventi, bensì di un testo in cui eventi, opinioni e stile dell’autore sono legati a doppio filo in ogni aspetto. Questi tratti dello stile del testo rendono purtroppo impossibile osservare il tipo di lavoro eseguito da Russo senza esporne la prosa, in quanto se il “COSA AFFERMA” é spesso vittima di incongruenze (vedi sotto) é proprio nel “COME LO AFFERMA” che risiedono i meccanismi di tali incongruenze. Ciò implica purtroppo l’impossibilità di rendere noti gli errori di metodo e le incongruenze logiche del libro senza riportare i brani e passaggi che li contengono. Impossibile, ad esempio, comprendere la stranezza di una certa informazione fornita in due righe se non si han ben presenti i toni delle lunghe sviolinate che accompagnano informazioni di natura opposta, così come sarebbe impossibile  far emergere la comunicazione implicita e sottintesa senza esporre quella esplicita.

2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI

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Riguardo alle fonti del libro va fatta una prima chiara distinzione: il testo presenta testimonianze dirette, materiale fotografico d’epoca ed attuale, alcuni documenti dell’epoca, lettere e altro materiale, ma solo una parte di questo materiale é relativo ai fatti veri e propri poiché a causa della struttura del libro parte delle fonti riguarda la descrizione degli ambienti, della vita quotidiana nel 1943-44, aneddoti il cui scopo é fornire un’idea del periodo e del clima sociale, e testimonianze interessanti ma di secondaria importanza (per esempio: le testimonianze numericamente maggiori sono quelle relative alla vista dei cadaveri portati in esposizione dai nazifascisti nelle piazze dei paesi; testimonianze interessanti in quanto perfettamente concordi sullo stato dei corpi, ma che nulla dicono riguardo al modo in cui i corpi siano stati ridotti in quello stato). Sono presenti anche una poesia, foto dei famigliari delle vittime, foto delle autorità militari che presenziano alle onorificenze, ecc.

Le interviste, come già detto, non vengono trascritte nella loro interezza né riportate in calce bensì, nella prosecuzione del racconto, Russo inserisce frasi e spezzoni da esse estrapolate citando il nome dell’intervistato (non sempre a dir il vero) e lasciando spesso intendere che la narrazione che ne segue sia un’elaborazione delle dichiarazioni di quella stessa persona. Per esempio a pag.145 Russo riporta in virgolettato lo sfogo dell’anonimo figlio di un testimone anonimo che dichiara di aver dovuto mantenere per anni il segreto su quanto raccontatigli dal padre, ma al termine dello sfogo tali fatti tenuti segreti non vengono nemmeno narrati: dopo un paio di righe di commento di Russo sullo stato d’animo dell’anonimo figlio del testimone si riassume il tutto nella frase “Scene di odio e di vendetta atroce […]”, frase molto simile a quelle utilizzate immediatamente prima d’introdurre il figlio del testimone, ottenendo dunque un effetto panino (vedi sotto), cui segue una descrizione delle torture avvenute DENTRO la baita nonostante il virgolettato riporta chiaramente che il testimone anonimo si trovasse “nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio”, da che se ne desume che queste dettagliatissime “Scene di odio e di vendetta atroce […]”  descritte successivamente a questa frase non possono esser state descritte a Russo dal teste citato.

“Il giovane comandante Perpignano (nella stanzetta principale di malga Bala ndr) intanto era costretto a seguire ogni cosa con gli occhi sbarrati, travolto dal dolore e dalla rabbia, da un terrore spasmodico e violento: perfino delle formiche affamate, attratte dal sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli” (pag.146)

Può un uomo nascosto dietro a un albero a decine di metri da una malga vedere delle formiche che si arrampicano sulla testa di un uomo che sta all’interno alla malga?

2.05 SELEZIONE

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Riguardo alle testimonianze dirette é necessario segnalare un ulteriore dettaglio che fa sorgere notevoli perplessità: é possibile osservare come gli stessi stralci d’intervista a Silvio Gianfrate (Srecko) vengano riportati due volte (pag.19 e pag.192) ma le due versioni differiscono fra loro con variazioni non giustificabili da semplici errori di trascrizione e che lasciano supporre un’intervento correttivo e/o selettivo dell’autore nel riportare le parole dell’intervistato. Nello specifico: nella versione di pag.19 Srecko dichiara che i sequestrati furono uccisi a malga Bala mentre nella versione di pag.192 il riferimento a malga Bala é completamente assente.

Altrettanto interessante é il modo in cui vengono presentati alcuni stralci dell’intervista al partigiano Hrovat. Per esempio: all’inizio del libro, a pag.16, vengono riportate in questo modo una domanda di Russo e la risposta di Hrovat:

[Russo ndr] “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?”
Una delle mie tante domande.
[Hrovat ndr] “E chi dice queste cose? .. lo… io non ero lassù… A colpi di piccone poi… No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!… Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre? .. Sì e no avevamo qualche temperino… dodici carabinieri poi… Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì! Ma perché cercate queste cose ora? Non avete altro da fare in Italia voi giornalisti? Sono passati 50 anni… su mo’, a cosa serve riaprire certe ferite? .. Socian era il comandante militare, io il commissario politico” .

Interessante anche l’uso dei punti di sospensione che dovrebbero indicare una pausa di silenzio tra le singole frasi ma in realtà qui sembrano indicare che le singole frasi siano stata estrapolate da discorsi più ampio (magari in risposta a domande diverse), ossia presenterebbe ellissi che andrebbero invece indicate dai puntini di sospensione fra parentesi quadre ( […] ). Si osservi come con “Una delle mie tante domande” Russo censuri ulteriormente l’intervista impedendo al lettore di capire a che domande stia rispondendo Hrovat! Editata così l’intervista sembra suggerire che tra tante domande, a QUESTA, Hrovat abbia risposto letteralmente così e per chi legge l’impressione é che Hrovat, interpellato in maniera generica sui fatti, sbotti istericamente parlando in maniera impacciata all’intervistatore di colpi di piccone, temperini ecc. Ma confrontando la “risposta” di pag.16 con quella di pag.193 sorge il dubbio che la prima sia in realtà un collage di singole frasi (cherry-picking) provenienti evidentemente dalle risposte date a più domande diverse, estratte dall’intervista nella sua interezza e combinate assieme. Difatti a pag.193 la domanda posta da Russo é diversa ed é proprio Russo a introdurre nel discorso i corpi martoriati coi picconi:

[Russo ndr] “Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…!”
[Hrovat ndr] “Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!”

Negli stralci d’intervista presentati da pag.193 difatti troviamo frasi molto simili a quelle presentate a pag.16, anche qui presentate in successione separata da puntini di sospensione e mancanti delle domande di Russo:

“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? .. Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo?… Ma perché questo vostro interessamento a questa storia: è passato tanto tempo! Che inte- resse avete a rivangare questa vicenda?”

“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fasci- sti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entra- vano? lo non ero su in malga… Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare?.. E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12… Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me! … Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigia- ni! E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora que- sti particolari?.. 12 morti e tutti carabinieri?.. E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! Mi fate venire i brividi!… Ammazzati poi a colpi di piccone! … No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare!”

In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? .. Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. lo non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi… Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre!… Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! … Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più?.. Cosa serve andare a riaprire queste ferite…. No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati, glielo garantisco io. La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico .. vincevo sempre io che ero più furbo!”
“Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!”
“Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare?… Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?”
“Potevate aspettare ancora qualche anno, no?”

Sorge lecitamente il sospetto che Russo e Rinaldi, i quali non nascondono di aver provato enorme fastidio e sofferenza (pag.16) durante l’intervista a Hrovat a causa della loro antipatia naturale (pag.16) nei suoi confronti, abbiano esercitato particolare insistenza sull’ex-partigiano perché le sue risposte confermassero le storie su picconate e torture e che questi abbia reagito in malomodo (reazione che il testo lascia intendere essere segno di nervosismo da colpevolezza ma che può benissimo essere spiegata come la reazione di una persona irritata dal fatto di esser sfrontatamente accusato di essere un mostro). Non essendo note le domande a cui gli intervistati rispondono é non é possibile capire con esattezza l’andamento dell’intervista ma il tono stizzito di diversi stralci fanno supporre che l’intervistatore abbia pressato l’intervistato dando per scontato che si trattasse del membro di una compagnia di mostri.

Difatti pag.193 Russo scrive: “Ma perché trucidare i carabinieri in quel modo? A ogni mia domanda specifica, come questa, Silvo Gianfrate perdeva il controllo e alzava la voce, con gli occhi improvvisamente violenti”. “Ogni” e “Domanda specifica COME QUESTA” indicano chiaramente che le domande furono diverse e di tono simile a quella indicata, ossia una domanda in cui si da per certo che la brigata di Hrovat fosse composta da assassini spietati. 

Ed a pag.194 Russo commenta così le risposte di Hrovat:

“Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacillavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!”

Giusto per fare un esempio altrettanto violento: tu, si , proprio tu che stai leggendo, come reagiresti dinanzi a qualcuno che continua a farti domande specifiche sul modo in cui avresti violentato e fatto a pezzi un bambino dando per scontato che tu sia un mostro che commette atti del genere?  Sorridendo pacatamente e offrendo una nuova tazza di the o perdendo il controllo, alzando la voce e fulminando con gli occhi questa persona insistente?

A pag.206 viene affermato che le interviste sono state registrate. Sarebbe interessante ascoltarle per intero per capire esattamente il tono con cui avvennero, che domande vennero poste, l’ordine delle risposte e se vi fu pressione sull’intervistato.

2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI

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Il modo in cui vengono utilizzati gli spezzoni d’interviste si attiene spesso a due modalità comunicative che qui chiamerò “metodo del faro” e “metodo del panino”.

Il primo consiste nel piazzare all’interno della descrizione degli eventi fatta da Russo un virgolettato che conferisce un falso senso di validità alla narrazione in cui é inserita nonostante gli elementi forniti nel virgolettato siano solitamente meno importanti della narrazione stessa. Un esempio lo si ha a pag.121,122 dove la narrazione del pasto avvelenato con soda caustica, varechina e pepe contiene al suo interno quest’unica frase-faro estrapolata da un’intervista:

“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri” – Ci confermerà in seguito la signora Mafalda, moglie di Lojs Gajger.

Se proprio ci si fosse dovuti limitare ad usare un unico spezzone d’intervista non avrebbe avuto più senso estrapolare la frase in cui vien data testimonianza dell’avvelenamento? O quello sui dolori provati dagli avvelenati? E invece niente: l’unica testimonianza scelta riguardo a questo episodio é la testimonianza della moglie di Gajger in cui dice semplicemente che hanno preparato da mangiare sia per gli uni che per gli altri. Quest’unica frase che non dice assolutamente nulla riguardo al punto nodale dell’episodio, inserita nella narrazione della cena genera nel lettore l’illusione che il racconto in cui é immersa sia la trascrizione delle dichiarazioni della signora Mafalda; cosa che Russo però non afferma affatto.

Esempi simili sono sparsi in tutto il libro ma il più impressionante é certamente quello delle torture. Da pag.137 a pag. 146 vengono descritte le torture eseguite sui dodici. La descrizione delle stesse é molto dettagliata:

Gli venne subito conficcato un legno a uncino, appositamente preparato poco prima, (“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte”) , tra il nervo posteriore dietro il calcagno e l’osso del piede: i due arti anzi furono accavalcati l’uno sull’altro in una morsa di sangue. Fu issato a testa in giù, con la parte terminale dell’uncino legata a una trave di sostegno del tetto della cucina (pag.144)

Tuttavia la narrazione delle torture presenta diversi stralci-faro di interviste che non dicono assolutamente nulla riguardo alle sevizie:

Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore”. Così Bepi Flajs […] (pag.138)

“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. Così Bepi Flajs […] (pag.142)

“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte” (pag.144, non si sa chi sia la fonte di questa frase)

“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – finalmente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”

Anche qui, poche frasi che non dicono molto fungono da illusorio faro-verità all’interno di una narrazione di cui non se ne conoscono le fonti: chi ha fornito a Russo certi macabri dettagli?

[…] con filo spinato, con le braccia dietro la schiena, coi polsi delle mani stretti ai piedi! Filo spinato che veniva poi agganciato ai genitali di quei poveri disperati i quali, muovendosi e dimenandosi nel dolore, automaticamente si sventravano (pag.145)

Un carabiniere riuscì a buttarsi per terra implorando con la foto di sua madre in mano e gridando di salvarlo per amor suo, ma quella foto gli fu strappata e conficcata in bocca. Primo Amenici, il papà di quei cinque bambini tutti in tenera età, finito giorni prima a Bretto in sostituzione di un altro carabiniere in licenza, riuscì a tirare fuori dalla giacca, prima che questa gli venisse strappata da dosso, la foto coi suoi cinque bambini e a mostrarla ai suoi assassini. Ma una picconata volante gli sventrò il cuore e quella foto gli fu conficcata nel petto, là dove fino a qualche attimo prima quel cuore aveva vibrato per quei suoi piccoli abbandonati per sempre (pag.145)

Da dove ha appreso Russo queste dettagliatissime descrizioni degli eventi non é dato saperlo, ma il testo si premura d’informarci dettagliatamente riguardo a dettagli di minor conto come il fatto che fu Flajs a raccontare  che a malga Bala i contadini ci portavano le pecore d’estate e che non tutti (gli abitanti della Bausiza) avevano attrezzi di ferro. Questa moltiplicazione di frasi-faro provenienti da diversi testi genera nel lettore un “effetto panino” ossia illude il lettore che la somma di diverse testimonianze dia validità alle affermazioni prive di fonte in cui sono inserite.

2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO

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Una conferma dell’atteggiamento forzatamente pregiudiziale dell’autore lo si può trovare per esempio a pag.196. Dopo che per tutto il testo Socian é stato descritto con affermazioni ed aggettivi come: il piccolo grande terribile dio della Coritenza / un padreterno privo di scrupoli o tentennamenti / colui che capeggia il nugolo di partigiani / un uomo di cui tutti avevano terrore / che porta avanti sconsiderate azioni / Era il diavolo personificato, esperto come nessun altro, padrone assoluto dei sentieri e delle strade, di giorno e soprattutto di notte /, quando Hrovat nell’intervista dichiara che la responsabilità (politica? militare?) dell’azione era di Socian, Russo commenta stizzito:

“porta il discorso su Socian che era morto da qualche mese dando a lui ogni responsabilità, tanto nessuno mai avrebbe più potuto avvicinarlo”

Ciò é assai interessante in quanto evidenzia un atteggiamento di negativizzazione forzata in cui gli archetipi necessitanti di continua riaffermazione: (1) il defunto Socian era il capo dei mostri e (2) tutti i partigiani sono mostri portano alla negativizzazione dell’affermazione di Hrovat che, pur venendo accettata in quanto confermante il primo archetipo, deve essere ammantata di negatività per riconfermare il secondo archetipo tutti i partigiani sono mostri. Ecco che, anche se Hrovat fornisce a Russo un’informazione in linea con la sua narrazione degli eventi, l’autore aggiunge a quella stessa informazione una sbavatura di perfidia perché l’affermazione si conformi alla struttura pregiudiziale. Vi si può leggere anche un’elemento di proiezione junghiana in quanto accusare persone che non possono difendersi é esattamente ciò che fa Russo!

2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO

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Nel testo sono relativamente frequenti anche affermazioni contraddittorie che vengono apparentemente attenuate dal fatto che gli elementi che si contraddicono sono spesso presentati in maniera discorsivamente separata oppure perché su determinati elementi vien posta particolare attenzione mentre gli elementi che li contraddicono vengono appena segnalati senza spenderci sopra nemmeno un commento. Alcuni esempi:

STUPORE PREANNUNCIATO? Si afferma che il sabotaggio alla centrale della miniera fosse inaspettato (pag.70) nonostante si affermi che l’attività principale dei partigiani fosse quella di effettuare sabotaggi soprattutto con lo scopo di interrompere la produzione della miniera e che i militi poi sequestrati fossero stati ingaggiati appositamente per difenderla. ( a questo proposito si veda un elenco dei sabotaggi effettuati da Socian alla miniera nel sottocapitolo 5.11)

VELOCI MA LENTI? Non si tiene nemmeno conto dell’illogicità secondo cui i partigiani riuscirono a fuggire velocemente da Bretto pur con un vantaggio di tempo ristretto (pag.150) attraverso un sentiero particolarmente impervio e rallentati dai dodici prigionieri e da un carico d’armi e vettovaglie (pag.101,102) e poi siano intimoriti dal fatto di poter esser raggiunti dai nazifascisti mentre si trovano in una malga isolata nel bel mezzo dei territori di cui erano signori incontrastati raggiungibile solo attraverso un sentiero impervio in cui nessun tedesco o italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi (pag.139) anche perché non erano affatto pratici di quei territori come i partigiani (pag.155)

FURBI MA SCEMI? Con un certo contorsionismo Russo riesce a far passare l’impossibilità di eseguire fucilazioni ed a criticare i partigiani sostenendo a pag.186 che “fossero stati un pochino furbi” avrebbero potuto crivellare i corpi (per celare le torture). Quindi, ricapitolando: Russo sostiene che i partigiani NON potessero sparare perché il rumore avrebbe attirato immediatamente i nazifascisti ma al tempo stesso che i nazisti si muovevano in maniera impacciata (pag.186), che i partigiani spararono con un revolver ad un milite in fuga (pag.146) ma furono così “poco furbi” da non aver crivellato tutti i corpi.

PREOCCUPAZIONI NON PREOCCUPANTI? A pag.186 si sostiene che non fosse possibile eseguire fucilazioni sui monti perché l’eco (pag.139) avrebbe attirato l’attenzione dei nazifascisti ma, dopo aver segnalato a pag. 120 che malga Bala si trovava in una posizione “dove tedeschi e italiani non potevano assolutamente avvicinarsi senza essere precedentemente avvistati da lontano”,  a pag.139 che “Nessun tedesco, nessun italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi per quei ghiaioni scivolosi, col rischio di perdersi o di venir sorpreso dai nemici facilmente in agguato” perché “non conoscevano neanche l’esistenza” (pag.139) ed a pag. 127 che i tedeschi non sarebbero mai andati neanche fino a Logje “mai e poi mai sia i tedeschi che gli italiani, specie di notte, si sarebbero avventurati in perlustrazioni molto pericolose in quella zona aspra e isolata”, tanto che possono permettersi di far urlare tutta la notte i sequestrati con grida che squarciavano il silenzio e quindi nessuna preoccupazione da parte dei partigiani, a pag.146 si parla di un colpo di revolver sparato alla spalla di un milite della GNR che tentava di fuggire e non si capisce perché, una volta sparato un colpo non se ne fossero potuti sparare altri.

FREQUENTATISSIMO LUOGO ISOLATO? Da un lato sostiene che la scelta cadde su malga Bala in quanto isolata e difficile da raggiungere ma dall’altro sostiene che furono numerosi i pastori che non ebbero alcuna difficoltà a salire non visti per assistere di nascosto alle uccisioni (pag.147), tra cui l’anonimo padre di un amico di Toni Rinaldi che, a quanto sostiene, addirittura seguì quasi passo passo, di nascosto, la “via crucis” dei militi della GNR, la mattanza e la disposizione dei cadaveri (pag.18,109,139,142)

INCONTRASTATI TONTOLONI DEL TERRITORIO? Non solo malga Bala é isolata ma frequentatissima ma i partigiani, incontrastati signori di quei territori che si muovono con circospezione per controllare l’eventuale presenza di nazisti (pag.109) non si accorgono minimamente di essere circondati da diversi contadini che li hanno seguiti!

FIDATO COLLABORATORE POCO COLLABORATIVO? Gli incontrastati signori del territorio non si accorgono della presenza dei contadini ma (forse – vedi sotto) se ne accorge Gajger, “amico fidato” e “protettore devoto” dei partigiani (pag.14) che in qualche modo é conscio della presenza di Bepi Flajs (pag.147) tanto da andarlo a chiamare una volta spariti i fidati compagni partigiani (anche se il passaggio é poco chiaro e sembrerebbe che Bepi Flajs fosse tornato a Logje – vedi sotto).

SEGRETO PUBBLICO? Sostiene che la messinscena delle fucilazioni venne fatta nella certezza che nessuno avrebbe mai potuto sostenere il contrario (pag.197) ma che tutta la comunità viene a sapere fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149).

PICCONATE COL TRUCCO? Il testo da un lato riporta le parole di Bepi Flajs secondo cui i partigiani dovevano far credere che i militi della GNR fossero stati semplicemente fucilati (pag.197) ma dall’altro che il massacro doveva essere volutamente violento e impressionante perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121) e non si spiega in che modo un evento possa essere al contempo tenuto segreto e ricordato in eterno. Come si faccia poi a torturare delle persone con dei picconi ma in modo tale da far credere che siano stati fucilati non é dato sapere.

 

2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO

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Il testo potrebbe non manifestare immediatamente il proprio manicheismo a causa di affermazioni critiche nei confronti del nazifascismo. Affermazioni che tuttavia s’innestano su una struttura fortemente di parte (lo si é ben visto osservando l’introduzione storica che apriva il testo) e che vengono fatte pagare a caro prezzo poiché a fronte di un numero estremamente esiguo di fredde critiche ad elementi specifici della storia nazifascista non vien fatta corrispondere una critica altrettanto blanda e limitata delle posizioni dei partigiani, bensì un rifiuto cieco e totale di ogni cosa li riguardi anche solo indirettamente. Alcuni esempi dei concetti espressi nel testo in cui sono ravvisabili concessioni esplicite ed i concetti-pegno impliciti che ne conseguono:

L’introduzione storica é sostanzialmente un “Mussolini ha sbagliato ad allearsi coi tedeschi MA, meglio LVI ed i nazi che Badoglio ed i comunisti”

L’odio antiitaliano dei partigiani nacque dai soprusi che subirono dagli italiani MA i partigiani erano comunisti e quindi in fondo se l’erano cercata.

I tedeschi erano terribili e cattivi MA erano obbligati a comportarsi così. E comunque meglio i tedeschi dei comunisti.

E così via: questo é sostanzialmente il livello delle concessioni fatte ed il modo in cui viene proposto é sempre lo stesso: la critica é esplicita (concessione) ma il concetto che ne vien fatto conseguire (prezzo) é implicito. Più avanti si vedrà meglio cosa vien messo sui piatti della bilancia dei prezzi.

 

2.10 AMORE E ODIO

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Di eccezionale interesse é osservare il modo in cui Russo tratta i personaggi della vicenda e le persone interessate. Esempi specifici li si potrà osservare nel terzo capitolo di questo articolo, ma basti tenere a mente questo: se una persona sta simpatica e/o fornisce affermazioni utili a Russo, questa riceverà una descrizione amorevole e positiva. Al contrario: odio puro o silenzio assoluto. Qualche esempio veloce-veloce giusto per assaggio? Basterebbe già osservare come Socian vien descritto: così cattivo da poter far paura quasi a Satana in persona! Oppure il fatto che di numerosi testimoni indiretti ci vengono forniti i dati biografici ma ciò non avviene per il partigiano Hrovat che non le manda a dire a Russo quando insiste perché “confessi” ! Ma, come anticipato, questa differenza di trattamento verrà illustrata meglio nel prossimo capitolo.

2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE

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Se alcune informazioni vengono urlate, commentate e ripetute ve ne sono tuttavia alcune che il testo riporta ma senza alcuna enfasi: vengono “buttate lì” per poi essere immediatamente dimenticate come non esistessero. Se osservate attentamente però é facile notare che hanno tutte una cosa in comune: sono tutte informazioni che potrebbero intaccare e/o smentire le affermazioni di Russo. Sorge quindi un dubbio, ossia: perché mai le avrebbe fornite? I casi sono diversi ma riassumibili a questi gruppi:

Informazioni che Russo era obbligato a riportare, come ad esempio i numerosi tentativi di sabotaggio dei partigiani in cui non viene fatto male a nessun paesano.

Informazioni utili ma a rischio, come la testimonianza del Venturini, che dichiara di esser stato per un po partigiano con la Garibaldi: informazione utile perché fa apparire il teste come una “fonte interna” ai partigiani ma pericolosa perché esce dallo schema “partigiano=demone senza contatti con la brava gente”

Gli esempi sono numerosi e già presenti negli altri sottocapitoli e pertanto eviterò di riproporli anche qui.

 

2.12 FALLACIE LOGICHE

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Le contraddizioni del testo, unite all’atteggiamento pregiudiziale si manifestano attraverso diversi tipi di fallacia logica (maggiori dettagli QUI) e trucchi narrativi. Essendo presenti nell’interezza del testo, elencarli é impresa scarsamente utile in quanto, una volta compresi i meccanismi di queste fallacie, le stesse emergono automaticamente già dalle osservazioni di questo articolo. Per questo motivo mi limiterò ad elencare le tipologie di fallacia chiedendo a chi legge di tenerle a mente durante la prosecuzione della lettura

  • Straw men / uomo di paglia, ossia rapasentare in maniera infedele un avversario con lo scopo di abbatterlo e infangarlo.
  • Dissimulazione, ossia presentare dati in modo ambiguo.
  • Argumentum ad nauseam, ossia ripetere in continuazione determinate affermazioni con l’intento di far percepire all’uditore/lettore queste affermazioni come accettate.
  • Condanna delle alternative, ossia forzare le interpretazioni affinché convergano su una sola delle ipotesi possibili.
  • Affermazione del conseguente, ossia dare per scontata una connessione logica che scontata non é, attraverso una relazione causa-effetto semplificata.
  • Premesse contraddittorie, ossia proporre un ragionamento coerente basato però su premesse che si contraddicono fra loro.
  • Rimettere l’onere della prova, ossia fornire tesi e informazioni date per vere senza fornirne dimostrazione e fonti.
  • Eccezione che conferma la regola, ossia appellarsi all’eccezionalità ed unicità di un caso ma al tempo stesso trattandolo come un evento comune.
  • False premesse, ossia dare per vere delle premesse che non sono tali snaturando alla base ogni ragionamento successivo (simile al “premesse contraddittorie”).
  • Aneddottica, ossia aggrapparsi essenzialmente su  testimonianze aneddotiche anziché inserire quest’ultime in un quadro logico coerente.
  • Trattamento di favore, ossia favorire le posizioni di una delle classi coinvolte nella narrazione.
  • Obiezioni insignificanti, ovvero elevare dubbi, anche validi, che riguardano argomenti secondari come se fossero elementi nodali di una teoria/affermazione.
  • Falsa inversione, ossia l’applicazione errata di [ A=B per cui B=A ] perlopiù in casi di generalizzazione (vedi) basati su dati particolari [Luca é moro e stronzo per cui tutti i mori di nome Luca sono stronzi]
  • Cherry-picking, (conosciuto anche come “suppressing evidence”)  ossia selezionare solo gli elementi che confermano l’ipotesi di partenza.
  • Card-Stacking, ossia una tecnica tipicamente usata in pubblicità e propaganda che consiste nel porre continue attenzioni solo sugli aspetti che si vogliono trasmettere sorvolando invece su quegli aspetti che potrebbero mettere in discussione la narrazione imbastita
  • Generalizzazione, ossia attribuire, per semplificazione, a tutti i membri di una certa classe una determinata caratteristica.
  • Limitazione imposta, ossia introdurre limitazioni arbitrarie come se valessero universalmente.
  • Entimemi e non-detto, ossia lasciare che i significati profondi del messaggio emergano tra le righe senza mai affermarli direttamente (il “prezzo” fatto pagare dalle “concessioni”)
  • Falsa precisione, ossia dare supporto alla propria tesi agganciandoci informazioni molto dettagliate che tuttavia esulano dalla logica della tesi stessa.

Di fari e panini si é già parlato in maniera dettagliata in quanto facilmente evidenziabile anche con pochi esempi. I restanti meccanismi sono tutti più o meno presenti nel testo: alcuni con prepotenza (p.es. falsa precisione, generalizzazione, aneddotica), altri meno (falsa inversione); alcuni sono presenti in casi specifici (p.es. la limitazione imposta secondo cui Maria non poteva avere accesso ad un telefono) ed altri sono riscontrabili solo analizzando il testo nella sua interezza (p.es. generalizzazione). Pertanto li si riscontrerà non sempre attraverso punti specifici e affermazioni nette, ma man mano che verranno esposte le caratteristiche del mondo dipinto nel libro. Il lettore, ripeto, é invitato a tenere bene a mente le fallacie logiche qui elencate perché queste si rivelino spontaneamente.


3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”

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É particolarmente evidente che il mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” non é una rappresentazione fedele e realistica di un territorio delle alpi friulane nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale. Il mondo che traspare da “Planina Bala” é una rappresentazione ipersemplificata in cui una comunità omogenea e pacifica che sottostà per amor del quieto vivere al dominio del potente di turno (in questo caso i tedeschi) col quale ha un rapporto sia di timore che di rispetto. L’armonia della comunità però viene perturbata dalla presenza dei partigiani: esseri crudeli che scatenano il lato peggiore di tutti. Le varie caratteristiche del mondo, che ora verranno illustrate nello specifico, sono strettamente interconnesse fra loro (per questo si può parlar di “mondo”) e quindi i prossimi punti presenteranno necessariamente ripetizioni e rimandi circolari.

3.01 FRANZA O  SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA

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La comunità del tarvisiano così come raccontata dal Russo é una comunità uniforme fatta di brava gente devota e rispettosa che sottostà al potere nazifascista per amore del quieto vivere. Uniformità spezzata solo dai partigiani, descritti come entità esterna, come cellula tumorale, come il lupo cattivo delle fiabe.

Il concetti di fondo é che nella comunità omogenea del tarvisiano non v’é lotta, non v’é tensione, non v’é divisione ma solo brava gente che s’adatta al potere dominante indifferentemente da quale sia. Nazisti, fascisti, romani, unni, longobardi, marziani: stessa cosa!

Poco importa ciò che vogliono i nuovi dominatori: imporre una dittatura? Culto della violenza? Sottomissione obbligata all’autorità? Abolire la libertà di stampa? Picchiare, uccidere o mandare al confino chi dissente? Trasformare le elezioni in una farsa? Imporre un regime corporativo totalmente sbilanciato a favore delle classi agiate? Militarismo estremo? Razzismo? Colonialismo? Sterminare brutalmente popolazioni non italiane? Deportare qualche migliaio di ebrei in Germania? VA TUTTO BENE! A patto che non si tocchi lo status quo basato sulla tradizione religiosa (a questo ci arriviamo tra un attimo)!

Poiché a questi continui richiami all’accettazione e sottomissione nei confronti del nazifascismo non segue alcuna apologia esplicita del fascismo stesso, il testo si potrebbe tranquillamente ascrivere alla pubblicistica afascista cattolica (sulla religiosità del testo vedi sotto) anticomunista proprio in quanto l’interesse principale é più rivolto a screditare i partigiani che ad elogiare il fascismo. Tuttavia, come vedremo, definire questo testo semplicemente afascista potrebbe essere limitativo.

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Torniamo a noi: per riuscire a dipingere questa comunità omogenea ben disposta a sottomettersi all’autorità dominante per amor del quieto vivere, Russo é però obbligato a minimizzare ogni elemento che possa contrattare quest’immagine.

Difatti quando si trova costretto a citare persone del posto che collaborano coi partigiani evita di commentare (card-stacking inverso), come nel caso degli operai della miniera a pag.53 o l’arganista Krast di pag.214 che li aiuta a effettuare uno dei più imponenti sabotaggi alla miniera in cui lui stesso lavorava, o li descrive come vittime impaurite del terrore causato dal virus partigiano, come nel caso di Bepi Flajs e del contadino anonimo. Ma la forzatura é evidente, soprattutto nel caso delle persone su cui il “virus partigiano” agisce in modo ambiguo. Anche nel caso del Gajger questo meccanismo funziona male: Gajger é descritto ora come un fedele e fidato servitore dei partigiani, ora come un uomo che agisce solo per interesse, ora come un uomo che tenta di far buon viso a cattivo gioco. Il “virus partigiano” però, come già visto, in lui si manifesta in negativo solo a fatti compiuti, nella vecchiaia di Gajger che distrutto dagli eventi passati si autocostringe a vivere in un’abitazione cupa trafitto dai rimorsi, come colui che trovando la fede sceglie la via dell’insolazione eremitica.

Ma i richiami più forti restano quelli al mantenimento dello status quo: il primo pensiero del signor Berlot, che vive vicino della centrale elettrica attaccata dai partigiani, saputo che questa esploderà, é: “Così ora perdiamo anche quel poco di pane che abbiamo!” (pag.150). Il parroco Ivan Hlad raccomanda i paesani di non seguire i partigiani per non subire le ritorsioni tedesche. I carabinieri appena giunti per difendere la centrale elettrica dice siano subito presi in simpatia dalla popolazione. Il testo nel suo insieme sembra gridare “La guerra é altrove, qui non vi sono combattimenti: sono i partigiani a perturbare l’armonia”. Se i nazifascisti massacrano la popolazione per ritorsione contro i partigiani la responsabilità di ciò va data proprio a quest’ultimi: ai cattivi partigiani che hanno osato portare la guerra nella quiete delle pacifiche valli amministrate dai nazisti. Che tipo di comunità é allora quella descritta nel testo? É una comunità perbenista, qualunquista e piagnucolosa, fatta di “brava gente” innocente, poveri lavoratori che si lamentano del male che vien da un “fuori”. Una comunità omogenea unita dal vittimismo che deriva dal dipingersi come ultimi portatori di “sani valori” tradizionali originatisi in un tempo mitizzato in cui l’uomo era più vicino al “vero”.

Il piccolo mondo che fuoriesce dal testo di Russo é più in linea con una narrazione fiabesca che realista (piccola comunità unita ed omogenea, agitazione provocata da elemento perturbante con caratteristiche demoniache e aliene; narrazione semplificata concentrata sugli aspetti emotivi, ecc) atta a trasmettere una lezione morale (i nazisti erano cattivi, i fascisti, nonostante qualche eccesso, accettabili, mentre i comunisti erano e sono demoni che agiscono per il male). Essendo dunque in presenza di un’innesto fiabesco su temporalità storica si può pienamente parlare di mitologia. Nello specifico di una mitologia afascista di matrice cristiana (sulla religiosità del testo ci arriviamo, ci arriviamo…) ed anticomunista che non é interessata a giustificare l’agire dei fedeli di Mussolini ma lo accetta fintantoché questo non vada contro alla sfera religiosa cattolica. Dunque, se proprio bisogna cercare un modello di riferimento della comunità descritta da Russo non é nella storia, ma proprio nelle fiabe che lo si può trovare.

E quale fiaba o racconto per l’infanzia viene in mente quando si parla di una comunità omogenea di brave persone la cui tranquillità viene messa in repentaglio ripetutamente da un unico grande cattivo? A me vengono, vengono in mente… i Puffi!

Tutti diversi ma in fondo tutti uguali (la comunità nel suo insieme), concordi nel riconoscere come loro capo uno di loro (i “carabinieri” erano italiani come noi) cui viene attribuito il titolo di Grande in quanto anziano portatore dei valori tradizionali (la chiesa), che vivono in serena armonia (idem), ma questa tranquillità é continuamente messa a repentaglio da azioni scellerate (idem) portate avanti dal cattivo Gargamella (Socian) e la perfida Birba (i partigiani), che nella sua cattiveria é però anch’essa sottomessa a Gargamella (idem per partigiani con Socian).

Tutti buoni e innocenti. Al limite qualche concessione (c’è quello brontolone, quello vanesio, quello pigro), giusto per autoilludersi di saper rappresentare la molteplicità. Ma a dirla tutta, la comunità descritta in “Planina Bala” ha anche qualcosa in meno rispetto ai puffi: se nel momento del bisogno gli ometti blu sanno essere davvero comunità collaborando fra loro per sgominare il loro nemico, la comunità di “Planina Bala” si descrive come impaurita da tutto e da tutti ed anziché tirarsi su le maniche per combattere aspetta che un bullo si faccia notare più degli altri per poterlo insignire del ruolo di condottiero (i fascisti). É una comunità in cui la codardìa non si limita ad essere una caratteristica umana, ma viene esaltata a dovere morale la cui unica eccezione consiste appunto nel ruolo affidato al bullo, al quale é permesso esercitare violenza inaudita e illimitata, a patto che non tocchi lo status quo (solitamente bigotto e di matrice religiosa).

3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA

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Russo insiste più volte nel ricordare che l’intera comunità venne subito a conoscenza dei fatti fin nei minimi particolari (pag.13,14,18,149) ma nessuno ebbe mai il coraggio di parlare. La cosa però suona piuttosto male: perché una comunità concorde nel condannare Socian e i partigiani per qualunque cosa succedesse in zona “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43), che non gli avrebbe nemmeno mai perdonato il fatto di aver “provocato” la rappresaglia tedesca di alcuni mesi prima e che ha nei confronti dei partigiani solo parole di disprezzo avrebbe paura anche a distanza d’anni di parlare di questi fatti?

Il testo lascia intendere che il motivo di tale paura fosse l’efferatezza dei partigiani, sebbene sempre il Russo ricordi che il massacro di una quarantina di partigiani nell’aprile 1943 (quello che sarebbe stato alla base della “vendetta”) avvenne proprio a causa del tradimento ad opera di un locale (pag.120) e che dunque c’era ben chi agiva e parlava contro i partigiani. Chi fu la persona del posto che tradì i quaranta partigiani? Subì forse vendette o ritorsioni da parte loro? Dal testo di Russo non é dato sapere. O meglio: il testo non cita nessun caso specifico di ritorsione partigiana nei confronti della popolazione locale se non accuse generiche (pag.42) che non si traducono mai in un nome, una data, un fatto accertato.

Al contrario vengono solo citate solo azioni di sabotaggio alla centrale, azioni contro gli occupanti tedeschi e per sommi capi anche alcune azioni dei partigiani private di contesto e motivazioni (pag.110). Buffo che l’autore non elenchi nessuna azione dei partigiani contro i civili, considerando l’impegno dell’autore nell’attribuire mostruosità ai partigiani, dato che il livello di approfondimento del testo arriva addirittura a descrivere i pensieri interiori dei militi della GNR negli attimi prima della morte (pag.141).

Il testo cita ad esempio il fatto che il parroco Ivan Hlad rimarcasse pubblicamente la propria posizione antipartigiana dinanzi alla comunità esortandola a non collaborare con loro (pag.51,52,252,265), cosa che lo porterà a nove anni di prigione “nelle mani degli uomini di Tito” (pag.252) eppure il testo specifica che “verrà liberato, ma sarà reso inoffensivo dalla ferrea repressione comunista” (non é chiaro cosa s’intenda con quel “reso inoffensivo”) e che nel dopoguerra potrà continuare ad esprimere la propria avversione verso i partigiani ad esempio portando le classi scolastiche in pellegrinaggio a malga Bala per celebrare una preghiera in ricordo dei militi della GNR (pag.18) e, si può aggiungere, consolidare nelle generazioni che seguirono la sua versione dei fatti.

In realtà quando il testo riporta azioni specifiche dei partigiani si tratta sempre di azioni di sabotaggio o agguati ai nazifascisti. Peraltro sempre descritte con un certo disprezzo e ponendo i nazifascisti come vittime inermi di partigiani vili e pericolosi (pag.52). Per questo motivo é interessante notare la totale assenza di commenti quando vien obbligatoriamente narrato di come durante l’attentato alla centrale elettrica i partigiani, trovandosi di fronte degli operai che vi lavoravano il crudele e spietato Socian… li avverte dell’imminente esplosione (pag.150) permettendogli di mettersi al riparo!

Ciò stride molto con l’impianto generale del testo e non sorprende dunque che gli operai della centrale riceveranno nel testo un trattamento ambiguo (vedi la parte in cui se ne parla relativamente al “virus partigiano”)

Secondo Russo i sentimenti dell’intera comunità nei confronti dei partigiani erano solamente di paura e terrore anche se per forza di cose una buona fetta della popolazione era per forza di cose filopartigiana (ma questa parte della comunità Russo non solo non la mostra ma ne sottace del tutto l’esistenza, tranne in brevi e rari sprazzi in cui non può evitarlo). Il fatto che Russo non sia in grado di documentare questo gran numero di abusi dei partigiani nei confronti dei civili si spiega se si tengono contemporaneamente in considerazione la già osservata illogicità di un eventuale atteggiamento negativo dei partigiani verso la popolazione e le caratteristiche pregiudiziali ed occultanti riscontrate finora nel testo di Russo che difatti si limita a vagheggiare ed alludere.

Russo dunque descrive una comunità compatta nel condannare i partigiani per qualunque cosa ma troppo impaurita anche solo per fare una segnalazione anonima ai nazifascisti nonostante, dice, fosse in buoni rapporti con le forze dell’ordine e con la dirigenza della miniera ed avesse rapidamente maturato rapporti di simpatia con i militi del GNF, nonostante il parroco esorti “privatamente e pubblicamente” (pag.51) la comunità a non appoggiare i partigiani (NB: perché mai avrebbe dovuto raccomandare la comunità in tal senso se questa era già solidamente compatta nel condannare Socian e soci, Russo non lo spiega) e sorvolando sull’importante tradimento del’43 da lui stesso riportato, dipinge invece una società che accetta di dover sottostare ai nazifascisti, dei quali ha si paura ma accetta tanto da non ritenerli nemmeno più di tanto colpevoli anche quando ammazzano civili, bruciano case e lasciano i cadaveri esposti per giorni per fare da monito.

Nonostante il quadro dipinto sia quello qui esposto, con nonchalanche a pag.176 segnala che qualcuno denunciò Maria Berlot accusandola di essere vicina ai partigiani (pag.176). “Stranamente”, nel testo i tradimenti e le segnalazioni dei partigiani vengono semplicemente riportati senza approfondire nonostante, visti i toni, ci si aspetterebbe un lungo panegirico sul coraggio di queste persone nel superare il tremendo ed intimo terrore nei confronti di una vendetta partigiana. Allo stesso modo viene riportato senza alcun commento uno stralcio di un’intervista ad un operaio delle miniere che testimonia di come all’interno della miniera chi accusava i partigiani del massacro lo doveva fare sottovoce “per paura gli uni degli altri” (pag.207) dichiarando anche qui che in realtà non TUTTA la comunità era antipartigiana. Russo però preferisce far passare l’intera ferra di comunità filopartigiana per “spie” e “traditori” infiltrati nella società della “brava gente”.

Sempre con la stessa assenza di commento o analisi, a pag.208 viene rivelato che almeno due-tre partigiani (di cui non viene fatto il nome) lavoravano in miniera assieme agli altri operai. Evidentemente Russo non é intenzionato a porre troppa attenzione su questi fatti che é tuttavia obbligato a segnalare.

Vien da chiedersi perché mai, all’epoca della pubblicazione del libro, un membro di una comunità così unita nel condannare la compagnia di Socian dovrebbe aver timore di qualche vecchio partigiano settanta-ottantenne e che senso possa avere per un contadino della Bausiza, valle che non conta più di venti case, di celarsi dietro all’anonimato. Quanti mai potranno essere i contadini della Bausiza per sperare di “scampare al terrore partigiano” semplicemente celando il nome? Anche perché, come Russo stesso dimostra a pag.235 e pag.239 il fatto che i dodici furono uccisi dai partigiani di Socian era un fatto noto alle forze dell’ordine anche a conflitto finito e non si vede perché una comunità compatta nel condannare Socian avrebbe avuto paura ad accusare Socian a dei carabinieri che già sapevano della colpevolezza di Socian.

Il fatto é che i partigiani vengono descritti, a seconda del tipo di emotività necessaria, ora come sparuti gruppi di elementi alieni alla comunità della brava gente ed ora come una potentissima rete tentacolare di stampo mafioso e questo non é che un tratto tipico della cultura di destra.

Due elementi di cultura di destra: autoassedio da bacilli corruttori e culto dell'uomo della provvidenza

Perfetto concentrato di cultura di destra: autoassedio da bacilli corruttori esterni, culto dell’uomo della provvidenza, mito del martirio intenzionale, culto nobilitante della violenza e, non detto, elogio della sottomissione volontaria (fonte)

3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE

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Come visto il testo insiste molto nel ricordare che l’intera comunità fosse spaventata dai partigiani, ma quando tenta di documentare azioni dei partigiani verso la comunità i casi segnalati sono pochi ed estremamente lacunosi:

A pag.110 Myza Komac testimonia di aver visto “una donna, in cortile, mentre veniva uccisa dai partigiani” (pag.110) ma non viene riferito né chi fosse né quando ciò sarebbe avvenuto né di cosa fosse accusata (era forse una spia nazista?). Tuttavia il testo riporta anche l’opinione di Myza secondo cui “facilmente intendevano uccidere il marito di lei, non lei”. Come e perché sia giunta a tale conclusione non é dato sapere anche perché nemmeno il nome del marito viene rivelato.

A pag.42 si dice che Socian girasse casa per casa “col mitra spianato” ad obbligare gli uomini a seguirlo, specificando che “Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace”. Non viene però segnalato neanche un caso di persona ammazzata per aver rifiutato di unirsi a Socian.

A pag.205 Francesco Mrakic testimonia: “Socian in quel periodo andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola, perché diversi lui li faceva fuori seduta stante. Molti partigiani che io conosco sono stati costretti da lui a seguirlo solo per le troppe minacce ricevute. Anche con me ha usato lo stesso sistema”. Essendo ancora vivo si suppone che dunque Mrakic sia entrato a far parte della banda di Socian. Era dunque uno dei partecipanti della strage? Era un comunista? O un partigiano cattolico antislavo? Anche qui il testo non dice più nulla.

Un po poco per affermare che i partigiani facessero più paura dei nazifascisti le cui stragi pubbliche sono riportate anche dallo stesso Russo.

Eppure quando Russo deve elencare azioni partigiane le uniche di cui fornisce dati certi sono i sabotaggi (perlopiù alla centrale):

I partigiani compirono numerose azioni tra il 10 ed il 30 settembre 1943 (pag.51); il 10 ottobre 1943 fecero deragliare due treni della miniera (pag.51); pochi giorni dopo assaltano un furgone pieno di ufficiali tedeschi (pag.52); qualche settimana dopo falliscono nel tentativo di far scoppiare un altro trenino della miniera (pag.52); il 19 dicembre, con l’aiuto di alcuni operai, danneggiano parzialmente la centrale termoelettrica della miniera e quella idroelettrica di Plezzut (pag.52); gli scontri tra partigiani e tedeschi erano all’ordine del giorno, sia sulla strada che alla miniera (pag.54); un giorno riescono a far saltare le pompe del quindicesimo livello (pag.55); un’altra volta minarono il “frantoio” della miniera ma alcuni alpini ne impedirono lo scoppio (pag.55). E’proprio a causa di queste numerose azioni che il 4 gennaio 1944 l’ingegnere della miniera, che dava ordini ai soldati tedeschi

Ma nonostante ciò Russo afferma per ben due volte che l’assalto alla centrale elettrica di Bretto fu del tutto inaspettato (pag.77,100)

Interessante notare come proprio nel raccontare una di queste azioni, a pag.54, nel riportare un’azione gestita male dai partigiani é obbligato a rivelare anche che i partigiani sapevano essere magnanimi (lasciando libero l’ostaggio italiano), che anche un altro dei parroci locali era filotedesco, che i tedeschi torturavano i partigiani ed a nascondere la fine che fece il soldato tedesco rapito (forse per non rivelare che NON fu torturato?).

Le azioni partigiane che Russo meglio descrive sono elencate nel sottocapitolo 5.11 e, posso già anticiparlo: sono solo azioni di sabotaggio.

3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI

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La differenza di trattamento dei vari personaggi di questa storia può esser riassunta da un solo aggettivo: cartoonesco. Il modo in cui ogni singolo personaggio viene introdotto, le osservazioni sulla sua persona, sul suo agire sono elementi particolarmente chiarificatori delle griglie concettuali entro cui l’autore si muove. La descrizione dei dodici é molto dettagliata ed é inserita in un rapporto perfettamente dicotomico con i partigiani.  Per ogni carabiniere v’é una breve biografia, la descrizione della famiglia e degli affetti, dellle abitudini quotidiane e la vita di caserma. Sono tutti dipinti come dei bravi ragazzi, sani, onesti, timorosi di Dio e con la testa sulle spalle a cui é capitata una disgrazia terribile. Questi alcuni dei modi in cui vengono descritti:

disgraziate vittime predestinate / poveri, semplici uomini italiani con la divisa di carabiniere addosso / Erano italiani e carabinieri e volevano esserlo fino in fondo / patrioti / devoti / Avevano fatto il proprio dovere, fino all’ultimo / designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire / (per i carabinieri) era giusto morire con onore, nel nome dell’Italia che avevano sempre amato e difeso / L’importante era non aver paura, non mostrare loro, ai partigiani, di aver paura. Se dovevano morire, come ormai era chiaro, era giusto morire da eroi. Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori! / poveri, inermi e incolpevoli / 12 inermi e pacifici carabinieri / 12 figli

La vicinanza ai dodici si esprime anche indirettamente, ad esempio riportando le testimonianze e le foto dei loro parenti e le peripezie di questi per ottenere il trasferimento delle salme, aneddoti come quello della civetta che cantò il 24 marzo (pag.223) o della lana che la signora Koserog doveva usare per fare dei guanti ad uno di loro (pag.70,72,200,245). O con la testimonianza di Nino Mafezzini, che quel giorno sarebbe dovuto essere  in caserma e quindi si salvò, o ancora riportando dettagli di contorno, come il nome del falegname che preparò le loro bare (pag.173) e numerose testimonianze di gente del posto che conobbe i militi o che ne vide i corpi martoriati.

L’intento, peraltro esplicito, del testo é quello di riabilitare la figura dei dodici in chiave eroico-nazionalista e martirologica:

“Certamente sono morti da eroi, certamente sono morti da martiri, immolati per la loro fede e il loro essere carabinieri e italiani” (pag.264)

Numerose le esortazioni al lettore a calarsi nei panni dei carabinieri, nel loro stato d’animo e nelle sensazioni da loro provate, fino al punto di descrivere i PENSIERI dei sequestrati. Ciò però avviene solamente per i carabinieri.

3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE

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Per i partigiani no.
Per i partigiani bastano giusto due dati biografici dei capi e innumerevoli richiami negativi. L’autore non tenta nemmeno di indagare sull’identità dei partigiani che avrebbero partecipato alla strage, se non molto timidamente verso la fine del testo citando solamente i nomi di alcuni partigiani sospettati di poter avuto far parte del gruppo: gli é sufficiente indicare chi fossero i capi che vengono descritti come  esseri barbari e spregevolissimi. Nel testo di Russo i partigiani non sono persone: sono  semi-umani rappresentati dagli aggettivi di disprezzo che gli vengono attribuiti. I partigiani di Russo non hanno amici né storia. I partigiani non hanno una vita: sono solo strumenti di una follia più grande di loro. I partigiani perturbano l’ordine del mondo con la loro stessa presenza. I partigiani non fanno parte della comunità, ma si nascondono all’interno di essa (pag.162). I partigiani non meritano neanche una foto (in realtà una vecchia foto di Socian é presente a pag.255, ma ai partigiani intervistati non viene riportata manco un’immaginina in formato francobollo e ciò da molto a cui pensare se invece a pag.175 troviamo la foto di un fienile della famiglia proprietaria del terreno in cui furono seppelliti i dodici e a pag.246 la foto della famiglia di un ex milite della GNR che partecipò al recupero dei corpi). Se i Carabinieri giunti in paese da poco si fanno subito benvolere e creano un legame con i locali (pag.95), i partigiani originari del posto invece sono malvisti da ogni paesano fino addirittura all’ex vicino di casa anch’egli ex-partigiano (pag.43) e vengono narrati come un corpo impazzito estraneo alla comunità ed alla socialità della “brava gente” del posto. Nel testo di Russo i partigiani non sono ex-soldati o padri di famiglia, non sono persone che hanno una religione o dei desideri: sono semplicemente “partigiani comunisti” e questo basta.

Nel testo di Russo partigiani sono ora tanti ora pochi, a volte appoggiati da molti ma più spesso da nessuno: questi indici di misura però non cambiano secondo criteri oggettivi ma vengono comunicati in negativo e/o per negazione su base emozionale. Per esempio: quando il testo si concentra sul disprezzo della comunità verso i partigiani questi sono solo la banda di Socian, ma quando il testo deve narrare la paura della comunità per i partigiani questi assumono la forma di una rete criminale dai mille tentacoli.

Nonostante la presenza asfissiante dei tedeschi, i partigiani erano onnipresenti, ma invisibili come e più di prima” (pag.214)

Siamo qui di fronte ad una forma del noto paradigma dell’ “immigrato pigro-attivo” che é al contempo “troppo fannullone per voler lavorare” e “così attivo da rubarci il lavoro”. I partigiani sono descritti come “uomini di grande fedeltà e di sicura garanzia” per i loro capi ma al contempo si afferma che sono paesani diventati partigiani solo perché obbligati con la forza e le minacce da Socian: costretti con la forza a diventare belve sanguinarie.

Alcuni dei modi in cui sono descritti i partigiani senza nome (Socian e Ursic sono trattati a parte):

subalterni / sottomessi / quasi riverenti / diabolici / come cani da caccia, tenuti a digiuno e alla catena, cui viene concessa di colpo la libertà di azione e si scatenano violentemente e si avventano rumorosamente sulla preda / assetati di sangue e divorati dall’odio e dalla vendetta / feroci / carnefici / furiosi / violenti / ladri / comunisti fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza (in senso di sberleffo ndr) / “ogni grido disperato di quei poveri malcapitati anzi era per (i partigiani) come un bacio di sollievo e di refrigerio appagante” (pag.127)

Queste descrizioni così estremizzate fan capire fino a che punto in questo testo le persone vengono letteralmente sostituite dai personaggi con cui vengono rappresentate.

Per quanto l’impegno di Russo nel demonizzare i partigiani sia totale, nell’arco dell’intero libro non é in grado di citare un solo caso in cui i partigiani abbiano malmenato/ferito/rapito/ucciso un solo civile ma, essendo obbligato ad elencare almeno alcune cose fatte dai partigiani elenca una serie di azioni di sabotaggio o guerriglia nei confronti dei nazifascisti tentando di porre l’accento negativo dove può, ad esempio quando a pag.52 dove un’imboscata mordi-e-fuggi dei partigiani ad una vettura di ufficiali nazifascisti viene commentata così:

Momenti di terrore indescrivibili coi partigiani che prontamente ed eroicamente guadagnavano la macchia e la popolazione che aveva ascoltato gli spari col cuore più che impazzito!

Quando invece deve descrivere episodi non negativizzabili li segnala freddamente, senza minimamente tentare un’accenno di commento:

Il gruppo di Silvo Gianfrate con un’azione a sorpresa riuscì a circondare ben quattro fortini in mano agli italiani: oltre 100 i prigionieri, lasciati però, subito dopo, liberi di fuggire e di mettersi in salvo. (pag.214)

A questo punto é interessante osservare l’uso dei tre aggettivi strettamente connessi tra loro:  “partigiani”, “slavi” e “comunisti”.

Storia di 12 carabinieri barbaramente massacrati
da partigiani sloveni comunisti il 25 marzo 1944
a Malga Bala
perché italiani

Quando due di questi aggettivi compaiono assieme sono solitamente abbinati a termini negativi come “massacro” (pag.3), “odio e vendetta” “uccisione” (pag.7), “paura” e “minacce” (pag.233), “persecuzioni anche cruente” (pag.39), “uccisione di 12 inermi” (pag.13) “fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza” (in senso di sberleffo ndr. pag.147), “diabolico piano” (pag.81), “Neanche alle bestie si fanno quelle cose” [NB: panino] (pag.205) “massacrati dagli odiati” (pag.219) “paura” “minacciare” (pag.233) “strage diabolica” (pag.247) “terrore” (pag.177) .

Ciò si ripete anche con negativizzazioni più sottili come quella a pag.74 in cui si parla della madre di uno dei “carabinieri” che era “lontano e tra i partigiani slavi”, ossia dando ai “partigiani slavi” la funzione del lupo cattivo della storia. Ciò avviene anche nelle attribuzioni negative specifiche per i capi partigiani, in particolare Socian.

3.06 JOSKO (Franc Ursic)

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Interessante notare l’insistenza con cui Russo continui a chiamare Franc Ursic (Josko) con l’appellativo di “capo (o comandante) supremo” (7 volte), titolo attribuitogli solamente da Russo al posto della reale qualifica di comandante di distaccamento che nel testo viene usata solo una volta (dimostrando che Russo é perfettamente a conoscenza del grado reale di Ursic). Qualifica che Russo dichiara peraltro in maniera molto generica: I capi del distaccamento però, e cioè Frane Ursic Josko, Silvo Gianfrate Srecko, Ivan Likar Socian e il commissario Lojs Hrovat, sembravano […]” (pag.109)
Fatto interessante perché evidenzia la volontà non trasmettere il dato storico reale, ma di caratterizzare il personaggio solamente attraverso lo status, peraltro dipinto come più elevato di quello reale. Il disinteresse umano e storico nei confronti di una determinata parte dei protagonisti della vicenda, confrontata con la vicinanza umana e spirituale ai carabinieri é particolarmente illuminante. E’altrettanto interessante osservare come se da un lato ad Ursic viene riservato un ruolo tanto importante, dall’altro é trattato come una figura assolutamente assente, che non decide né fa nulla. Ursic non parla né agisce né emana alcun carisma: é solamente una mera presenza.

3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)

Come già visto Srecko era ancora in vita all’epoca della ricerche di Russo e quindi lo ha potuto intervistare. Lo descrive come un uomo “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” che li accoglie nel suo “cortile di casa, alberato e fresco” e che solo quando Russo insisteva nel far domande “sul perché di quella strage, si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). Durante l’intervista Srecko descrive minuziosamente alcuni episodi ma Russo lo incalza con domande sulle torture, sul veleno ed i picconi. Srecko s’innervosisce, perde il controllo, alza la voce e risponde che i dodici furono semplicemente fucilati. Russo conclude commentando che i partigiani ancora viventi mantenevano la linea di “insistere su particolari contrastanti” (pag.194) perché quella era la “parola d’ordine”. Il testo non tenta nemmeno di presentare la persona-Srecko, limitando a fornire la descrizione cortese dei suoi modi galanti, la sua reazione violenta alle domande di Russo e la posizione lapidaria dell’autore che sostanzialmente non gli vuol credere. Russo ci informa però che Srecko nacque il 1922 a Oltresonzia (pag.191)

3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)

Come già descritto nel sottocapitolo sulla selezione delle fonti, Russo non nasconde affatto la sua antipatia a pelle per Hrovat. Russo lo descrive come un uomo “sicuro di sé”, di quelli che “tentano di girarti a loro piacimento, per allontanarti dal tuo problema reale” (pag.16). Ma quando Russo e Rinaldi iniziano ad insistere nel far domande che danno per scontata la colpevolezza dei partigiani, Hrovat non si limita a negare come Srecko e risponde per le rime. Ancor peggio che con Srecko, Hrovat non riceve alcun genere d’attenzione: il lettore viene informato che l’intervista avvenne il 19 giugno 1992 (pag.194) ma non viene spesa nemmeno mezza riga di biografia sull’uomo: né data né luogo di nascita.

3.09 SOCIAN (Ivan Likar)

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Particolare attenzione viene riservata da Russo a Socian, il capo partigiano locale. Alcune delle frasi ed aggettivi a lui attribuiti sono:

energico / senza scrupoli / un padreterno, un piccolo dio / autoritario e deciso / focoso / scaltro / insopportabile / sanguinario / macellaio / La gente in genere non gli era favorevole / amava la guerra, per sua natura / Era considerato un dio dai suoi tanti ammiratori e sostenitori, il piccolo dio della Coritenza / In pochi anni si era creato una fama terribile in zona, tanto che al suo nome diverse donne si facevano velocemente il segno della croce invocando ripetutamente Dio / Andava casa per casa, da gente amica e sconosciuta, col mitra spianato […] per costringere gli uomini a darsi alla macchia con lui e gli altri partigiani / Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace / guerriero nato, istintivo, specialista in mille trucchetti di guerra /

Russo insiste nel ricordare come Socian fosse malvisto dall’intera comunità, tanto che nel dopoguerra le madri apostroferanno i figli indisciplinati con lo spauracchio del partigiano urlando “Siete dei Socian!”, ma che all’epoca dei fatti tutti lo riverivano per paura. Così come per i partigiani in generale il testo non riporta nemmeno l’esistenza di una sola persona favorevole a Socian (tranne Boris che però é già descritto come vittima del “virus partigiano”), il che é strano se si considera che é lo stesso Russo a far notare per ben quattro volte che Socian viene celebrato come “eroe nazionale della Jugoslavia” (pag.14,19,215,257). Un eroe nazionale senza nemmeno un sostenitore? Non é che forse Russo ha dipinto l’intera comunità come omogenea alle posizioni di una sola parte evitando di mostrare la parte opposta della comunità rimuovendone le opinioni dal proprio quadro? In effetti vi é una certa linearità nel celare una parte (metà?) della comunità come se non esistesse se si vuol trattare i partigiani, che proprio da quella parte della comunità emergono, come un’entità aliena.

Non bastasse si aggiungono anche alcuni aneddoti melensi utili solo a negativizzare l’immagine di Socian, come l’aneddoto riportato a pag.215 che qui riporto per meglio far comprendere il livello: é il caso di quella che all’epoca era una bambina e che proverà “enorme delusione e una profonda amarezza” nei confronti di Socian in quanto gli promise di regalargli una bambola ma poi se ne dimenticò. (pag.215)

(Socian é ferito nel bosco ma viene accudito da una donna ed una bambina che vivono in una malga nei dintorni. E’ proprio la bambina che si occupa materialmente di portare il cibo al ferito ndr) “In questa occasione Likar riuscì ad accattivarsi la fiducia e l’affetto di quella ragazzina, a cui promise che, a guerra finita, le avrebbe fatto pervenire una bambola quale segno di ringraziamento. Ma poi non manterrà la promessa, anzi, incontrandola, non la riconoscerà neanche e la giovane di Fusine conserverà di lui, nel frattempo riverito eroe nazionale comunista sloveno, una enorme delusione e una profonda amarezza.”

Socian é un demone che si, é nato da queste parti ma non é un membro della comunità: é un mostro che deve solo essere combattuto.

Ma a pag.43 il Luciano Riccardo Aldegheri, vicino di casa dell’ormai defunto Socian, ricorda come a questi venisse data la colpa per qualsiasi cosa succedesse:

“Col tempo, nella zona del Coritenza e dell’Alto Isonzo s’era fatto un nome, come partigiano prima e come capo partigiano poi, tanto che a lui veniva attribuito qualsiasi tipo di azione, sia in bene che in male. Qualsiasi cosa succedeva insomma, la frase era unanime: E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente”.

Russo ricorda soprattutto come “l’intera comunità” se la prese con Socian per un caso in particolare, avvenuto nell’ottobre del 1943.

3.10 I CUGINI STRONZI DI GERMANIA

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(fonte: qui)

Nell’ottobre del 1943 “circa nove soldati tedeschi furono attaccati presso Passo del Predil vicino allo sbocco della galleria di Bretto. 3 (altre fonti parlano di 4) militari venero uccisi. Il giorno dopo i tedeschi circondarono Bretto, incendiarono tutto il paese e fucilarono tutti gli uomini radunati (il più giovane 16 anni)” (fonte:  straginazifasciste)

Il ricordo dell’incendio e delle uccisioni da parte dei nazisti resteranno scolpite nella memoria della comunità locale (pag.43)

NB: Si dia per accettato che quando il testo parla di “comunità locale” intenda un’unica ed armoniosa comunità omogenea, la Pufflandia di Russo. Il rastrellamento venne ordinato da un certo Hempel, commissario tedesco del tarvisiano:

“A Bretto Superiore i soldati tedeschi operanti nella battuta, rinvenuti nelle abitazioni civili materiali di armamento e munizionamento nonché forti quantità di vestiario militare, incendiavano diverse case ed arrestavano alcune persone accusandole di collaborazionismo partigiano” (pag.240).

Anche militi italiani in servizio al passo Predil raggiunsero Bretto per seguire le operazioni.

Dalla testimonianza del carabiniere Brunero Caselli: “ […] i tedeschi rastrellarono tutti gli uomini, per lo più sloveni italianizzati dopo la guerra del 1915/18, e ne fucilarono 17. Quindi raggrupparono tutti i ragazzi che riuscirono a trovare, li misero davanti alla colonna che stavano formando e tutti insieme prendemmo la strada per il Passo. Con quello “scudo umano” i “titini” non osarono attaccare….” (pag.52)

I corpi vennero lasciati esposti per fare da esempio ai passanti finché, giorni dopo, il parroco Ival Hlad ottiene dalle SS il permesso di seppellirli (pag.53,62). Tuttavia, a detta di Russo, “l’intera comunità” non se la prende più di tanto con i nazifascisti per la strage da essi compiuta, e per l’incendio delle case bensì con Socian ed i suoi partigiani, colpevoli di aver provocato i tedeschi (pag.208)!

Qui la cosa si fa davvero eclatante:
I partigiani uccidono 3 o 4 tedeschi. I tedeschi per rappresaglia, anziché dar la caccia ai partigiani uccidono 16/17 civili ed incendiano l’intero paese (uccidendo un’altra persona rimasta in una delle case incendiate). E qual’é il commento di Russo a ciò? NESSUNO. Pagine e pagine a riportare sensazioni e voci di paese riguardo a Socian ma un’evento devastante come questo viene risolto sbrigativamente:

“Non è il caso di soffermarci oltre su questo”. (pag.12)

Ciò che traspare é un’impostazione del tutto accondiscendente verso la rappresaglia tedesca, come se fosse naturale ed accettato che ad un’azione di guerriglia i nazisti rispondessero ammazzando civili inermi. Possibile che delle persone intervistate dal Russo non ve ne fosse nemmeno una che abbia speso qualche parola contro i tedeschi? Possibile che TUTTI abbiano addossato la responsabilità della strage nazista ai partigiani? Quegli stessi partigiani che per il solo fatto di esistere dovevano essere supportati proprio da una parte della comunità che nel testo di Russo non appare mai? Il non detto che emerge da questo testo é strettamente connesso alla narrazione ipersemplificata della comunità dei Puffi: da un lato la brava gente che fa parte di una comunità armoniosa e pacifica (che é però disposta a sottostare “per amor della tranquillità” ai nazifascisti nonostante ne siano intimoriti) e dall’altro i partigiani: sparuti ed isolati bacilli esterni alla comunità che portano solo caos, distruzione, follia e morte in quanto aizzati dal demone-Socian. Qui siamo dinnanzi ad un topos ben noto della mitopoiesi fascista: quello del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto”!

Bisogna spendere anche qui qualche parola…
Giusto per capirci: se domani un esercito alieno invadesse la Terra e dicesse ai terrestri “per ogni alieno che ucciderete noi ammazzeremo 300 umani” la soluzione sarebbe non combattere? Ecco, questo é sostanzialmente ciò che sostiene chi, in altri contesti, si fa bandiera di concetti quali onore, dovere, sacrificio, coraggio: l’elevazione della codardia a dovere morale.

Peccato che, come già visto, per far reggere la narrazione del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto” Russo é costretto a nascondere l’esistenza di un’intera fetta della popolazione e mettere sbrigativamente in secondo piano episodi come l’uccisione brutale di una quarantina circa di partigiani, a passare l’improbabile tesi che nessuno in paese abbia attribuito la responsabilità della rappresaglia tedesca ai tedeschi stessi, ad usare ogni elemento negativo disponibile (per quanto parziale e strumentale)  per demonizzare i partigiani ed agire in maniera specularmente opposta con i dodici sequestrati senza nessun interesse a fornire un quadro più realistico di una comunità divisa in vari gradi fra filocollaborazionisti e filopartigiani. Russo non lesina descrizioni sulla bontà d’animo del dirigente austriaco Krivitsch che tanto s’é fatto amare dalla gente del posto ma poi non osa commentare il fatto che proprio dei paesani lo uccisero nel maggio del 1945 (pag.50).

Nel testo i tedeschi sono una presenza malsopportata ma umana che manifesta violenza sui civili solo per colpa dei partigiani ed a causa della situazione in cui si trovano. I tedeschi sono descritti come un’entità ALTRA (per cui é possibile criticarne le brutalità) ma non ALIENA quanto i partigiani comunisti. Se i partigiani vengono da un’altro pianeta e non sono nemmeno  classificabili come umani, i tedeschi sono lo stronzissimo cugino d’oltralpe che fondamentalmente non sarebbe diverso da noi ma, per l’appunto, é stronzissimo e ci stiamo un po sui coglioni a vicenda ma é sempre meglio degli alieni comunisti.

Ecco che i tedeschi possono essere anch’essi antiitaliani (pag.39) e dei criminali che compiono atrocità inenarrabili come gli esperimenti coi gas sui prigionieri del campo di sterminio della Risiera di San Sabba (pag.191,253), ma al tempo stesso il testo gli riconosce la dignità di chi concede l’onore delle armi (pag.36) ed é possibile che i dirigenti tedeschi delle cave si facciano ben volere dalla gente del posto (pag.50). Concessioni “umane” impossibili da trovare nei confronti dei partigiani.

Se [quegli stronzi dei nostri cugini] provano a comandarci li riempiamo di botte, ma se nei paraggi girano [alieni schifosi], con [quegli stronzi dei nostri cugini] ci tocca, ahinoi, far comunella.

Sostituire [quegli stronzi dei nostri cugini] con [i nazisti] e [alieni schifosi] con [partigiani slavi comunisti] ed ecco che il rapporto dell’autore con i tedeschi é bello che spiegato

Detto in altri termini: vittimismo e chiagni e fotti, ossia lamentarsi delle brutalità dei nazisti ma al tempo stesso tenerseli buoni. Tenerseli tanto buoni da… non chiamarli nemmeno “nazisti”!

Innanzitutto vengono raramente definiti tali: ai termini “nazis*” che compare solo 4 volte nel testo, “nazifascis*” (1 volta), “SS” (10 volte), RSI (20 volte), “fascis*” (56 volte) é invece preferito un più neutrale “tedesc*” (oltre 200 volte) e “italian*” (oltre 200 volte).

Una nota va fatta sull’uso di “fascis*”: nelle sue varie designazioni il termine “fascismo”, nel testo, viene usato per indicare il movimento politico mentre “fascist*” é perlopiù usato come aggettivo per caratterizzare entità reali e astratte (era fascista / occupazione fascista) ma quando il testo parla di persone, il termine fascist* viene utilizzato con estrema parsimonia (solo 13 volte, a pag.31,37,39,77,78,97,113,159,196,183,210). Stesso discorso su RSI ed SS.

Invece il fascismo, inteso come “entità ideologica”, é presentato come un qualcosa di limitato a Salò. Il testo é come se dicesse “nelle nostre valli il Fascismo con la “F” maiuscola non c’é; qui c’é solo brava gente che vuol -stare tranquilla- assogettandosi all’occupazione nazifascista per amor del quieto vivere”.

Russo insiste molto nel ricordare quanto l’”odio nei confronti degli italiani” da parte dei partigiani slavi sia nato a causa di anni di persecuzioni fasciste (deportazioni, prigionia, scomparsa e/o morte di parenti) e non indaga tale affermazione più a fondo, come se ciò bastasse a giustificare una mattanza in stile “Hostel”. Ma non é l’unico caso di concessione: quando deve narrare di come

“gli alpini italiani si erano serviti del tradimento e dell’inganno ad opera di un locale e non avevano avuto alcuna pietà per i caduti, ben 38, legati con filo di ferro e trascinati a valle come tronchi di legna, orrendamente deturpati e sfigurati (pag.120)

Russo non riporta alcuna traccia di odio o ferocia da parte degli alpini. Nessun viaggio interiore nella psiche, nessun incitamento ad immedesimarsi. Eppure la brutalità degli alpini nei confronti dei partigiani é evidente. Il trattamento riservato da Russo alle ben documentate stragi compiute dai nazifascisti consiste nel sorvolare sbrigativamente trattandole come errori, eccessi di giusta brutalità, normale sacrificio di guerra, mentre al contrario il trattamento riservato alla figura dei partigiani é quello della mostrificazione orrorifica e spirituale.

L’errore di fondo che permea tutto il lavoro dell’autore consiste nell’usare le dichiarazioni su specifici eccessi nazifascisti come concessioni (vedi sopra) per poi ritenere che queste semplici concessioni bastino a garantire una presunta equità di trattamento delle due parti coinvolte (partigiani e nazifascisti): in realtà queste concessioni, perlopiù blande, superficiali o limitate a casi particolari, vengono utilizzate come moneta da spendere nella demonizzazione totale dei partigiani.

“E il piatto di quella infuocata bilancia non poté non pendere in maniera drastica e impressionante contro i prigionieri, rei di essere carabinieri e italiani, vittime designate sull’altare dell’odio e della vendetta nazionalistica estrema: bisognava sacrificare loro, come da programma, perché loro, più di ogni altro appartenente alle forze militari e di occupazione, rappresentavano l’Italia e il governo italiano: nessuna pietà quindi per quei carabinieri italiani, nessuno sconto, anzi l’esecuzione doveva essere terribile e tremenda e doveva servire da monito a tutti gli altri”. (pag.121 – grassetti miei)

Non una mezza riga con questi toni é riscontrabile nelle descrizioni compiute dai nazifascisti. Ammettere anche solo parzialmente alcuni errori dei nazifascisti per dare l’impressione di equità é un “costo narrativo” che l’autore fa ripagare con una mostrificazione della figura del partigiano tanto profonda da volerne descrivere  addirittura l’anima.

Secondo quanto riportato da pag.150 da una testimonianza riguardo a ciò che avvenne successivamente al sabotaggio della centrale e della casermetta veniamo a sapere che vennero chiamati i paracadutisti tedeschi a presidiare la centrale, ma essendo la caserma distrutta presero possesso dell’adiacente stalla di proprietà di Francesco Kemper e nel far ciò ne ammazzarono tutte le pecore per cibarsene. Kemper dovette sottostare all’imposizione facendo buon viso a cattivo gioco.

FERMI TUTTI!!!! Qui il Russo riporta un evidente abuso dei nazisti e ne descrive la malsopportazione del Kemper senza nessuna demonizzazione, nessun aggettivo spregiativo, nessun richiamo a Dio o stragi di agnelli sacrificali: niente di minimamente paragonabile alla visione demoniaca delle azioni partigiane! I tedeschi sono però rei di compiere il sopruso “senza alcuna cortesia” e di non invitare il padrone di casa o i suoi colleghi a “partecipare al pasto” (!!!) mentre i partigiani, come già visto, trasmettono addirittura un “virus” che corrompe tutto ciò che li circonda.

Nel testo le denunce contro le atrocità naziste sono sempre molto generiche o riguardanti “altri” (slavi): quando violenze e soprusi dei tedeschi riguardano “noi” (gli italiani), viene tutto stemperato, ammorbidito. Da un aneddoto minore come i nazisti sgarbati che si mangiano le pecore altrui senza invitarlo al pasto si passa dunque ai nazisti cattivoni che incendiano un villaggio e ammazzano civili ma la colpa non é loro bensì dei partigiani brutti.

3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO

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I partigiani di Russo possiedono una caratteristica interessante: contagiano col loro male tutti coloro che hanno la sventura di starvi accanto. Chi viene “toccato” dall’aura partigiana s’imbruttisce, si corrode dentro, perde l’anima o é costretto a trascorrere un’esistenza fatta di incubi e tormenti. Nessuno scampa: in “Planina Bala” tutti coloro che vengono in contatto con i partigiani restano contagiati (a dire il vero ci sono alcune eccezioni e, come vedremo, sono INTERESSANTISSIME). A questo proposito é interessante osservare i singoli casi, sia di chi s’é preso il virus partigiano, di chi invece al virus ha resistito e soprattutto alcuni casi ambigui:

A pag.97 Russo evidenzia come Boris, appena tredicenne, sia già stato corrotto dalla figura del partigiano Socian: “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore”  e si presti ad emularne la follia.

Lo stesso avviene con la giovane lavandaia Mirka che, pur descritta come ragazza “allegra e socievole un po’ con tutti, di facile amicizia e di amena compagnia” (non si capisce bene se ciò vada inteso alla lettera o sia un modo velato d’intendere che fosse una ragazza sessualmente molto disponibile), corrotta anch’essa da Socian, sviluppa un partecipato entusiasmo nel fare da esca per la trappola: “La Mirka non sembrava affatto in imbarazzo, anzi quella sera era più esilarante del solito, perfino più curata fisicamente e con un entusiasmo accattivante e trascinante” (pag.98).

Anche Maria (Myza?) e Mafalda, rispettivamente sorella e moglie del Lojs Kravanja-Gajger, manifestano la loro corruzione nel gioire dei doni materiali ricevuti dai partigiani in pagamento dei loro servigi. Gioia che viene espressa con la totale indifferenza al fatto che i partigiani lì presenti stessero decidendo della vita o della morte dei dodici sequestrati. La corruzione diviene ancor più esplicita quando con gentilezza ed ospitalità più cordiali e generose del solito (pag.119) le donne versano sale e soda caustica nel cibo per i carabinieri “nella ilarità generale” (pag.122). In epoca attuale Mafalda tenterà di “spegnere ogni entusiasmo” e scoraggiare ogni tentativo di ricerca e di approfondimento” del Russo (pag.15), il che é segno del perseverare nel tempo del virus.

Il fatto che l’anonimo “attivista” di Pluzna tradisca il gruppo di Socian poco dopo avergli servito da mangiare é chiaramente un segno della perfidia e corruzione che lo ha contagiato (pag.214)

Anche i sequestrati vengono corrotti dall’aura diabolica dei partigiani che alimenta divisioni e accuse reciproche e frantuma la coesione umana tra loro (pag.113), salvo ricompattarsi al mattino successivo con estremo pathos e lirismo patriott-ero(t)ico nell’affronto della morte (pag.130), ma nonostante ciò alla fine muoiono tutti.

Russo percepisce i segni del male anche direttamente quando incontra di persona Hrovat, verso il quale nutre immediatamente una antipatia naturale (pag.16)

Pure i partigiani stessi, vittime della loro stessa corruzione, sono in contrasto fra loro (pag.119) ma la loro mostruosità ha sempre il sopravvento, soprattutto a causa di Socian che non ha mai nessun tentennamento nel suo agire satanico.

I nazisti sono a loro volta contagiati dal virus partigiano: da quanto traspare dal testo i nazisti non fanno alcunché di male tranne quando perturbati dal virus partigiano. É a causa del virus partigiano che i nazisti sono costretti a bruciare il paese e fucilare 16/17 civili inermi (pag.43,52)

Anche gli uccelli del bosco, percependo (uno “strano sentore”) la corruzione partigiana ammutoliscono all’alba che precede il massacro (pag.127)

Non ultimo il sole nel cielo, che a poche ore del massacro “sembrava faticare quella mattina a farsi strada, quasi voglioso di nascondersi, quasi voglioso di non vedere o di scomparire” (pag.143) “Perfino il sole s’era nascosto tra le nubi, quasi a voler celare al Creatore della vita quella macabra carneficina” (pag.145).

Gli anonimi contadini che secondo quanto riporta Russo assistettero di nascosto agli eventi di cui non vengono forniti né i nomi né le testimonianze, se non dei generici hanno visto, erano lì si presume ne siano terrorizzati proprio in quanto anche a distanza di anni non rivelano i propri nomi per paura. In almeno un caso questo profondo turbamento viene trasmesso dal padre al figlio semplicemente narrandogli quanto visto (pag.145), turbamento tanto profondo da farlo scoppiare in lacrime nel momento in cui racconta a Russo la “verità” ripetutagli dal padre all’inverosimile. Ma l’essersi tolto questo peso dal cuore che dovette nascondere “per quasi cinquant’anni”, oltre a generare un tremore provocato dalla commozione lo fa sentire “finalmente libero, quasi leggero” come un peccatore che si redime nel sacramento della confessione. Vi sono però delle persone sulle quali il virus partigiano non funziona molto bene.

3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS

Ossia persone venute a contatto con i partigiani ma che non sono state toccate dal virus.

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MYZA KOMAC “una persona gentile e alla mano oltre che delicata e -gran lavoratrice-“ che ne stava lì “in solitudine, in compagnia del silenzio, della natura verdeggiante e delle sue poche caprette” (pag.17,110) e quando testimonia a Russo con fare “dolce” di aver visto i partigiani camminare sui monti con i sequestrati appresso lo fa con “gli occhi lucidi” (pag.18,110). Una donna che viveva una vita fatta di “campagna, le bestie in casa, i bambini piccoli, d’estate le bestie in Bala”, “che sarebbe potuta scorrere tranquilla se non fosse stato per la guerra e per la presenza continua e minacciosa dei partigiani”. Una donna con cui i partigiani ce l’avevano perché non si era unita a loro ed aveva convinto il marito a fare lo stesso.

VITTORIA FOCHESATO “nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione fu quella e non una motivazione economica come nella maggior parte dei casi d’emigrazione di quegli anni non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.

MARIA SULIN “vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune e che Socian “andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola” e che anche con lei “ha usato lo stesso sistema” (quindi le cose sono due: o la signora Sulin é stata partigiana oppure é un fantasma che parla. Hmmm…)

ADA PELLIZZARI “una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.

MARY (sorella di Ursic e moglie di Socian) “una vecchietta gentile, rispettosa, affabile, disponibile”. Racconta di come Ursic venne tradito dai compagni

Cos’hanno in comune queste persone? Sono tutte donne, antipartigiane e che forniscono informazioni utili a supportare la versione dei fatti sostenuta da Russo o perlomeno la sua descrizione del mondo. Interessante osservare come tutte queste donne che forniscono materiale utile vengano descritte con estrema positività da Russo.

 3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA

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Ossia persone venute a contatto con i partigiani su cui Russo non fa alcun commento che possa indicare se abbiano preso il virus partigiano o ne siano rimaste indenni.

IL PADRE DELL’AMICO DI RINALDI di cui non viene data testimonianza di drammi personali, anche se a dirla tutta non viene nemmeno data testimonianza di cosa avrebbe visto (pag.18), di chi fosse e che ne fu di lui (si presume però sia un contadino della Bausiza). Anzi: a guardar bene dice solo di aver seguito i partigiani ed aver “visto tutto” senza fornire alcun dettaglio. Boh? Forse però potrebbe essere inserito nell’elenco delle vittime del virus perché a quanto pare il figlio, semplicemente sentendo il racconto degli eventi appare sconvolto (pag.145) e quindi possiamo figurarci che anche il padre potesse esserlo altrettanto.

GIOVANNI VUERICH, un operaio delle miniere e compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.

VIGJ VENTURINI, alpino del Reggimento tagliamento che aveva partecipato al recupero dei cadaveri a malga Bala prosegue la guerra “un po’ con altri gruppi di alpini, un po’ dandosi alla macchia, un po’ coi partigiani della Garibaldi” (pag.250), ossia brigate legate al partito comunista.

FERDINANDO KRAVANJA. Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.

LUCIANO RICCARDO ALDEGHERI Ex partigiano che si unì al gruppo di Socian ma solo ad ottobre del 1944. Parla molto male di Socian mostrando di non averlo in simpatia e lo descrive come un focoso e spavaldo sanguinario. Al tempo stesso fa notare che “qualsiasi cosa succedeva, la frase era unanime: “E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Pure lui attribuisce a Socian la responsabilità della rappresaglia dei nazisti nel 1943 e dice che la popolazione ed i partigiani stessi non gli erano favorevoli. Dice che tutta la comunità sapeva esattamente cosa fosse successo in malga Bala (pag.149) e che l’azione di malga Bala “certamente era sfuggita di mano agli stessi promotori”.

QUALCUNO DEI SUBALTERNI A pag.120 Russo parla di uno o più partigiani del gruppo di Socian che, mesi dopo i fatti, diranno che forse sarebbe stato preferibile liberare gli ostaggi. Chi sono questi subalterni? Con chi parlarono? Anche questo non é dato sapere…

GLI OPERAI DELLA CENTRALE E LA MOGLIE DI UNO DI ESSI che, tuttavia subiranno all’epoca sospetti ed un’accusa di collaborazionismo, così come un atteggiamento un po incerto da parte di Russo, che si mette nei loro panni quando tentano di salvare la centrale (pag.150) ma poi mette in dubbio la possibilità che la Maria Berlot, moglie di uno di questi, possa aver telefonato alla Direzione della miniera (pag.155) nonostante questo dettaglio sia riportato in una lettera di un colonnello della GNR motivando i suoi dubbi “in quanto quella volta il telefono, specie a Bretto di Sotto, doveva essere un qualcosa di estremamente raro e prezioso e non a disposizione della moglie del sorvegliante della centrale”. La donna infine verrà arrestata perché sospettata di collaborare coi partigiani per essere temporaneamente liberata grazie alle pressioni di un “carabiniere” della GNF ed essere successivamente riarrestata. Altro elemento di dubbio sollevato da Russo a pag.177 é che il 24 marzo (il giorno dopo l’assalto alla centrale) la donna si recò in Bausiza per acquistare “un po’ di burro, formaggio e soprattutto latte”, ed in quell’occasione s’accorge del passaggio di partigiani e sequestrati. Tornata a casa racconta quanto visti ai famigliari, la voce circola e viene arrestata (ma se la fonte di queste informazioni non é Maria Berlot stessa bisogna dedurre che sia uno dei parenti che la tradirono?).
Dinnanzi al caso di una persona che Russo non sa bene se inquadrare come collaboratrice dei partigiani o vittima sfortunata del virus partigiano assistiamo ad una totale assenza di commenti: nessuna invocazione mistica né demonizzazione.

BEPI FLAJS ha invece l’onore di essere il caso più interessante tra quelli qui elencati. Nel testo é l’unica persona citata con nome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. In effetti, pur essendo il testimone più importante dell’intero libro (vedi sotto) é strano non osservare nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come una persona vicinissima a Gajger e Mafalda e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non ci vien detto nulla della fonte principale del libro? Molto strano.

Cos’hanno in comune queste persone e cosa li distingue da quelle che sono rimaste con certezza indenni dal virus partigiano? Sono tutte persone la cui testimonianza é interessante ma potrebbe far stridere la narrazione portata avanti dal libro:

Vuerich testimonia che alcuni partigiani erano operai della miniera e che vi lavorassero anche nei giorni a ridosso dell’uccisione dei dodici. Poiché dalla sua testimonianza sembra che ciò non fosse un gran segreto tra gli operai (e ciò contraddirebbe non poco l’immagine di “comunità unita” che emerge dal testo), Russo non si sofferma su questa testimonianza e passa avanti preferendo non commentare.

F.Kravanja é un ex partigiano e per questo motivo le uniche cornici in cui lo schema di Russo potrebbe inserirlo sono quelli dell’uomo bestiale (come Hrovat) o dell’uomo condannato a vivere in un incubo (come Gajger). Ma F.Kravanja fa un’affermazione che é al contempo utilizzabile ma pericolosa per l’impianto della tesi sostenuta: F.Kranavja critica Socian ma senza avere elementi di testimonianza diretta. Si é dunque di fronte ad una mera opinione personale che potrebbe sembrar avere un qualche valore in più rispetto alle altre in quanto proveniente da un partigiano. Ciò inoltre potrebbe alimentare qualche ragionamento sui tipi di rapporti che intercorrevano tra i vari gruppi partigiani, sulle diverse posizioni e vedute, smontando l’idea di un “unicum” bolscevico. L’autore dunque preferisce evitare ogni approfondimento lasciando solo i commenti negativi su Socian, facendo intendere che anche qui si sia di fronte ad un caso di virus partigiano che porta i bolscevichi a litigare non solo col mondo ma anche tra di loro senza (mai specificarne il) motivo. A differenza dell’affermazione negativizzata di Hrovat vista al punto 2.05 qui non é possibile effettuare un’operazione simile perché anziché avere due affermazioni di cui una completamente accoglibile ed una neutra, qui ci si trova dinnanzi ad un’unica affermazione che per essere accolta va maneggiata con cura.

Aldegheri fornisce una descrizione di Socian perfettamente in linea con l’immagine che ne dà Russo. Ma anche Aldegheri é un’ex partigiano e ciò, come nel caso di Kravanja si rivela al tempo stesso un’arma a doppio taglio: da un lato appare come una fonte “interna” ma dall’altro potrebbe disgregare l’immagine del “fronte unico partigiano” (domanda: premesso che a quanto ne so Socian poteva benissimo essere un impetuoso e passionale figlio di buona donna antipatico a tutti senza che ciò ne faccia un mostro, non é che Aldegheri fosse un partigiano cattolico che ce l’aveva con Socian, magari perché era comunista o per antipatia “a pelle” come quella di Russo con Hrovat? Purtroppo il testo, che a pag. 174 pubblica la foto del fienile della famiglia proprietaria del terreno su cui sorse il cimitero in cui furono sepolti i dodici, non riserva la stessa meticolosità informativa e ricchezza di dettaglio sulle fonti  “interne”)

Il fatto che l’alpino Venturini ad un certo punto decida di entrare in una brigata partigiana non riceve alcun tipo di commento, forse perché obbligherebbe a reinquadrare la resistenza da un “unicum bolscevico” ad una formazione temporanea e variegata.

Del trattamento ambiguo con cui vengono narrati gli operai della centrale si é già detto mentre invece di Bepi Flajs si vedrà in maniera dettagliata più avanti.

3.11.03 IL REMITTENTE

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Russo percepisce nuovamente di persona il male quando incontra Lojs Kravanja-Gajger, il postino dei partigiani: che va ad intervistare “in una stanza più che angusta dove da anni s’era condannato a vivere travolto dagli incubi, mi era sembrato di essere a contatto diretto col diavolo in persona: risento ancora oggi la pelle ritirarsi e raggrinzirsi gelata, al ricordo!” (pag.14).
La vita travolta dagli incubi a cui Gajger (sempre descritto come fedele servitore dei partigiani) “s’era condannato”, é il contrappasso necessario affinché espii i propri peccati. A differenza dei partigiani intervistati da Russo che non mostrano alcun segno di pentimento, delle donne che accompagna con parole di cortesia e delle persone su cui evita di esprimere pareri, dal testo traspare che Gajger ora é almeno interiormente conscio del male con cui ha vissuto e ciò é indice di un possibile ravvedimento e salvazione. Il fatto che Gajger viva travolto dagli incubi é quindi segno di uno struggimento derivante dalla presa di coscienza di esser stato nell’errore ed é grazie a questa frattura che s’intravede la possibilità di una rinascita ed avvicinamento al vero; dunque, la sua testimonianza-confessione, per atto di fede, acquisisce credibilità. Vengono anche segnalati alcuni tratti del Gajger pre-remissione, ossia “duro e scontroso, chiuso, solitario” (pag.112) che, se non sono ancora segni del virus sono indici di un qualcosa che non va e che dimostrano la “natura” incline a contrarre il virus del Gajger.

3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….

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Abbiamo già osservato come il testo preferisca parlare di “tedeschi e italiani” anziché di “nazisti e fascisti” e della mole di aggettivi negativi destinati ai partigiani cui non viene mai riconosciuto alcunché di umano, ma il caso più eclatante é il modo in cui vengono nominati i 12 sequestrati!

INSERTO STORICO – parte 11 –  LE DIVISE DELLA GNR

I membri dell’arma dei carabinieri che aderirono alla RSI vennero fatti confluire nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), forza armata istituita l’8 dicembre 1943 per sostituire ed inglobare i Reali Carabinieri, la MVSN e la Polizia dell’Africa Italiana. I compiti della GNR erano teoricamente quelli propri dei carabinieri anche se in realtà prese parte soprattutto alla repressione contro i partigiani (fonte). La GNR fu una tra le varie formazioni armate repubblichine, definita anche “la quarta forza armata della repubblica” (fonte: Frederick W. Deakin, “Storia della Repubblica di Salò” Torino, Einaudi, 1963; pag.874,875) che agivano con un certo grado di autonomia sia decisionale che di bilancio in un mix di collaborazione e rivalità reciproca. Fu una delle prime milizie istituite dalla RSI e una delle più consistenti per numero di uomini ed armamento per un totale di circa 140-150.000 uomini al momento della sua istituzione.

Il 24 dicembre 1943 la RSI rese noto il decreto istitutivo della GNR che “segnava la cessazione ufficiale dell’Arma dei carabinieri su tutto il territorio della Rsi” (fonte: Giorgio Pisanò, “Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica sociale italiana” Milano, Fpe, 1967; pag.1701). Dopo quella data, dunque, nei territori occupati dalla RSI non esiste più il corpo dei carabinieri.

Teoricamente i carabinieri confluiti nella GNR avrebbero dovuto indossare l’uniforma grigioverde da paracadutista mod.42 ma in realtà la fornitura delle nuove divise fu disomogenea e non sempre completa e quindi la stragrande maggioranza dei militi mantenne l’uniforme mod.33 propria dei carabinieri cambiandone però fregi, distintivi e mostrine (fonte QUI e QUI). Non rare le situazioni in cui, per esempio, una divisa nuova veniva abbinata ad un berretto vecchio o il contrario). Il mantenimento delle unità di provenienza, delle caserme e dell’uniforme spiega come all’epoca restasse nell’uso comune il termine “carabinieri” per indicare militi della GNR provenienti dall’arma dei carabinieri.

Caratteristica della GNR che preoccupava non poco Mussolini fu il fatto che “la maggior parte delle classi tra i 20 e i 40 anni era internata in Germania, e benché la nuova Guardia nazionale repubblicana a parole riuscisse a raccogliere, insieme con i suoi vecchi quadri circa 140-150.000 uomini, si trattava per lo più di ragazzi tra i 15 e i 17 anni senza disciplina e senza addestramento militare” (fonte). Non é il caso dei militi a controllo della centrale di Bretto, le cui età al momento dei fatti andavano dai 20 ai 44 anni.

Dunque: nonostante i 12 militi di guardia alla centrale fossero militi della GNR e venissero indicati come “militi della polizia repubblicana” anche nell’articolo del Gazzettino di Padova pubblicato da Russo (che dichiara di aver trovato documenti sugli eventi di malga Bala proprio “Nell’archivio dell’Ufficio Storico del Comando generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” (pag.153), nel testo i dodici militi di guardia alla centrale elettrica vengono chiamati “carabinieri” oltre 400 volte mentre la loro appartenenza alla GNR viene indicata solo 3 (tre) volte (p.es quando a pag.186 scrive “carabinieri rei di essere italiani e schierati con la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” o la segnalazione a pag.245 che i “carabinieri” della compagnia di Tolmezzo indossavano “tutti e sempre” la “divisa d’appartenenza alla Repubblica Sociale Italiana”).

Perdipiù a pag.176 Russo parla pure di “diverse corrispondenze” tra il “Gruppo dei carabinieri di Udine” e il “Comando Generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” creando nel lettore impreparato l’illusione che nell’RSI carabinieri e GNR fossero due entità distinte.

Anche nel notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 28 marzo 1944 si parla dei dodici militi come “distaccamento G.N.R. ivi di vigilanza” (pagina 31 del notiziario, reperibile QUI)

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Il fatto che nel testo l’autore si rivolga ai dodici sequestrati usando oltre 400 (quattrocento) volte il termine “carabinieri” attribuendogli sfuggevolmente solo per tre volte l’appellativo di “guardie repubblicane”  rende evidente che si tratti di un tentativo di sfumare la loro aderenza al fascismo concentrandosi su una connotazione più neutra e politicamente spendibile (“dodici carabinieri uccisi” é più spendibile di “dodici repubblichini fascisti della GNR uccisi”). A pag.149 Russo dichiara che tutti i dodici militi furono “aderenti involontari” della RSI senza però aver mai specificato in nessuna parte del testo le posizioni personali dei dodici militi nei confronti dell’RSI e del fascismo e dunque senza giustificare in base a cosa sostenga fossero “involontari”.

Il fatto che lo stesso meccanismo avviene anche utilizzando prepotentemente “italiani” e “tedeschi” al posto di “nazisti” e “fascisti” con l’intento di dipingere una comunità omogenea conferma ulteriormente la volontà di Russo di non fare vera ricerca storica ma di propagandare in una forma “vendibile” la (debole) versione dei fatti che appoggia.

3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI

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Come già accennato, la narrazione dei fatti risponde a canoni di mitologia afascista di matrice cristiana. Se l’afascismo si evince dalla premessa storica e dal modo in cui vengono trattati e descritti partigiani e nazifascisti, la cristianità si evince sia dai commenti personali dell’autore che da una lettura degli eventi in chiave martirologica.

Giusto per dare un senso della misura dei richiami alla fede religiosa, il conteggio dei termini usati con tale attinenza religiosa é:

Dio (20 volte), martir* (19 volte) sacrific* (12 volte), infern* (9 volte) diabol* (8 volte), “piccolo dio della Coritenza” [inteso come dispregiativo nei confronti di Socian] (8 volte), tradizion* (7 volte), via Crucis (4 volte), Gesù (4 volte), diavolo (3 volte), Signore (3 volte), Padre (3 volte), Padrone della vita (2 volte), Maria (2 volte), cieli (2 volte), moral* (2 volte), Giudice eterno (1 volta), “furia satanica” (1 volta), Madonna (1 volta), Padreterno (1 volta), sacro (1 volta), spiritualità (1 volta), sovrannaturale (1 volta), Creatore (1 volta)

Si tratta di circa un richiamo ogni due pagine e mezzo: decisamente eccessivo per un testo che si propone di esporre un lavoro di ricerca storico (che dovrebbe limitare il più possibile le interpretazioni personali).

“Certo, solo l’uomo con la sua intelligenza e la sua potenza è capace di gesti così raccapriccianti, di azioni così infamanti e crudeli! Come sarà il loro atteggiamento quando, gioco forza, saranno costretti come tutti gli altri esseri viventi a presentarsi a loro volta in giudizio, davanti al Padrone della vita?” (pag.123)

Ad una lettura attenta non sfuggono nemmeno segnali meno espliciti di religiosità cristiana, come il fatto che a pag.130, narrando della salita dei dodici verso malga Bala (descritta come una “via crucis”), l’autore inserisce alcuni dettagli: la presenza si un maestoso faggio “a tre, enorme, divaricato, quasi impressionante per la sua mole e la sua maestosità” e di uccellini “Ogni tanto vispi pettirossi e gruppetti di cardellini irrequieti saltellavano impazienti mostrando un mondo ormai perso per sempre”. Maestosi alberi trinitari e irrequieti uccellini di un “mondo ormai perso per sempre” non sono elementi casuali: vengono presentati come segni ultraterreni carichi di significava mistica e salvifica.

Gesù invece ha detto: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete tutti figli di uno stesso Padre, il quale fa sorgere il sole sopra i mal- vagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Amatevi dunque tra voi, come lo vi ho amato! E perdonatevi tra di voi, così come chiedete perdono per voi al Padre vostro che è nei cieli!” (pag.265)

La lettura religiosa si lega a doppio filo ad un nazionalismo di fondo che viene evocato sempre attraverso un generico senso d’appartenenza all’essere italiani che si manifesta perlopiù in negativo; in opposizione ai partigiani che non possono far altro che odiare l’Italia:

“Carabinieri rei di essere italiani”, “uccisi perché italiani” ed altre formule simili si ripetono, in maniera esplicita o meno, almeno una ventina di volte.

“Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori!” (pag.142)

“erano stati designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire” (pag.130)

La Patria che emerge dalle parole del Russo é esattamente la “Patria” nel senso primo del termine, ossia terra dei padri, terra del Padre: un concetto di “tradizione” applicato su un territorio e che l’omonima entità-amministrativa che la occupa deve rappresentare. La Patria (nel senso di Nazione-Italia) é dunque un’entità che come un velo deve ricoprire la Patria (nel senso di terra dei padri) con una tale precisione da non esser più distinguibili l’una dall’altra, come una Gerusalemme celeste che combacia perfettamente alla Gerusalemme terrena. E non é la Gerusalemme celeste a doversi adattare a quella terrena bensì il contrario: una volta stabiliti i confini della patria celeste quella terrena deve adattarvisi per rappresentarla materialmente. Italianizzandosi, fascistizzandosi…

 

3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO

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Commenti e richiami religiosi non si limitano ad essere mere note a margine della narrazione ma arrivano a fungere da colonna interpretativa degli eventi, al punto tale che diviene lecito chiedersi fino a che punto determinati dettagli ed episodi abbiano ricevuto (volontariamente o involontariamente) un’attribuzione di peso maggiore o minore affinché meglio rispondessero allo scheletro interpretativo su cui l’autore s’è poggiato. Nello specifico é possibile osservare lo strettissimo parallelismo tra la narrazione del testo con quella della passione di Gesù:

Perpignano che viene obbligato a farsi aprire la caserma come un Giuda obbligato. Il raggiungimento della malga come via Crucis. La vista dell’albero a tre fusti come simbolo trinitario e della danza degli uccellini che mostrano “un mondo perso per sempre” come preannuncio del destino L’offerta di acqua zuccherata come la spugna intrisa d’acqua e aceto. Il peso dei beni fatti trasportare dai dodici come peso della croce. L’indecisione di alcuni partigiani come parallelo dei processi di Caifa e Pilato (il primo dei quali avviene nel bel mezzo della notte, come la notte tra il 24 ed il 25 passata dai dodici in attesa della fine). Socian che impone la sua volontà sui partigiani come i sacerdoti giudaici che spronarono la folla. Lo sberleffo e le risate delle donne della Bausiza che han ricevuto in dono quanto prelevato dalla caserma come i soldati che si dividono le vesti strappate del Cristo. L’ilarità che continua durante la somministrazione del cibo avvelenato come parallelo dei centurioni che si fanno gioco di Gesù ponendogli la corona di spine (con la variante contro-eucaristica dell’avvelenamento in sostituzione del pane e vino eucaristici durante l’ultima cena dei dodici). L’accettazione eroica del proprio martirio (stavolta non in nome del Padre-Dio bensì in nome del Padre-Nazione: patriottismo). Le torture come flagellazione e messa in croce. Gli sputi dei partigiani come gli sputi dei centurioni. I colpi di piccone e di scarponi chiodati come i chiodi della crocifissione. I contadini che seguono la processione ed osservano impotenti come le donne che assistono da lontano alla crocifissione sul Golgotha dietro ai soldati romani. Il silenzio degli uccelli del bosco ed il sole celato come segnali divini. La sistemazione dei corpi sotto una roccia come deposizione di Gesù. Bepi Flajs che sta dalla parte sbagliata ma (testimoniando i fatti) si converte come Longino;  stessa cosa per il ventunesimo partigiano che fugge, come fosse un centurione convertito. Il filo spinato attorno ai corpi come ulteriore parallelo alla corona di spine. I partigiani che prima si vantano del fatto ma poi negano tutto come il triplice rinnegamento di Pietro.

Al termine del massacro, prima che intervenga Gajger a sistemare i corpi, Russo scrive testualmente (grassetti miei):

Erano tutti in silenzio, l’euforia era di colpo svanita e un grosso velo aveva cominciato ad opprimerli in maniera ossessiva: unico loro scopo era ora di allontanarsi in fretta da quell’altare su cui avevano compiuto quel tanto sospirato sacrificio.

E tutto ciò avviene a pochissimi giorni dalla Pasqua (che quell’anno cadeva il 9 aprile)!

Ecco che si esplicita quella che é la motivazione profonda della mattanza così come la trasmette il testo di Russo, ecco che si spiega perché il testo insiste tanto sulla brutalità degli eventi ma vagheggi fumosamente sulle motivazioni che le avrebbero provocate: il significato profondo che ne vuol dare non é né di una strategia di guerriglia (come già visto: non poteva esserlo) né di un evento meramente operativo (troppo brutale e gratuito per esserlo), né di una reazione d’impeto (troppo programmato per esserlo) bensì di un sacrificio rituale, un sacrificio umano!

Ecco che il simbolismo evocato da Russo ed attribuito alle decisioni dei partigiani, che scelgono specificamente i dodici militi non perché casualmente a guardia di un obiettivo strategico, ma perché rappresentanti dei valori che devono esorcizzare ritualmente (l’italianità). Ecco perché opera il ribaltamento dell’azione da sabotaggio con conseguente sequestro a sequestro con sabotaggio di contorno.

Un sacrificio di italiani per rimarcare la propria natura slava e dunque “altra”. E nel testo che tipo di alterità differenzia gli slavi,  dai tedeschi e dagli italiani? L’essere comunisti!

Come nelle peggiori fantasie degli inquisitori rinascimentali che condannavano ad orribili dolori (con la tortura) e morti ritualizzate (in piazza) “streghe” colpevoli di provocare dolori (con la magia) e morti ritualizzate (nei sabba), é impossibile non accorgersi del doppio tipo di correlazione cui si é di fronte! Innanzitutto il parallelismo storico:

BENE – MALE

Fede – Stregoneria

Fede – Comunismo

NOI – LORO

Ed in secondo luogo l’esatto ripetersi di quei meccanismi di proiezione (sempre in senso junghiano) che se tra medioevo e rinascimento han fatto si che il potere dominante (la chiesa) potesse dipingersi un nemico che altro non era se non una versione speculare di sé stesso (messe nere come opposto speculare della messa religiosa, crocifissi rovesciati, bacio mistico col demonio ma sull’ano anziché sulla bocca, contro-rituali ecc…), oggi si ripetono tali e quali seppur adattati al nuovo contesto. Il partigiano, dunque, in quanto comunista (ossia lontano da Dio e dunque affine a Satana) e slavo (“altro”) diviene una figura aliena, la rappresentazione totale del male, l’ ALTRO per antonomasia su cui riversare ogni genere di nefandezza e orrore anche quando [lui] non c’entra(va) niente”: é l’orwelliano Goldstein di 1984 su cui va proiettato tutto l’odio che si porta dentro, é il Babau, il lupo cattivo delle fiabe, Gargamella. I partigiani sono il caos che perturba l’armonia del mondo. Ecco che i partigiani divengono i “satanici demoni delle montagne”; ecco che diffondono il “virus partigiano”; ecco che così come le streghe son colpevoli semplicemente del fatto d’esser streghe, anche i partigiani son colpevoli del solo esser partigiani (la metonimia partigiano = comunista avviene banalmente per generalizzazione); ecco che per dicotomia bisogna rappresentare i dodici come degli esempi di perfezione. Ecco che Russo elogia i partigiani della Osoppo che combattevano contro gli invasori ma accusa i partigiani di Socian che combattono contro i tedeschi usurpatori:  tutto parte dal fatto che partendo da una lettura del mondo fondata su materiali mitologici della cultura di destra e cattolica, il “comunista” é l’attante perfetto su cui riversare (proiettare) tutti i propri mali interiori e poco importa se questi attacchi seguono un filo logico.

Prima ancora di una lotta di ideologie, prima ancora di una lotta di classe, questa é una lotta fra modelli di pensiero opposti e inconciliabili.

Ecco emergere la palese contraddizione per cui agli occhi di chi affonda le proprie radici in un mix di cultura di destra il peggior male attribuibile ad un comunista (ateo che rinnega Dio) é ritenere compia atti di violenza ritualizzata fine solo a sé stessa (gesto inutile) e dunque di senso simbolico, ma sempre inteso (anche se non sempre consciamente) in chiave religioso-spirituale. Un sacrificio ateo per un non-Dio, un contro-Dio, Satana. Il comunismo come (cripto) satanismo. E poiché i partigiani,  essendo per generalizzazione tutti comunisti, si giunge a:

Partigiano = Satanista   

Questa é la chiave con cui il testo interpreta e dà senso alla narrazione della versione strage. La versione conflitto a fuoco viene quindi rifiutata a priori in quanto non leggibile in chiave martirologica poiché non é possibile attribuirle un senso spirituale in quanto NON basata su un gesto inutile.

Per concludere assume significanza anche il valore numerico delle persone coinvolte negli eventi qui trattati: i militi della GNR erano 12 come gli apostoli mentre il numero di 18 partigiani accettato da Russo (pag.147), per lo svolgimento del massacro sale a 21 (pag.127), perfetto contraltare speculare del numero evangelico (12-21). I partigiani come opposto ideale dei militi della GNR.

3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO

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Seppur il testo trasmetta prepotentemente l’idea secondo cui l’uccisione dei dodici aveva come scopo la messa in atto di un sacrificio rituale motivato dalla vendetta, questa non viene mai esposta in maniera esplicita in quanto idea indicibile. Questa indicibilità si spiega perfettamente se si tengono conto da un lato le origini di tale idea: non origini fattuali (non esistono prove o casi simili) bensì dalla proiezione (in senso junghiano) di idee senza parole (in senso jesiano) manifestate attraverso una chiave interpretativa cristiana e dall’altro l’atteggiamento dell’autore che, esattamente come cela i militi della GNR sotto l’etichetta di “carabinieri” ed i nazifascisti sotto le generiche identità linguistiche di “tedeschi” ed “italiani”, lima gli aspetti meno vendibili della sua versione affinché risultino accettabili dal pubblico cui si rivolge.

Per questo motivo il testo non riporta:

Dodici fascisti repubblichini militanti nella GNR uccisi da comunisti slavi in un omicidio rituale

ma scrive:

Dodici carabinieri torturati brutalmente dai partigiani perché italiani

e quel che comunica é:

Dodici giusti martiri torturati e uccisi da demoni comunisti alieni e semi-umani in un atto sacrificale esorcizzante simbolicamente il proprio odio contro la legge di Dio

Il testo dunque deve al tempo stesso comunicare questo senso pur scrivendo apertamente altro (a proposito di proiezione junghiana: qui il parallelo con la tesi di Russo secondo cui le torture che dovevano essere al tempo stesso un messaggio forte ma celato può dar moltissimo a cui pensare) e quindi vengono proposte alcune motivazioni terrene che vengono buttate nel testo senza soffermarsi troppo a commentare (e non é certo un caso se certe informazioni vengono fornite quasi con distrazione, senza soffermarcisi sopra)

pag.120 Russo indica nella distruzione della centrale lo scopo principale dell’azione, ma poche righe dopo specifica che Socian insistette perché i suoi uomini non desistessero dal compito prefissato di torturare senza pietà i militi della GNR per vendicare le persecuzioni subite dalle proprie famiglie ed il massacro di una quarantina di partigiani (“martiri” che “gridavano ancora vendetta”) avvenuto il 26 aprile 1943.

Quindi, andiamo con ordine: Russo sostiene che lo scopo principale era sabotare la centrale (pag.120), ma anche vendicare il popolo slavo (pag.77) del massacro di decine di partigiani avvenuto il 26 aprile precedente (pag.120) e vendicare pure i partigiani stessi dei soprusi inflitti dai fascisti a loro (pag.214) ed alle loro famiglie (pag.120) perché i partigiani erano divorati da odio (pag.29) anti italiano, ma anche impossessarsi delle armi della caserma (pag.102). Socian dunque convinse i suoi a rapire una dozzina di “carabinieri” militi della GNR scelti perché simbolo dell’Italia (pag.97) nella data, anch’essa simbolo, del 23 di marzo (solennità civile fascista) affinché gli italiani la ricordassero per sempre (pag.121), per torturarli però due giorni dopo in un luogo inaccessibile ove nessun nazifascista si sarebbe mai recato (pag.139) col forte rischio che la scoperta dei cadaveri avvenisse settimane o mesi dopo.

Eppure nel testo, fin dalla copertina, si ripete numerose volte che i 12 militi della GNR vennero uccisi “solo perché italiani” e nonostante a pag.120 lo scopo principale dell’azione sia indicata nella distruzione della centrale, nell’arco di tutto il testo il mantra che viene continuamente ripetuto é quello dell’ “uccisi solo perché italiani”.

Russo non spiega perché la data scelta non fosse il 26 aprile, come parrebbe logico nel caso di una vendetta per un fatto avvenuto il 26 aprile, né perché un’assassinio pianificato per tingere d’orrore la data simbolica del 23 marzo sarebbe stato eseguito il 25 marzo. L’unica giustificazione che se ne evince é che i dodici militi della GNR servissero per trasportare in montagna armi e beni rubati dalla caserma ma appare alquanto bislacca la combinazione di obiettivi simbolico-comunicativi (la strage) ed obiettivi meramente operativo-logistici (sabotaggio e trasporto armi) non tanto in un’unica operazione tattico-simbolica quanto in un pastiche di quelle che appaiono come due diverse operazioni malcombinate (A e B) con quattro diversi obiettivi: l’idea di sabotare centrale elettrica e relativa casermetta (A.1) sequestrandone gli occupanti (A.2) e utilizzarli per il trasporto dei beni (A.3) é già di per sé operazione complessa e aggiungere a tale schema l’esecuzione di un sacrificio rituale (B.4) da svolgersi due giorni dopo la data-simbolo cozza non poco all’interno del quadro (in realtà, come vedremo, c’é un motivo per cui Russo sposta l’uccisione al 25 marzo, ma non ha nulla a che vedere con strategie militari o simbolismi).

Non viene nemmeno spiegato in base a quale ragionamento solo i militi della GNR / Carabinieri sarebbero assurti al grado di “unici veri rappresentanti dell’Italia e soprattutto della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” quando, di fatto, ogni forza armata fascista era di per sé un rappresentante del fascismo e dell’Italia (pag.149).

Lo stesso Russo ammette che l’attività principale dei partigiani della zona consisteva nel portare avanti continui e ripetuti sabotaggi atti ad interrompere o rallentare le attività della miniera (che alimentava l’industria bellica tedesca e di conseguenza il conflitto) e che quindi l’episodio qui trattato sarebbe un caso unico ed assolutamente eccezionale. L’unico caso in cui Socian ed i suoi uomini, anziché mirare ad un obiettivo puramente strategico avessero deciso di compiere una mattanza simbolica rituale.

Russo tenta di dare credito a questa evidente stranezza nelle pagine 186,187 e 188 sostenendo che i partigiani “si erano “fatti prendere la mano” e che quell’azione “risultò oltraggiosa perfino del nome del partigiano e si trasformò in onta vergognosa per il comunismo nascente di Tito”, onde per cui subiranno un processo interno “per aver deturpato l’immagine del partigiano comunista slavo” che porterà a degradare “più di qualcuno” di essi e “lo stesso Socian vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere. Lo stesso Franc Ursic, come stiamo per vedere, verrà isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini, solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala”. Da dove abbia appreso le informazioni su questi processi non é dato sapere ed in ogni caso ciò cozza decisamente con l’idea di una vendetta rituale pianificata per settimane! Ma come? Pianificano per settimane con il “capo supremo” un’uccisione eccezionalmente brutale per rovinare in eterno la memoria del 23 marzo ma proprio il fatto che le uccisioni furono brutali é ora segno del fatto che si fossero fatti prendere la mano?

Brutalità che non doveva essere brutale? Un’azione spettacolare che deve fungere da messaggio ma nascosto? Fatti del 25 marzo che dovrebbero rovinare la memoria del 23 marzo?

3.16 VERSIONE UNIC…..OOOOPS!!!

Più volte nel testo Russo insiste sul fatto che la popolazione locale venne a sapere fin da subito cosa avvenne in malga “fin nei minimi particolari” (pag.183) lasciando intendere che la comunità condivideva la versione dei fatti ora riportata nel testo di Russo senza indagare troppo a fondo il fatto che spesso la comunità accusasse Socian “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Nel testo vengono riportate anche alcuni interventi di persone che avevano saputo dei fatti per via indiretta e di cui non se ne capisce l’utilità se non il fare da pezza d’appoggio alla strampalata ipotesi di Russo.

Ma improvvisamente a pag.185 si riporta che in realtà non circolasse una, bensì almeno QUATTRO versioni dei fatti molto diverse da quella di Russo!

Versioni che Russo sostiene furono propagandate (ma da chi ed in che modo non lo specifica) nonostante “tutti gli abitanti del territorio sapevano ormai per filo e per segno ogni particolare sulla strage della Bala” anche se non osavano parlare a causa della paura (“anzi il terrore”) dei partigiani. Paura sulla cui assenza di motivazioni già si é detto.

VERSIONE UNO: La versione più divulgata e accreditata” diceva che i dodici furono uccisi dai tedeschi per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi.
(La versione più diffusa tra la popolazione locale scagiona del tutto i partigiani ed accusa i tedeschi!) [versione citata anche a pag.196,197,205,208,247]

VERSIONE DUE: Diceva che i dodici fossero stati uccisi da altri fascisti italiani per farne cadere la responsabilità sui partigiani, aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi.
(Anche la seconda versione che circolava scagiona completamente i partigiani ma stavolta incolpa gli italiani) [versione citata anche a pag.196,197]

VERSIONE TRE: Diceva che i dodici furono uccisi dai partigiani in una normale imboscata e poi i tedeschi, scoperti i corpi, li deturparono dentro la malga (da qui il sangue sulle pareti) per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. 
(La terza versione é sostanzialmente quella proposta anche da Franc Crnugelj ed inserisce le uccisioni in un contesto di guerra ma scagiona i partigiani dalle mostruosità addebitandole ai tedeschi per motivi di propaganda) [versione citata anche a pag.197]

VERSIONE QUATTRO: Diceva che i dodici fossero stati uccisi dai Domobranzi (slavi filonazisti)
(Anche la quarta versione scagiona i partigiani accusando un gruppo filonazista slavo) `versione citata anche a pag.193,197,264] 

La semplice esistenza di queste versioni la dice molto lunga sulla qualità delle informazioni giunte in paese. Russo sostiene che i contadini che assistettero alla mattanza raccontarono alla comunità del massacro compiuto dai partigiani, tanto che “Tutti sapevano fin nei minimi particolari” (pag.14,18,149,183,205,206,207,208,), ma se ciò corrispondesse a realtà non si spiegherebbe la nascita, in una comunità compatta e omogenea nell’accusare sempre i partigiani (pag.43) ed informata di un terribile crimine commesso da quegli stessi partigiani, di versioni favorevoli…. ai partigiani!

L’esistenza di queste versioni la dice pure lunga sulla considerazione di partigiani, fascisti e nazisti all’interno della comunità: solo nazisti e fascisti vengono ritenuti capaci di portare a termine un tale crimine. Molto interessante se si considera che la comunità descritta da Russo era unanime e compatta nel condannare i partigiani.

E Russo come commenta queste versioni? Russo le scarta in toto ritenendole irrealistiche, preferendo la versione ottenuta combinando le proprie fonti (che tra un attimo vedremo). In particolare, sempre a pag.185 asserisce che “è puerile pensare che si possano scongelare corpi, straziarli a crudo con picconi e altro e riportarli poi nella medesima posizione. Mai visto un corpo congelato spruzzare sangue e lasciare tracce così evidenti e macabre come quelle rinvenute da persone ben identificate all’interno della malga.”
Osservazione strana in quanto lo stesso Russo a pag.161 riporta la testimonianza di Nino Mafezzini (“carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme) secondo cui i corpi, a diversi giorni di distanza erano ancora in grado di sporcare di sangue chi li maneggiava: “[…] siamo tornati a valle, sfiniti e imbrattati di sangue umano, quello dei miei compagni, acqua e neve”. Trattandosi inoltre dello stesso teste che a pag.159 descrive i corpi con le parole “erano come sassi, pezzi congelati e deformi” é lecito chiedersi quanto di queste parole vada inteso come mera descrizione figurativa e quanto vada preso alla lettera, specie relativamente al grado di congelamento dei corpi, anche perché secondo la testimonianza di Nino Mafezzini sembrerebbe che non abbia nevicato granché tra il momento dell’uccisione ed il recupero dei cadaveri dato che i segni di trascinamento dei corpi erano ancora visibili sulla neve stessa (pag.158).

Interessante anche notare il fatto che in questo caso venga rimarcato da Russo che le tracce all’interno della malga sono stare rinvenute da “persone ben identificate”, in quanto, effettivamente, le uniche testimonianze di prima mano chiare e certe che Russo ha a disposizione riguardo a ciò che avvenne nella malga non sono quelle di chi partecipò all’uccisione dei dodici ma di chi partecipò… al recupero e identificazione delle salme (Russo non dà alcuna considerazione ala testimonianza del partigiano Srecko ritenendola menzognera)!

 


4.00 LE TORTURE

A questo punto bisognerebbe entrare nel vivo della vicenda, ossia analizzare il lavoro eseguito da Russo per giungere alla sua ipotesi su cosa accadde ai dodici dopo che furono sequestrati il 23 marzo 1944. Tuttavia, per meglio poter effettuare questo lavoro, é indispensabile tenere a mente anche ciò che avvenne nei giorni successivi e quindi  il capitolo inerente al momento-clou della vicenda é spostato al capitolo 7.


5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI

La storia narrata in “Planina Bala” é profondamente debitrice della “storia di questa storia”, ossia delle convinzioni sull’episodio sedimentatesi negli anni tra la popolazione locale. Prima fra tutte la “segretezza” e la vergogna con cui tale episodio veniva raccontato.

 

5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE

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Riguardo alle ricerche dei dodici il testo fornisce indicazioni diverse che, osservate una ad una, danno l’impressione di una totale mancanza di coordinamento e collaborazione tra le forze su cui però spicca l’azione dei tedeschi:

  • Le ricerche cominciarono il 24 marzo 1944 (pag.152)
  • I nazifascisti erano più preoccupati della centrale che della sorte dei dodici (pag.154, 231,)
  • Le operazioni di ricerca venivano seguite e controllate dai tedeschi, i quali, in gran numero, ispezionavano case e fienili alla ricerca di partigiani (pag.162)
  • I “tedeschi” effettuarono rastrellamenti nella zona (pag.236)
  • Le ricerche coinvolsero anche: Guardia Nazionale Repubblicana, Alpini del Reggimento “Tagliamento”, Milizia Confinaria.
  • Italiani e tedeschi “[…] mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio (pag.156)
  • I militi italiani, pur intensificando le perlustrazioni, anche dopo diversi giorni non trovarono nulla (pag.153)
  • I partigiani avrebbero ucciso i dodici senza usare armi da fuoco perché i nazifascisti erano alle loro calcagna e non volevano attirarli col rumore.
  • Gli alpini del “Tagliamento” intensificano le perlustrazioni ma senza alcun risultato.
  • I “carabinieri” di Tarvisio della compagnia “Tolmezzo” non partecipano alle ricerche né avevano un’idea chiara di cosa sia successo (pag.219)

La fonte più interessante presentata da Russo riguardo alla situazione post-sabotaggio che ci viene presentata é una lettera inviata il 25 marzo 1944 dal ten.col.Angelo Viticci, comandante del Gruppo di Udine della Legione “Carabinieri” al Comando generale di Trieste di cui vengono riportati alcuni stralci inframmezzati da una trascrizione di Russo del testo (testo che si apre con un riferimento ad una precedente segnalazione della tenenza di Tarvisio numero 4/22 del 23 marzo 1944). La divisione fra testo citato e trascrizione non é chiarissima ma presumendo che gli stralci non virgolettati siano quelli trascritti se ne desume:

“verso le ore 21 del 23 corrente certa Bertolotti Maria ecc. ecc., moglie di Giacomo Koserog, sorvegliante della centrale elettrica di Bretto Inferiore, a mezzo telefono informava la Direzione della Miniera che circa mezz’ora prima i partigiani avevano fatto saltare detta centrale dove doveva trovarsi il marito, del quale non aveva notizie, aggiungendo che nulla sapeva dei carabinieri addetti alla sorveglianza della centrale stessa”.

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] Alle ore 23 il sottotenente Squadrelli avvertiva la tenenza di Tarvisio dell’accaduto precissando di aver già informato il comando tedesco, il quale la stessa sera aveva inviato un reparto del Presidio tedesco di Plezzo.

“Nelle prime ore di ieri unitamente al predetto ufficiale, all’ingegner Hempel e a personale della miniera stessa, il comandante la tenenza si è recato per le indagini del caso, a Bretto”

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] dove poco dopo è giunto il comandante della compagnia di Tolmezzo, Santo Arbitrio. In occasione di quella ispezione, venne constatato che gli ordigni esplosivi avevano danneggiato una turbina, il fabbricato della centrale e altri accessori elettrici dei quadri, mentre

“la vicina casermetta ove alloggiava il distaccamento dell’Arma”

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] era andato completamente distrutta. Segue l’elenco dei carabinieri in servizio,

“della sorte dei quali non è stato possibile raccogliere alcuna notizia”.

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO]  Dall’interrogatorio degli operai Andrea Cuder e Giacomo Koserog il gruppo in visita riuscì a sapere che il pomeriggio precedente il vice brigadiere e due carabinieri, uno dei quali -con biancheria sporca che recava alla lavandaia-, si erano allontanati dalla caserma e che verso le 18 erano stati visti in un bar di Bretto.

“Non è stato assolutamente possibile stabilire come i partigiani siano riusciti ad agire indisturbati né quale sia stato il comportamento dei carabinieri dato che nessuno ha udito colpi d’arma da fuoco da lasciar supporre un conflitto”.

“Gli operai Cuder Andrea, Koserog Giacomo e Komac Giovanni hanno dichiarato di non aver riconosciuto nessuno dei banditi che parteciparono all’azione criminosa e che si presume si trovino accantonati in zona prossima a quella compresa tra la chiusa di Plezzo e Plezzo.”

“Sono in corso i lavori della centrale la quale a quanto si presume potrà essere messa in efficienza fra una decina di giorni”.

Russo fa notare che la lettera é incentrata più sui danni alla centrale che alla sorte dei dodici.

Io faccio notare che le parti non riportate in originale hanno tutte in comune il contenere i riferimenti di grado e compagnia delle persone e degli enti citati, ossia, in originale, potrebbero essere rivelatori della loro appartenenza alla Guardia Nazionale Repubblicana. Faccio pure notare che il sottotenente Quadrelli, saputo del sabotaggio della centrale avverte PRIMA il comando tedesco e solo dopo la tenenza di Tarvisio, il che offre un’immagine molto chiara della gerarchia tra diversi corpi coinvolti.

In sostanza il quadro sembra questo: partirono immediatamente operazioni di ricerca gestite dai “tedeschi” che, in gran numero, controllavano seguivano l’intera operazione di ricerca ispezionando e mettendo a soqquadro case e fienili (pag.162) mentre le diverse milizie italiane, che erano sottoposte agli ordini tedeschi (pag.152), sembra non furono ben informate dei fatti: parrebbe che alla tenenza di Tarvisio della GNR non abbiano avuto un’idea precisa di cosa fosse accaduto ai loro colleghi di Bretto (pag.219) se non ad alcuni giorni di distanza (pag.200) né sapessero bene l’una cosa stesse facendo l’altra (un banale esempio di come funzionassero le relazioni quotidiane tra i diversi corpi é l’aneddoto a pag.200,201) nonostante gli operai della centrale avessero chiaramente indicato il responsabile in Socian (che era noto alle autorità, tanto che ne possedevano anche una foto segnaletica) nessuno della comunità locale che (secondo l’autore) seppe fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149) in quei giorni e in quelle settimane si preoccupò di assicurare alla giustizia il tanto temuto e famigerato Socian e far piena luce sugli avvenimenti comunicando ciò che sapeva.

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FERMI TUTTI!!! In precedenza Russo afferma che diversi contadini furono in grado di seguire di nascosto partigiani e “carabinieri” fino alla malga senza farsi notare nonostante quei territori fossero territorio incontrastato dei partigiani comunisti (pag.99) e che i partigiani vennero già visti al mattino successivo da diversi contadini e bambini ed ora dice che i nazifascisti brancolarono nel buio per giorni.

Anche qui c’è qualcosa che non torna: Russo sostiene che la popolazione avesse in simpatia i “carabinieri” militi della GNR, che fosse impaurita dagli odiati partigiani (che, come già visto: sono pochi e isolati quando li si odia ma tanti ed appoggiati da una rete tentacolare quando se ne ha paura), che il parroco di Bretto invitasse pubblicamente i concittadini a non parteggiare per i partigiani e che succede? Quando i tanto odiati partigiani rapiscono i tanto amati militi della GNR non v’é una sola persona che fornisce manco una dritta anonima ai nazifascisti, né i nazifascisti tentano di ottenere informazioni da uno dei contadini? Nessuno interrogò mai i contadini della Bausiza? Si parla di ispezioni in case e fienili ma il contrasto tra: [odio per i partigiani+simpatia per i dodici+immediata e precisa conoscenza degli avvenimenti] e [mancata collaborazione con milizie in cerca dei dodici] stride non poco.

“I tarvisiani in quei giorni di Pasqua di quel 1944 non si dimenticarono dei loro carabinieri barbaramente massacrati dagli odiati partigiani slavi e più di qualcuno si portò fino al nuovo cimitero oltre Tarvisio basso, sulla strada per Cave, per una preghiera e un mazzo di fiori” (pag.219)

Per giustificare ciò Russo si appella al terrore della popolazione sia nei confronti di quei partigiani di cui non é stato in grado di documentare nemmeno un solo atto certo di inciviltà verso la comunità locale, sia dei nazisti che quando compiono una strage ed incendiano l’intero paese comunque non ne sono fino in fondo responsabili.

Il perché non avvenga alcun tipo di operazione di rappresaglia contro i partigiani non viene affrontato da Russo nonostante la stranezza della cosa!
Ma come? Cinque mesi prima, per l’uccisione di tre-quattro dei loro, i nazisti compiono una strage ed incendiano un’intero paese ed invece adesso, con dodici militi torturati a morte dopo averli rapiti beffando l’intero apparato di sicurezza non fanno nulla di nulla, ma proprio assolutissimamente nulla e Russo non s’interroga sulla stranezza di ciò?

Ciò che viene rimarcato anche da Russo é il fatto che i nazifascisti fossero più interessati a ripristinare e mettere sotto controllo la centrale che a cercare i dodici (pag.153), ma questo di certo non può giustificare una totale assenza di intervento vista la gravità dell’affronto subito.

Russo sembra sostenere che non vi fu alcuna reazione perché essendo concentrati sul ripristino della centrale, i nazifascisti non avessero interesse a colpire i responsabili di quell’affronto, ma al tempo stesso rimarca come, dal momento della scoperta, per settimane la propaganda utilizzò i corpi martoriati dei dodici militi della GNR proprio per colpire i partigiani dipingendoli come dei mostri. Quei corpi deturpati furono per i nazifascisti un’arma eccezionale da scagliare contro i partigiani.

Dunque quando parliamo di nazifascisti parliamo di pasticcioni disorganizzati e dal pugno di seta? O, forse, stiamo parlando di qualcuno che non é stato in grado di catturare/uccidere i partigiani e, per non tirar troppo la corda nei confronti della popolazione locale che già aveva subito una pesante ritorsione in autunno, decise di agire diversamente ed usare questi cadaveri per fare propaganda antipartigiana tra la gente del posto e che quindi maggiore era lo scempio dei cadaveri e maggiormente sarebbero risultati un’arma potente?

 

5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA

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Dopo alcuni giorni (non viene specificato quanti, ma si può presumere ciò sia avvenuto il 30 marzo – vedi pag.162) una pattuglia di tre soldati tedeschi giunse in Bausizia e chiese informazioni agli abitanti della zona su quale sentiero intraprendere per andare da lì fino alla val Trenta (p.155). Chiesero informazioni a Myza Komac, Tona Suler ed il padre Josef. Tutti li sconsigliarono a causa della neve in quota. (NB: si presume che l’unica testimonianza di ciò sia Myza Komac in quanto non vien mai indicato che i Suler siano stati intervistati. Manca invece ogni riferimento temporale sull’evento)

Da qui in poi il racconto prosegue come in altri punti senza citare alcuna fonte ma proponendo due versioni:

VERSIONE UNO: I tre proseguono lo stesso ma sbagliano strada . Dopo diverse ore di marcia vedono malga Bala e vi si avvicinano per chiedere informazioni (NB: avrebbero sbagliato addirittura valle senza accorgersene proseguendo “per diverse ore” stando a nord del Pihavec anziché al sud e ciò implicherebbe una conoscenza della zona praticamente nulla). Qui, “con enorme meraviglia” trovano i cadaveri che spuntano “dalla neve come tronchi accatastati” (pag.156) e ridiscendono a valle per segnalare la cosa. Ma Russo osserva che secondo “Qualcuno degli osservatori postumi ritiene che questo episodio può anche non essere vero, in quanto sembra confezionato ad arte (grassetto mio) e propone una seconda versione:

VERSIONE DUE: La scoperta dei corpi sarebbe avvenuta su soffiata di qualcuno della Bausiza o per tradimento di un partigiano.

A sostegno della prima versione dunque v’é probabilmente la sola testimonianza di Myza Komac la quale può solo aver riferito di aver dato indicazioni a tre tedeschi senza però sapere, poi, cosa questi abbiano fatto, che strada abbiano percorso o che emozioni abbiano provato alla vista dei corpi. Non si tratta dunque di una prova ma della testimonianza di una donna che un certo giorno diede un’indicazione a dei soldati e poi non vide quel che accadde.

Ma che trattamento offre Russo alla seconda versione dopo aver citato quella da lui ritenuta veritiera solo una testimonianza che dice assai poco? La scarta perché…non ci sono prove! Per dare maggior conferma a questa decisione rimarca che la gente del posto era terrorizzata degli italiani e dei tedeschi che “mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio” (pag.156) ma al tempo stesso riporta che secondo Gajger i tedeschi furono probabilmente informati da “qualche partigiano scappato dal gruppo” (pag.156), ipotesi che Russo scarta sostenendo che se così fosse i corpi si sarebbero ritrovati immediatamente dopo lo scioglimento del gruppo ad azione terminata anziché a diversi giorni di distanza e che questo partigiano sarebbe stato arrestato (ma non considera che l’informazione potrebbe essere stata data alcuni giorni dopo, né che potrebbe esser stata fatta pervenire ai nazisti per vie traverse, né che eventuali spie fra i partigiani avrebbero potuto esser comode anche in futuro, né che l’informazione potrebbe esser stata fornita in maniera generica come “una malga dopo la piana della Bausiza, nella valletta che porta in val Trenta”) ed aggiunge che “Quei tedeschi non stavano affatto cercando i carabinieri; andavano per conto proprio diretti in val Trenta” (pag.157) senza spiegare in base a cosa possa affermare ciò (NB: bisogna anche osservare che in quei giorni in cui si stava battendo il territorio come non mai per cercare i dodici scomparsi, raggiungere la val Trenta passando a piedi sui ripidi sentieri innevati della Bausiza quando la si poteva molto più agevolmente raggiungere con gli automezzi passando da Sonzia e Trenta a rigor di logica sembra più essere un’operazione di ispezione del territorio che una scampagnata “per conto proprio”).

In ogni caso ciò su cui entrambe le versioni concordano é che i cadaveri vennero trovati dai tedeschi.

5.03 IL RECUPERO DELLE SALME

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L’ex alpino Vigj Venturini testimonia che:

“Poi una mattina siamo stati chiamati e avviati a piedi dapprima verso il Passo Predil e poi verso la Bausiza: l’ordine era di seguire i carabinieri, i militi della Milizia e i tedeschi al recupero di 12 carabinieri scomparsi da una settimana e rintracciati in alta montagna. (pag.159)

Una volta giunti sul postoNella malga era sangue dappertutto, per terra, sulle pareti, sulle travi soffitto […] C’erano alcuni picconi sporchi di sangue, pale, pezzi di legno…” (pag.160 grassetti miei)

Nel proseguire, i tedeschi ci precedevano e sembrava che sapessero già tutto. Da qui il pensiero, mio e degli altri, che a uccidere i carabinieri fossero stati proprio loro! (pag.158)

Mentre l’ex carabiniere e milite della GNR Gino Milanese di stanza ad Udine riporta di esser stato inviato in treno alla tenenza della GNR di Tarvisio dopo che ad Udine giunse la comunicazione del recupero delle salme da parte dei tedeschi.

Quattro salme vengono recuperate il 31 marzo. A causa delle condizioni meteo le altre otto vengono recuperate il 2 aprile (pag.162). I corpi vengono radunati in una fortezza.

Angelo De Guglielmi, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che quando giunse a malga Bala i tedeschi già erano lì (pag.201).

Gino Milanese, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che dei vari militi lì presenti solo i più temerari compirono le operazioni di primo recupero dalla catasta di corpi. Lui personalmente svenne.

Vigj Venturini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che i tedeschi precedevano i militi italiani (pag.158) e che le operazioni si svolsero in fretta nel timore di esser colti anch’essi da un attacco partigiano e che, messi i corpi in teli fatti a barelle, ognuno sorretto da due-tre uomini  li han portati giù per la discesa gelata scivolandovi spesso. A valle caricarono ogni corpo su un mulo e così si avviarono verso la fortezza (pag.159).

Nino Mafezzini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che le barelle vennero improvvisate con teli militari e rami d’albero, dopodiché, una volta portati in fondo al sentiero, ne caricarono due per mulo (pag.161). Inoltre ricorda che i militi che parteciparono al recupero tornarono a valle sfiniti ed imbrattati di sangue, acqua e neve (pag.162)

Cesare Maria Squadrelli, sottotenente del Reggimento Alpini Tagliamento. Testimonia che uno solo dei corpi aveva una ferita da arma da fuoco, probabilmente ad una spalla. (pag.167)

Mafezzini e De Guglielmi, devono spostare le salme, ma prima debbono tentare di identificare i corpi.

“Erano talmente mal ridotti che era praticamente difficile distinguerli uno dall’altro: erano come sassi, pezzi congelati e deformi: una visione terribile e indimenticabile!” (Nino Mafezzini, pag.159)

5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA

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A pag. 136 Nella didascalia di una foto attuale dei ruderi della malga, Russo scrive che

“l’incuria, il tempo e mani ignote hanno fatto sì che di “quella” malga rimanessero solo desolazione e lamiere contorte”

A pag.162 Russo scrive che al termine del recupero delle salme qualcuno incendiò la malga sperando di distruggere i segni della violenza.

A pag.257 Russo scrive che la malga fu data alle fiamme dai militi italiani mei primi giorni d’aprile 1944 quando portarono giù i corpi (e che la malga fu successivamente ricostruita)

Si può presumere l’incendio della malga avvenne al termine del recupero delle ultime salme, ossia il 2 aprile ma é lecito domandarsi fino a che punto un atto del genere possa esser motivato, come sostiene Russo, dal voler esorcizzare un orrore e se ciò non possa esser invece inteso anche come metodo per cancellare delle prove.

 

5.05 PROPAGANDA

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Per i nazifascisti quelle dodici salme massacrate sono uno strumento di propaganda antipartigiana potentissimo e difatti le usano per tirare acqua al loro mulino (pag.173)

Il 2 aprile 1944 anche le ultime salme vengono radunate nella fortezza, dopodiché (presumibilmente il 3 aprile)  vengono caricate su un camion della miniera che su ordine del capitano Max Vogrin viene mandato a fare uno shock-tour per mostrare i cadaveri alla popolazione “per un richiamo e un monito ufficiale alla popolazione locale tra cui si nascondevano da sempre i partigiani” (pag.162).

Il tour comincia a Plezzo dopodiché il camion si reca a Bretto di Sotto per lo stesso motivo. Successivamente il camion sostò brevemente davanti alla chiesa per poi proseguire verso l’officina meccanica dell’autista del camion (Attilio Cumini), con una pompa dell’acqua ripulì alla meglio le salme. Svolta questa operazione il camion proseguì in direzione di Tarvisio per scaricare i cadaveri nel campo scelto per la sepoltura (che avrebbe “inaugurato” il nuovo cimitero) ma ad operazione già iniziata giunse dai tedeschi l’ordine di portare le salme in piazza anche  a Tarvisio e a Cave. Il testo riporta le testimonianze con nome e cognome di numerose persone che all’epoca assistettero al macabro spettacolo (vedi sotto).

I tedeschi appesero sugli alberi della piazza e davanti al municipio manifesti antipartigiani con foto dei macabri dettagli dei corpi martoriati, che furono osservati da numerose persone incuriosite (pag.219), non solo nel tarvisiano, ma in tutto il Friuli (pag.175) e tutti i giornali pubblicarono a ripetizione articoli con foto e particolari agghiaccianti (pag.175).

(i tedeschi stavano) “[…] tirando l’acqua al proprio mulino, cercando di convincere i dubbiosi sulla bontà e sulla necessità di continuare nella loro alleanza per far quadrato comune contro la crudeltà dei partigiani, alleati degli anglo-americani” (pag.173)

“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)

Il 4 aprile 1944 viene tenuta una cerimonia funebre che si protrasse quasi fino a sera cui partecipano paesani e militi nazifascisti. I nazisti perseverarono nell’utilizzo mediatico dei corpi martoriati per convincere la popolazione dell’inaffidabilità degli slavi e favorire una maggior collaborazione della popolazione (pag.175). Russo riporta tre dei testi che circolarono allora:

Articolo giornalistico dell’aprile 1944” di cui non é specificata né la testata né la data né la firma:

L’opera dei “Liberatori” nella vera luce
Metodi comunisti per la conquista del mondo. Questi terrificanti documenti fotografici non richiedono commenti. Sono sufficienti pochi particolari su questa spaventosa strage. Sono i resti mortali di dodici carabinieri, vittime del bestiale odio assassino di una banda di banditi bolscevichi. Le vittime sono state martirizzate il 23 marzo u.s. nelle vicinanze di Cave del Predil. Le vittime denudate sono state poi uccise bestialmente a colpi di piccone.
Ecco i sistemi degli alleati dei “liberatori”!
Caduta la pelle d’agnello con la quale il lupo bolscevico cerca di ammantarsi, ci appare con quali mezzi e sistemi, che giungono fino all’assassinio consumato nel modo più bestiale, s’intendano realizzare le grandi promesse del comunismo: lavoro, pane e pace. Tutti coloro che si ostinano ancora a credere in un comunismo migliore di quello che finora ha macchiato il mondo di sangue, hanno qui un ulteriore esempio da meditare: questo è il vero comunismo, questi sono i sistemi del bolscevismo bestiale, questi gli alleati di coloro che si dichiarano liberatori del mondo, questi i metodi dei senza Dio.
E chi non vuoI sentire e non vuoI capire insulta con la sua incredulità e la sua incoscienza la memoria di migliaia e migliaia di martirizzati dal mostro rosso, mai sazio di sangue.
L’altra mattina sono state tributate a Tarvisio, solenni e commoventi onoranze alle salme dei dodici militi, caduti nell’adempi- mento del loro dovere. I dodici feretri erano scortati da reparti armati italiani e tedeschi; corone di fiori freschi avevano inviato il Comando Militare di Tarvisio e quello di Udine, il Comune di Tarvisio, vari Comandi della C.N.E., compreso quello del Gruppo di Udine, diversi enti e civili.
Dopo impartita l’assoluzione in Chiesa, le salme sono state accompagnate al cimitero ed ivi pietosamente tumulate, nel mentre una triplice salve di fuciliera – sparata da un reparto tedesco – salutava i caduti rendendo onore alla loro memoria.

Articolo del Gazzettino di Padova del 7 Aprile 1944

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Volantino fascista pubblicato in varie zone del Friuli (pag.181):

“FRIULANI”:
Con cinismo diabolico, con atrocità che può scaturire soltanto da cervelli asiatici, i prezzolati dei bolscevichi e del “liberatori” hanno commesso ai confini della nostra Provincia, il 23 marzo u.s. un’al- tra afferrata strage, martirizzando e massacrando dodici carabinieri. Questi martiri del dovere, colpevoli solo di compierlo con dedizione al servizio della Patria, vennero trascinati sulla montagna, denudati, torturati nel modo più atroce ed infine uccisi a colpi di piccone. Crivellate di ferite orribili (a taluni vennero perfino strappati gli occhi), le povere vittime con le gambe legate con fili di ferro, vennero trascinate lontano dal luogo del delitto, gettate in un burrone e coperte di neve. Lavoro, pane, pace è la bella menzogna promessa dai cosiddetti “liberatori”. Ma gli atti di bestiale violenza testimoniano che anch’essi sono pari ai bolscevichi nel sadismo e nella crudeltà. Questi fatti esecrandi non aprono gli occhi anche a voi che finora avete creduto ciecamente alle parole malate dei bolscevichi? Per voi che in buona, ma anche spesso in mala fede, sperate ostinatamente in un comunismo migliore di quello che finora, travestito da agnello, ha macchiato il mondo di sangue, sia questo un monito che apra gli occhi e illumini le coscienze.
Questo è il vero bolscevismo, questi sono gli alleati degli angloamericani, che dopo aver invaso parte della Patria, dopo averla inumanamente devastata, consegnano ancora i nostri bambini alla Russia comunista, perché colà, secondo l’educazione bolscevica, se ne facciano altrettanti bestiali rinnegatori di Dio, quali essi sono. Questi sono i metodi con i quali i comunisti si sono prefissi di conquistare il mondo.
Vorremmo noi italiani assistere alla rovina completa, non solo materiale ma anche morale e spirituale della nostra Patria, paese di antica civiltà della storia gloriosa, senza opporci con tutte le nostre forze a tale tremenda eventualità, in modo da far sì che, in tante immeritate disgrazie che ci hanno colpito, almeno le nostre più sacre tradizioni culturali, religiose e dello spirito siano salve?

E’del tutto evidente che la versione diffusa dai quotidiani e dal volantino di propaganda é ESATTAMENTE quella adottata da Russo.

5.06 C.S.I. TARVISIO

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Da quanto riporta il testo non sembra vi fu un’analisi dei corpi e delle mutilazioni, tuttavia:

“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)

 

Le numerose testimonianze degli italiani che parteciparono al recupero delle salme o assistettero allo shock-tour dei cadaveri sono sostanzialmente concordi nella descrizione dei particolari più impressionanti delle mutilazioni subite, anche se in alcuni casi non é chiaro se i testi citati da Russo raccontino ciò che hanno visto di persona o ciò che veniva raccontato in paese. Al solito vien dato ampio spazio alle emozioni si orrore e sgomento provato da questi testimoni che all’epoca erano perlopiù bambini.

  • semidenudati (pag.167)
  • quasi tutti nudi (pag.167)
  • qualcuno aveva come stracci addosso (pag.167)
  • nudi, con addosso alcuni stracci (pag.199)
  • le salme erano livide (pag.168)
  • diversi buchi sulla fronte, sul petto, sul collo (pag.167, 173)
  • un chiaro colpo d’arma da fuoco sulla spalla di uno dei cadaveri (pag.167)
  • si vedevano i segni dei chiodi degli scarponi (pag.168)
  • segni dei chiodi delle scarpe ben evidenti in faccia (pag 199)
  • qualcuno aveva la bocca come cucita con fil di ferro (pag.168)
  • qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno ai piedi (pag.167)
  • qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno al collo stretto sulla bocca (pag.167)
  • qualcuno aveva il fil di ferro che stringeva la bocca (pag.199)
  • qualcuno era senza occhi
  • qualcuno forse non aveva più gli occhi (pag.168)
  • i testicoli in bocca (pag.199)
  • i genitali “congelati” in fronte (pag.199)
  • genitali strappati (pag.173)
  • qualcuno aveva il petto squarciato (pag 199)
  • qualcuno aveva le braccia distorte (pag. 199)

Maggiormente interessanti sono le testimonianze dei recuperanti riguardo i corpi:

NINO MAFEZZINI: Mucchio informe di corpi straziati e seminudi sotto un grande sasso / solo un segno d’arma da fuoco su uno dei corpi / corpi accatastati gli uni sugli altri, di cui quello maggiormente deturpato era in cima, il quale presentava ancora fil di ferro ai piedi / talmente malridotti da risultar difficile distinguere l’uno dall’altro / sangue indurito un po ovunque. Vien da chiedersi in una situazione tale come sia possibile comprendere semplicemente a vista se i corpi presentassero ANCHE ferite d’arma da fuoco.

VIGJ VENTURINI: Corpi accatastati sotto un grande sasso / corpi congelati / pochi stracci inzuppati di sangue addosso / evidenti segni di picconate in tutto il corpo e sul viso / cuore fracassato / occhi sventrati / testicoli strappati / fili di ferro alle caviglie e sulla bocca / maciullati e irriconoscibili / alcuni avevano gambe distorte, facilmente spezzate, contorte e poi congelate / corpi violacei con grosse chiazze giallastre

E le testimonianze dei recuperanti sulle condizioni della malga:

NINO MAFEZZINI: pareti e soffitto del casolare macchiati di sangue / sul soffitto materia cerebrale / sul pavimento un solo piccone senza manico vicino a pezzi di legno macchiati di sangue / segni di trascinamento dalla malga al sasso sulla neve (pag.158)

VIGJ VENTURINI: sangue dappertutto nella malga, sia su pareti che soffitto e travi / alcuni picconi sporchi di sangue, pale e pezzi di legno /

Anche qui sorge qualche perplessità: com’è possibile sperare di poter comprendere a vista se su corpi violacei e giallastri induriti dal freddo, segnati da diverse mutilazioni, amputazioni, segni di scarpate, colpi di piccone, filo spinato, graffi da trascinamento, sangue rappreso (e, a questo punto di decomposizione si può supporre anche la fuoriuscita di liquidi corporali dagli orifizi) ci fossero anche fori di proiettile?

INSERTO MEDICO: Nel momento della morte iniziano i un processi chimici di decomposizione che dopo un iniziale rilassamento del corpo portano invece all’irrigidimento muscolare noto come rigor mortis. Lo stato di rigidità si esaurisce dopo un certo lasso di tempo a causa dell’accelerato decadimento cellulare. Vari fattori influiscono sulla durata dei tali processi, in primo luogo la temperatura: se ad una temperatura di 20-25°C la rigidezza dura circa 24-36 ore, a basse temperature il processo può invece durare diversi giorni fino addirittura a fermarsi e bloccare la decomposizione in caso di congelamento e/o assenza d’aria.

Durante il processo di decomposizione uno dei segni più visibili é il cambiamento di colore dell’epidermide, che passa da un iniziale biancore al verde, dopodiché al giallo, fino a giungere al rosso-violaceo ed infine al nero. Come già detto, a seconda delle condizioni e della temperatura cui si trova il corpo, anche queste variazioni di colore possono verificarsi con tempistiche e durate molto diverse. Invece nel caso di cadaveri lasciati immediatamente congelare si passa direttamente da un iniziale bianco bluaceo ad un grigio-giallognolo.

Il colore dei cadaveri dei dodici, descritti dal Venturini come “violacei con grosse chiazze giallastre”  (pag.160) indicherebbe (é una mia speculazione) che il decesso risalisse effettivamente a diversi giorni prima e che la temperatura esterna, almeno fino a quel momento era abbastanza bassa da rallentare il processo di decomposizione ma non abbastanza da interromperlo (ossia: faceva freddo ma non tanto da congelare i corpi), forse perché i corpi restarono all’interno della malga o forse perché le giornate immediatamente dopo l’uccisione non furono eccessivamente fredde ed i corpi furono esposti al sole. In effetti l’inverno 1943/1944 risultò forse quello più mite del decennio ’40 tanto che a febbraio si registrò un insolito aumento delle temperature (fonte: utenti di MeteoNetwork), ma bisogna fare queste valutazioni con cautela in quanto la posizione di malga Bala (a quota superiore ai 1100 metri e dunque soggetta a possibili fenomeni d’inversione termica e sita nel bel mezzo di una valle chiusa in cui i depositi nevosi possono divenire molto voluminosi) non permette di determinare le condizioni meteo del luogo semplicemente da una media delle zone circostanti.

I cadaveri erano dunque “congelati” da diversi giorni, in stato di rigor mortis rallentato dal freddo o si erano “congelati” dopo il 30 marzo, ossia dopo il primo ritrovamento dei corpi? Russo c’informa di “bufere improvvise e violente” tra il 31 marzo ed il 1 aprile (pag.162) che rallentarono le operazioni di recupero ma non segnala nessun caso in cui il maltempo rallentò le ricerche a tappeto nei giorni precedenti. E’ forse lecito chiedersi se i cadaveri non furono invece lasciati all’interno della malga, dove il processo di decomposizione risentiva meno delle temperature esterne, oppure esposti sotto il sole di una fine marzo relativamente mite per poi essere trascinati sotto la roccia grande il 30-31 marzo e congelare durante la bufera immediatamente successiva?

INSERTO BALISTICO Non sapendo che armi avesse a disposizione il gruppo che sequestrò i dodici si può solo fare qualche congettura generica: solitamente i partigiani non avevano una grande disponibilità d’armi e perlopiù utilizzavano quelle che riuscivano a rubare ai fascisti. Il fucile più diffuso era il Carcano Mod. 91, che utilizzava diversi calibri e munizioni, su cui spiccava il modello 91/38 (Mod.91 Cal. 6,5) che montava le 6,5 x 52mm Mannlicher-Carcano, mentre le pistole più comuni era le semiautomatiche Beretta M34 e M35 che utilizzavano proiettili 7,65mm Browning

Le ferite provocate con questi tipi d’armamento possono essere molto diverse, a seconda che si spari un colpo a distanza con fucile,

o un colpo a semi-bruciapelo con pistola,

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(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)

o un colpo a distanza maggiore di 50cm perfettamente centrato,

Ma i casi più comuni sono simili a questo colpi da distanza intermedia (inferiore a 50 cm) che imprimono sulla pelle il tatuaggio della polvere da sparo:

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(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)

Questo tipo di ferite però a volte può essere confuso con altri tipi di lesioni come ad esempio microemmorraggie sottocutanee o morsi d’insetto:

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(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)

Perché faccio questo appunto su microemmorraggie ed insetti? Beh, a causa di una nota che Russo fa a pag.146 quando narra di Perpignano che, mentre é appeso al testa un giù ad una trave dentro la malga:

“[…] perfino delle formiche affamate, attratte sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli. I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!”

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Questa nota merita già un’immediato approfondimento anticipando qualcosa dal capitolo sulle torture: innanzitutto vien da chiedersi che razza di formiche girino in inverno sulle montagne innevate del tarvisiano con un’aggressività tale da farle attaccare un uomo ancora vivo perché attratte dal suo sangue. Ma anche ammesso che una colonia di temibili formiche vampiro del Madagascar si fosse stabilita in Bausiza, da dove ottiene quest’informazione il Russo? Non certo dal Gajger o da Bepi Flajs, né da Hrovat o da Srecko che di formiche non ne parlano affatto. Nemmeno i numerosi intervistati che assistettero allo shock-tour ne parlano (vedi sotto)! Forse non erano formiche ma mosche (a marzo)? O altri insetti insolitamente invernali?  A pag.146 si afferma che i corpi vennero esaminati dal medico Francesco Ferrante di Tarvisio e che fu lui a stabilire che solo un “carabiniere” presentava una ferita d’arma da fuoco alla spalla, il che lascia intendere che forse fu sempre lui a stabilire che quei segni fossero morsi di formica:

“I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!” (pag.146)

Fu Ferrante a stabilire che si trattassero di morsi di formica? E chi é questo signor Ferrante? Era un fedele servitore dei nazisti? O un buon uomo obbligato a sottostare alle loro imposizioni? Un medico imparziale ed esperto in ferite d’arma da fuoco? Un medico di base che perlopiù curava piccoli malanni? Russo ha in mano la relazione del Ferrante? Come sa che fu questo Ferrante a compiere le osservazioni ed a quali conclusioni giunse? Nulla di tutto ciò é dato sapere: queste domande, nel testo, non vengono nemmeno affrontate! Però da pag.71 a pag.74 Russo ci tiene ad informarci approfonditamente riguardo ad una cena dei “carabinieri” a base di coniglio che però, forse, era gatto.

Quei “morsi di formica” erano forse punture d’insetto avvenute post-mortem o tatuaggi d’arma da fuoco? Non possiamo saperlo, ma certo l’aver evocato un poco probabile assalto di formiche appare sospetto, specie perché fatto in un testo che nega un tipo d’uccisione (con armi da fuoco) caratterizzato proprio dal poter lasciare segni confondibili con morsi d’insetto.

Ricapitolando: lo stato dei corpi ci viene riferito da ex militi della GNR all’epoca di circa vent’anni e che, a quanto ne sappiamo, privi di reale esperienza di guerra e contatto con cadaveri o ferite da arma da fuoco. Altre testimonianze sui corpi giungono da coloro che assistettero, perlopiù giovanissimi, allo shock-tour e dalle osservazioni (non riportate direttamente) fatto da un medico di cui non vien detto nulla. Ma se i cadaveri furono davvero esaminati che bisogno ha Russo di specificare a pag.219 che “[…] tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”?

In ogni caso con dei corpi tanto malmessi sembra abbastanza facile che militi inesperti e civili si siano limitati a notare gli aspetti più vistosi delle ferite interpretandole grossolanamente poiché privi d’esperienza a riguardo.

 

5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE

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Forse il capitolo più divertente del libro é quello relativo alla raccolta di testimonianze sparse di testimoni indiretti. É una raccolta di chiacchere di paese, note di colore, informazioni secondarie e, raramente qualche notizia potenzialmente utile su cui però Russo non si sofferma. In molti casi si tratta semplicemente di testimonianze di chi vide i corpi recuperati e  portati dai tedeschi nei vari paesi affinché la popolazione locale si convincesse della brutalità dei partigiani; testimonianze che Russo riporta come a voler confermare la propria versione dei fatti procedendo per accumulo di conferme indirette senza mai tener conto di quanto da lui stesso scritto a pag.219, ossia che tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”. Le dichiarazioni sono perlopiù accomunate dal fatto che gli intervistati parlano dei partigiani come belve selvatiche, della paura di parlare di questi fatti e v’è a volte una descrizione amichevole che Russo fa delle donne che confermano la sua tesi:

LEOPOLD KOMAC
Operaio (?) della miniera di Cave. Dice che tutti sapevano, che conosceva tutti quei carabinieri e che in miniera la gente non parlava “per paura gli uni degli altri” (quindi non tutti in miniera erano antipartigiani) e che erano tutti impauriti dai partigiani.

GIOVANNI VUERICH
Operaio delle miniere compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.

VITTORIA FOCHESATO
“nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione non fu la stessa motivazione economica che negli stessi anni spinse migliaia di italiani ad andarsene in Belgio non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.

FRANCESCO MRAKIC
Operaio della miniera di Cave dice che tutti sapevano delle atrocità partigiane e se ne vergognavano. Dalla sua testimonianza ci sembra di capire che sia stato “obbligato da Socian” ad entrare nella sua brigata partigiana, ma il testo non fornisce alcun dettaglio.

BEPI CUDER
Operaio della miniera di Cave inveisce contro Socian che ha iniziato a disprezzare dopo i fatti del 23 marzo e che suo nipote, Karlo Cuder faceva parte di quel gruppo

ANDREA CERNUTA
(Non viene specificato nulla di questo testimone se non che é di Bretto). Dice che tutti sapevano

SIGNORA CUMINI
Moglie di un figlio dell’autista Attilio Cumini che trasportò le salme col camioncino. Dice che tutti sapevano.

ANGELA NOVAK
“dalla voce dolce e delicata”
In diverse famiglie, tra cui la sua, si diceva “Siete dei Socian” ai figli indisciplinati

SIGNORA MUSINA E MARITO TONA MARKA
Dopo i fatti del 23 marzo tutti avevano paura di subire un’altra ritorsione nazifascista.

PARROCO SLAVKO CERNIGOJ
Dice che Socian si credeva un piccolo dio.

ADA PELLIZZARI
“una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.

ANGELA (ANNA) POHAR KLAVORA ED IL MARITO TONA VALAS
Dicono che tutti sapevano e testimoniano lo stato dei corpi mostrati nello shock-tour e dice che Perpignano frequentava la signora Ida Manganella (che siano la “Iva” figlia di “Anna” parente di Myza Komac di cui Russo parla a pag.17?)

ANNA STRUKELJI
“una signora dolce e sofferta che dalla distruzione di Bretto, il suo paese di origine, cioè da quell’l1 ottobre 1943, non ha più avuto -un giorno di sole nella sua vita-”
Operaia della miniera dice che non si faceva che piangere per i danni causati dai partigiani. Che ha visto i cadaveri deturpati portati in esposizione dai nazifascisti

NINO MANGANELLA
Nipote di uno degli operai della centrale. Pensa che tutta la storia fu una bravata mele organizzata che portò vergogna ai partigiani sloveni.

SIGNOR SULIGOI
Studioso di Plezzo. Commenta gli avvenimenti dicendo che a suo avviso questa vicenda fu una “papera” (sic) e che il movimento ufficiale dei partigiani (Ma di che “movimento” parli non é chiaro: il NOV i POJ? Cosa intende con quell’ -ufficiale-?)

DON RUPNIK
Parroco di Caporetto dice che qualcuno gli dichiarò che i militi della GNR avevano “avuto quello che si meritavano” ma molta più gente invece era indignata della vicenda.

SANDI SOSIC
Dice che Socian agiva a nord di Plezzo e Srecko a sud ma si riunivano solo per le azioni più importanti, mentre il capo brigata era Ursic

FLORIANO SOSIC E L’AMICO DINO ZANGRANDI
Dicono che Socian era terribile, che i partigiani non ce l’avevano con l’Italia ma contro i fascisti, che in malga Bala non poterono sparare per non essere sentiti dai fascisti (ma a pag.146 Russo non parlava di un colpo di revolver?). Ah, dicono anche che tutti sapevano.

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FERDINANDO KRAVANJA
Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.

ANGELA (DELLA MEA?) E LA MADRE AMELIA DELLA MEA
Dicono che si aveva paura dei partigiani e testimoniano lo stato dei corpi visti allo shock-tour

MARIA SULIN
“vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune. (???)

L’elenco di testimoni più corposo e completo del libro (hanno tutti un nome e di molti vien specificato pure dove risiedono) é quello di coloro che testimoniano chiacchere del paese, opinioni personali e poco altro, tutti accusanti i partigiani nonostante “la versione più divulgata e accreditata sosteneva che i carabinieri rinvenuti congelati e orribilmente deturpati in malga Bala fossero stati uccisi dai tedeschi” (p.185). Il sospetto che questo lungo e corposo elenco sia stato inserito nel testo solo per controbilanciare la magrezza delle prove (aneddotica e card-stacking) a favore della versione sostenuta può farsi facilmente certezza.

5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA

Oltre a molti testimoni che partecipano alle interviste con un coniuge/amico/parente con cui condividono le opinioni siamo forse di fronte ad una possibile rete di testimoni vicinissimi fra loro:

Myza Komac Flajs della Bausiza é sposata a Toni Flajs e ha una nipote di Cave chiamata Iva cui é imparentata per via della madre di Iva, Anna. Myza é forse pure parente del testimone Leopold Komac.

Toni Flajs, che si suppone viva in Bausiza con la moglie Myza Komac Flajs, non é forse parente di Bepi Flajs, anch’egli della Bausiza (località di neanche 20 case)? Che siano fratelli o primi cugini?

La signora Iva (pag.17) é forse Iva Manganella moglie del testimone Nino Manganella

Anna (pag.17), figlia di Iva, potrebbe essere Anna Strukelj o, meno probabilmente Anna Pohar Klavora

Ferdinando Kravanja é forse parente di Lojs Kravanja (Gajger)?

Di certo Lojs Kravanja (Gajger) é sposato con Mafalda, di Uccea ed ha una sorella di nome Myza (pag.148).

Komac Giovanni é parente di Myza Komac Flajs?

E’abbastanza comune che in comunità non particolarmente ampie s’incontrano nomi simili e persone strettamente imparentate, per cui ciò NON dovrebbe costituire un elemento a sfavore delle testimonianze. Ciò che invece fa sorgere dei dubbi é il fatto che in un testo in cui é già evidente lo spostamento dell’attenzione (tipo i militi della GNR che vengono chiamati sempre “carabinieri” ed i nazisti ridotti banalmente in “tedeschi”), si citino alcune persone solo per nome oppure persone dallo stesso cognome oppure col nome da nubile e poi da sposata e che abitano praticamente una a ridosso dell’altra evitando ogni chiarimento su chi siano e che relazione intercorra (o non intercorra) fra loro. Tutti questi nomi che ritornano meriterebbero un minimo di chiarimento, soprattutto a causa delle numerose altre incongruenze del libro. Tanta imprecisione grossolana fa sorgere il sospetto che si voglia celare la vicinanza dei vari testimoni per farli apparire maggiormente slegati ed indipendenti gli uni dagli altri.

Se così fosse avremmo ben nove testimoni (in particolare il trio Gajger, Bepi Flajs e Myza Komac) imparentati e/o perlomeno vicinissimi tra loro. Chi sono le “Ida e Anna” di pag. 17? Ferdinando Kravanja é forse il fratello di Lojs Kravanja? Gajger e Bepi Flajs sono cugini o amici per la pelle fin da giovani? Che questa Myza sia Myza Kravanja sposata in prime nozze Komac ed in seconde nozze Flajs? Dubbi che sorgono a causa dell’ambiguità del testo.

5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO

Nel discendere da malga Bala, uno dei 21 partigiani, con la scusa di un bisogno corporale fugge (pag.183). Non sappiamo da dove sia giunta quest’informazione, né chi fosse quest’uomo, né che posizioni umane e politiche avesse né dove sia andato né perché (potrebbe essere colui che informò i nazisti? E’un’ipotesi che nel libro non viene nemmeno presa in considerazione) ma sappiamo che a Russo questa semplice informazione basta per considerarla dimostrazione di dissidi interni su quanto avvenne in malga.

I partigiani dunque si disperdono in più gruppetti e tornano autonomi (pag.183)

Russo scrive che l’azione di malga Bala, a differenza di altre non viene “osannata, pubblicizzata, ampliata e glorificata” come le precedenti ma venne fatta cadere velocemente nel dimenticatoio (pag.183) nonostante l’azione fu volutamente violenta e impressionante proprio perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121). E su questa stranezza ho già detto.

5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI

Socian era ricercato ma “solo sulla carta” poiché “nessuno effettivamente faceva qualcosa per sorprenderlo o arrestarlo, né i carabinieri, né i militi della Milizia, né i finanzieri e neppure gli alpini del Tagliamento; tanto meno i soldati tedeschi […]”. Non v’é nessuna azione, nessuna rappresaglia contro la popolazione, niente di niente. La stessa popolazione si aspettava una “vendetta tedesca” (pag.187) con una rappresaglia come quella di Bretto dell’ottobre precedente (che seguì l’uccisione di tre soli nazisti), ma ciò non accade. L’azione che i nazifascisti effettivamente compirono contro i partigiani fu fare propaganda antipartigiana con le foto dei corpi dei dodici. Nei giorni in cui vennero effettuate le ricerche l’unica cosa che fecero i “tedeschi” fu mettere a soqquadro case e fienili (pag.162), ma non effettuarono alcuna esecuzione “d’esempio”. Perché?

L’ipotesi più probabile a mio avviso é che avendo già tirato molto la corda con la strage di ottobre e consci che un’ulteriore azione del genere avrebbe minato eccessivamente i rapporti con la comunità locale, i nazisti preferirono stavolta volgere la paura della popolazione non verso sé stessi bensì verso quei partigiani che godevano dell’appoggio locale (se la popolazione fosse stata davvero compatta nel condannare i partigiani non sarebbe stato necessario spingere con così tanta forza la propaganda). Ne deriva che i corpi massacrati, nelle mani dei nazisti furono un potentissimo strumento mediatico. Non solo: maggiori erano le mutilazioni e maggiore era la loro forza mediatica.

5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI

5.12 POSTUMI PARTIGIANI

Russo scrive che dopo l’azione di malga Bala i partigiani si resero conto di averla fatta grossa con quell’esecuzione che “doveva essere terribile e tremenda” per “servire da monito a tutti gli altri” (pag.121) e fu “preparat(a) minuziosamente” (pag.104) per far “morire in maniera atroce” dei carabinieri “a nome di tutti gli italiani”, ma al tempo stesso scrive pure che il fatto che fosse tanto violenta é indice che qualcosa era stato “fatto sfuggire di mano” (pag.187).

L’esecuzione volutamente atroce preparata minuziosamente risultò, dice, oltraggiosa per l’immagine del partigiano comunista sloveno e per il nascente comunismo di Tito (pag.187).  Per questo i partigiani di Socian subirono un sommario processo in cui alcuni vennero degradati e Socian “vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere” “ma dopo riuscì a riabilitarsi quasi del tutto” (pag.187).

Anche qui ripeto quanto sia strana l’ipotesi di Russo di un piano studiato a tavolino per essere un monito esemplare MA al tempo stesso che “sfuggì di mano”.

Dopodiché Russo elenca alcuni eventi ed azioni che riguardarono i partigiani del gruppo di Socian nelle settimane e mesi successivi, commentando che le azioni si intensificarono anche per far dimenticare gli eventi della Bala:

  • Due partigiani vennero uccisi nel bar “Golobar”
  • Russo scrive che seminarono “terrore e morte” nel territorio che va da Saga a Caporetto, dalla resina alla Raccolana, da Plezzo a Lepena, da Sonzia a Oltresonzia fino alla val Natisene, ma non specifica nemmeno un caso in cui dei civili furono uccisi o fatti terrorizzare.
  • Compirono diversi tentativi di sabotaggio alla linea telefonica che passa da Plezzo e collega Roma a Vienna e Berlino
  • Compirono un violento attacco al forte della chiusa provocando numerosi morti e feriti.
  • I nazisti, inseguendo i partigiani, grazie al tradimento di un “attivista” di Pluzna, uccisero Svonko assieme a due ragazze adolescenti che appartenevano al gruppo di Socian
  • Silvio Gianfrante riuscì a circondare quattro fortini in mano agli italiani, facendo oltre cento prigionieri che però liberò subito (pag.214 qui nessun commento da parte di Russo)
  • Socian attentò più volte alla miniera
  • Grazie alla collaborazione dell’operaio Krast, i partigiani di Socian raggiunsero il 15° livello sotterraneo della miniera, catturarono il guardiano Pietro Favaretto “costringendolo al silenzio” (non é chiaro se intenda dire che fu semplicemente minacciato o é un’eufemismo per intendere che fu ucciso) e dopo aver sistemato delle cariche si diedero alla fuga. Le esplosioni fecero scuotere l’intero abitato di Cave ed allagarono tutti i livelli inferiori della miniera, che restarono impraticabili per oltre un anno.
  • Socian, assieme ad altri 32 partigiani (ossia in 33, come gli anni di Cristo) tentarono un’operazione in Austria che però andò male (Russo commenta che “quei tedeschi erano più preparati di quelli operanti tra Plezzo e Cave” e che i partigiani dovettero fuggire precipitevolissimevolmente)

Nonostante il testo riporti costantemente che i partigiani terrorizzassero la popolazione con continue azioni violente contro la comunità, le uniche azioni che il testo documenta sono operazioni di sabotaggio e guerriglia

Infine Russo sostiene che Ursic fu “isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala” (pag.187). Pure in questo caso si tratta di un’affermazione che non ha né fonte né spiegazione al di fuori dei pensieri di Russo.

5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO

INSERTO STORICO Al termine del conflitto l’Italia si ritrovava divisa e distrutta, lo scenario internazionale era cambiato drasticamente dall’inizio della guerra e gli sforzi per rimettere in sesto le infrastrutture convivevano con tensioni politiche, economiche e sociali ancora altissime. Si iniziò a discutere seriamente del nuovo assetto istituzionale (monarchia o repubblica), i diversi gruppi partigiani continuavano ad esistere nei rispettivi partiti di riferimento. Il confine orientale si ritrovava in una situazione ambigua, contesa fra Italia e Jugoslavia in una lotta di confine che, per interessi strategici, si estendeva fino a Stati Uniti e Russia.

Nel settembre 1943, con la caduta del fascismo, nelle zone del confine orientale che venivano liberate si assistette al periodo delle “foibe istriane“: una serie di linciaggi ed esecuzioni anche molto violenti che si verificarono nell’arco di venti giorni a causa di un momentaneo vuoto di potere causato dall’Armistizio di Cassibile in cui la rabbia della popolazione locale nei confronti degli occupanti fascisti esplose in maniera tanto caotica da esser difficilmente contenuta dal controllo partigiano che riuscì a stento

“[…] a imporre parvenze di processi e disciplina a quella che fu più che altro l’esplosione della rabbia popolare covata in un ventennio di violenze, portate poi al parossismo con l’invasione della Jugoslavia. Questa situazione si tradusse in veri e propri linciaggi, condotti in taluni casi da criminali comuni infiltrati, alcuni dei quali furono poi identificati e condannati a morte dalla stessa giustizia partigiana” (fonte)

Gli episodi di vendetta anche nazionalistica portarono all’uccisione di 200-500 (max 700) tra fascisti e collaborazionisti jugoslavi, cui seguì uno strascico di condanne a morte di alcuni dei colpevoli da parte della giustizia partigiana ed una prima ondata di fughe verso l’Italia di fascisti che temevano di finire in mano degli jugoslavi. A questa prima ondata di fughe, che dopo aver raggiunto l’apice nel 1944 si protrasse fino al termine del conflitto, seguirono altre ondate questa volta composte perlopiù da civili: si trattò in alcuni casi di sfollamenti dovuti ai bombardamenti angloamericani, emigrazioni volontarie dovute dal non voler vivere in terre ora governate da comunisti o dall’aver perso il possesso di beni e terreni ricevuti dal governo fascista che dopo averle strappate alla popolazione slava li aveva ridistribuiti a famiglie italiane e che ora ritornavano in mani jugoslave. 

Al termine del conflitto, esattamente come avvenne in diverse parti d’Europa, seguì un periodo di rivalse anche omicide su coloro che in qualche maniera collaborarono coi regimi nazifascisti. Nuovamente la rabbia popolare si riversò in maniera disordinata colpendo il nazifascista “che la farebbe franca”, la spia vera o presunta, il funzionario che permise il mantenimento del regime,  l’amante di un soldato tedesco, l’insegnante ed il postino. In tutto ciò s’inserirono ovviamente anche questioni personali che non avevano a che fare direttamente con il conflitto.

 

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Giustizia sommaria, umiliazioni pubblichesoprusi, percosse, e stupri a danno di donne tedesche si verificheranno un po in tutte le zone colpite da occupazione.

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Nel primo dopoguerra verranno istituiti rifugi per gli esuli istriani in diverse città d’Italia ove però l’arrivo di questi profughi fu spesso motivo di tensione in quanto erano unanimemente considerati fascisti o filofascisti (si ricordano a proposito le proteste dei ferrovieri di Bologna e dei portuali di Venezia ed Ancona).

Ci si chiedeva, in quei mesi, come comportarsi con ex fascisti, collaborazionisti e rappresentanti del fascismo che magari non s’erano macchiati direttamente di crimini, ma col cui agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime. I fascisti, nel frattempo, cercavano di reintegrarsi nella società, sottacendo o rinnegando il proprio passato in cerca di una sorta di nuova verginità, celando, sminuendo e mascherando le proprie responsabilità.

E’ in questo clima che la vicenda di malga Bala viene fatta cadere nel dimenticatoio. Russo lamenta di come le informazioni del periodo sui fatti di malga Bala siano grossolane ed imprecise. Un caso su tutti é un testo presentato a pag.235 datato 5 ottobre 1945 dal vicebrigadiere di Cave Adolfo Ballerino in cui la strage ed incendio di Bretto dell’ottobre 1943 vengono segnalati come avvenuti  “In un giorno imprecisato del mese di marzo 1944 e precisamente qualche giorno prima da quello in cui avvenne l’uccisione dei carabinieri”, che i (tre-quattro) tedeschi la cui uccisione scatenò la rappresaglia nazista erano “un numero imprecisato”, il commissario Hempel viene trascritto “Empel”, l’incendio del paese e strage di civili sono ridotti ad un sibillino “rastrellamento con la conseguenza della distruzione immediata della frazione” e che:

“Risulta che pochi giorni dopo della costituzione del Distaccamento, a causa delle rappresaglie compiute da parte dei tedeschi alle famiglie di Bretto, un gruppo di partigiani slavi si presentava al Distaccamento dei Carabinieri col proposito dì chiedere informazioni circa gli atti di rappresaglia compiuti ai danni della popolazione di Bretto Superiore. A tale dichiarazione, i carabinieri, i quali come sempre e dovunque collaborarono con i partigiani, permettevano l’accesso al Distaccamento senza pensare che potevano essere prelevati, condotti altrove per le torture che subirono”

Non risulta che i carabinieri del Distaccamento sopra accennato abbian preso parte a fatti d’armi o che abbiano partecipato a rastrellamenti

E’ da escludere che i carabinieri del Distaccamento di Bretto vennero trucidati dai tedeschi, […]”

(pag.235 – grassetti miei)

Russo commenta amaramente che questi testi siano segno di disinteresse e scarso approfondimento

“E’ difficile per noi oggi decifrare questo linguaggio e cercare di capire le ragioni di tali affermazioni. Possiamo solo tentare di capire il più possibile, ricordandoci che in quel periodo sia a Cave che a Tarvisio si viveva con la paura che alcuni partigiani slavi comunisti potessero varcare il Passo del Predil e minacciare da vicino la popolazione e le autorità competenti. Diversamente non si spiegano certe affermazioni” (pag.232)

Russo spiega il tutto con il terrore dei partigiani. Eppure é assolutamente lampante ciò che il testo rivela di sé: il suo succo é noi carabinieri siamo buoni, collaboravamo addirittura con i partigiani; i tedeschi hanno fatto solo dei rastrellamenti (la distruzione del paese era un fatto troppo evidente per non esser citato seppur tanto lievemente ndr) ma noi non abbiamo mai collaborato con loro né abbiamo mai sparato un colpo contro nessuno. Ah! i tedeschi non sono neanche responsabili di quel brutto fatto dei dodici uccisi”. L’uso di date generiche o sbagliate potrebbe al tempo stesso essere un errore o una scelta volontaria per complicare il lavoro di chi volesse fare qualche ricerca dettagliata. E se ci fosse qualche dubbio basta far notare che il testo venne redatto ad ottobre del 1945, quando lo status degli ex repubblichini era ancora da definirsi e questi (tra cui i carabinieri) tentavano di ripulire le proprie posizioni.

INSERTO STORICO Sarà solo nel giugno del 1946, con l’amnistia Togliatti che repubblichini e collaboratori potranno sentirsi certi dell’impunità, ma questo nell’ottobre del 1945, all’epoca della redazione dei documenti riportati da Russo, non si poteva ancora sapere. Solo diversi decenni dopo, con la scoperta dell’armadio della vergogna, si avrà la prova certa di ciò che avvenne in maniera sistematica in quei mesi ed anni, ossia l’occultamento volontario da parte di funzionari italiani della documentazione relativa a crimini di guerra atroci permettendo così a centinaia di criminali ed assassini di restare in circolazione impuniti. E se ciò fu possibile per stragi e crimini di guerra e non v’è da stupirsi che lo stesso occultamento avvenne anche su casi meno noti o minori. Ciò che accadde in quegli anni fu un gioco di temporeggiamenti, tensioni, carte bollate, equilibrismi e muri di gomma: l’Italia non si mosse per fare chiarezza sui crimini dei nazifascisti per evitare che al tempo stesso Jugoslavia, Libi, Etiopia ecc. chiedessero a loro volta conto all’Italia dei crimini fascisti ed in questo fu, se non aiutata, perlomeno non ostacolata a livello internazionale dai paesi interessati più al fatto che l’Italia si riprendesse in fretta per contrastare il blocco sovietico, che non alla risoluzione dei crimini che aveva effettuato. In effetti tali richieste arrivarono dalla Jugoslavia quasi immediatamente e la risposta italiana fu quella di temporeggiare, così come con le richieste della Grecia, così come vennero fatte lentamente affossare le richieste etiopi mentre quelle Libiche si risolveranno formalmente solo nel 2008

Un altro documento, presentato a pag.239 e datato 6 ottobre 1945, segue grosso modo le stesse linee: dice che la zona fosse continuamente assediata dai partigiani, sposta la strage di Bretto da ottobre 1943 a febbraio 1944, parla dell’incendio ma dice solo che vennero arrestate alcune persone, che il colonnello Hemel, per disperazione, istituì il distaccamento della centrale, ma che la mera presenza di questo nucleo fisso di carabinieri “determinava nei patrioti jugoslavi un accresciuto sentimento d’odio verso i nostri militari e la falsa convinzione che i medesimi erano stati colà dislocati per ostacolare l’attività partigianaCon tale premessa riesce ben comprensibile il bestiale proposito e la carneficina che i partigiani slavi compirono sui dodici carabinieri. Otto giorni dopo il massacro, con un secondo rastrellamento nazifascista, le dodici salme potevano venir rintracciate e recuperate. L’opinione pubblica in merito è unanime nel riconoscere che l’eccidio fu commesso dai partigiani jugoslavi” (pag.240). Dopodiché continua parlando di “LIKER” e di JANKO” parlandone come se si trattasse di due persone diverse.

Se nel primo testo quel’ “Empel” potrebbe suggerire una redazione sotto dettatura ad un dattilografo italiano non germanofono, qui la separazione di Socian in due persone distinte, potrebbe indicare che il testo venne redatto da persone nient’affatto immerse nella realtà locale (non é da escludere anche in questi casi la possibilità che si tratti di errori voluti). Anche qui si sminuisce la brutalità tedesca (evitando perlomeno il ridicolo tentativo di camuffamento dell’incendio visto nella lettera precedente) ma c’é una fortissima componente di odio antislavo. Se nel testo precedente gli slavi erano accusati dei fatti di malga Bala per esclusione (non motivata) dei tedeschi, qui li si accusa esplicitamente ma appoggiandosi al fatto che ciò sia opinione pubblica condivisa. Nonostante il linguaggio più diretto ed una  maggiore componente antislava, anche questo testo si premura di far passare i militi della GNR come neutri spettatori di fatti qui descritti.

L’autore rimarca che nel dopoguerra i fatti di malga Bala furono presto dimenticati e che anche tra i militi dell’arma quell’evento rimase nella memoria solamente come una macchia di cui vergognarsi in quanto la convinzione diffusa era che Perpignano si fece fregare (pag.237). Col passare degli anni, poi, le nuove generazioni ne avrebbero saputo sempre meno.

In realtà, leggendo il testo di Russo vedo emergere una motivazione di questo silenzio radicalmente diversa. Come Russo stesso afferma a pag.185 e pag.219 la popolazione era convinta che il massacro fosse stato opera dei tedeschi e che fosse avvenuto con picconi e spranghe ma al tempo stesso la distruzione della centrale elettrica (che ai tedeschi non poteva far certo piacere) dimostrava chiaramente l’intervento partigiano. I militi italiani, invece, erano stati sì coinvolti nel recupero delle salme, ma sempre sotto controllo nazista (vedi sottocapitolo 5.01). La mia impressione dunque é che fin dai primi momenti fu chiaro a tutti che la vicenda dei cadaveri martoriati venne trattata in modo “sporco” dai nazisti ma sia i filofascisti che gli stessi militi repubblichini furono costretti a far buon viso a cattivo gioco. Per questo ritengo che se vi fu questo silenzio sulla vicenda non si trattò di silenzio omertoso dovuto a paura, né silenzio per “vergogna” del comportamento di Perpignano, bensì silenzio riguardo a qualcosa di cui proprio chi non parlava aveva di che vergognarsi, ossia l’aver apertamente sostenuto una versione dei fatti che sapevano falsa.

Se posso permettere un paragone azzardato direi che siamo di fronte a quello stesso meccanismo per cui le centinaia di migliaia di persone che all’epoca dei fatti difesero a spada tratta un certo presidente del consiglio che abusò del proprio potere per proteggere una prostituta minorenne con la quale aveva avuto dei rapporti durante dei festini orgiastici, a distanza di anni parlano di quei fatti a bassissima voce, mormorando fra i denti varie versioni del “Si, in effetti ha sbagliato MA…” cui seguono altrettanto fantasiose varianti del “quando c’era LUI” (LUI, non LVI, che non son proprio la stessa cosa anche se vengon entrambi da quello stesso polverone lì)


 6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’

IMHO

A differenza di quanto fa il libro “Planina Bala” ritengo che quanto ora affermerò si tratta di una MIA PERSONALISSIMA IPOTESI NON AVVALORATA DA ALCUNA PROVA OGGETTIVA E SENZA ALCUNA PRETESA DI STORICITÀ’ e che si, qualcuno potrebbe ritenere anche falsata dalle mie impostazioni di fondo che tuttavia non nascondo avendole esplicitate negli inserti storici di questo post.

Basandomi proprio sulle informazioni provenienti da “Planina Bala” (una volta ripulite, ovviamente) ritengo che uno scenario più plausibile sia il seguente:

SABOTAGGIO) I partigiani compiono il sabotaggio alla centrale, forse con la collaborazione di alcuni operai. Sono presenti Ursic, Socian e Srecko. Dopodiché riescono ad introdursi nella casermetta e sequestrano i dodici militi della GNF giunti da pochissimo nel territorio (tutta la menata sulla parola d’ordine é ridicola e trascurabile, nonostante Russo ci insista perché il suo intento é “riabilitare” Perpignano portandolo allo stato di sacra vittima).

MOTIVAZIONE) Il motivo del rapimento é lo stesso di tutti i rapimenti partigiani: scambio di prigionieri (magari compagni di Ursic rinchiusi chissà dove, il che potrebbe fornire un motivo per giustificarne meglio la presenza) e/o offerta della possibilità di passare dalla parte della resistenza. I dodici militi difatti erano arrivati da pochissimo e non stupisce possano aver dato l’idea di essere potenziali avversari del fascismo.

FUGA) Fuggono attraverso il percorso effettivamente indicato e giungono in Bausiza e probabilmente facendo effettivamente trasportare ai sequestrati parte delle scorte della casermetta (ma non una quantità eccessiva: dovevano fuggire di notte ed in fretta su un sentiero molto impervio). Alcuni abitanti della zona vedono la carovana passare ed interagiscono con loro.

NOTTE ?) Da qui in poi il racconto che fornisce Russo é assai inquinato e gli elementi certi che fornisce sono troppo pochi e incerti per farsi un’idea esatta di cosa accade, ma considerando che la storiella della soda caustica é certamente una fregnaccia (che dodici persone assumano contemporaneamente e non forzatamente un piatto di -boh, zuppa?- condito di varechina e soda caustica senza accorgersene dall’odore appare alquanto improbabile), che la dichiarazione di Mafalda riguardo al fatto che fecero da mangiare sia per i partigiani che per i sequestrati non ha nessun indice temporale, che la presenza di Ursic non era certo indispensabile e che (come vedremo) considerare come data delle uccisioni il 25 marzo anziché il 24 é probabilmente una forzatura  forse di vero c’é che prima di salire in Bala fecero una sosta a mangiare nascosti nei fienili di Gajger in Logje.

UCCISIONI) Notte da Gajger o meno ci ritroviamo infine a malga Bala dove si possono immaginare quattro scenari:

a1) Scenario ostaggi. Se il sequestro fu inteso per uno scambio di prigionieri si può supporre qualcosa andò storto (p.es: quando Ursic giunge potrebbe aver comunicato che i compagni da liberare erano già stati uccisi) e si decise di fucilare i prigionieri in quanto non più utili come ostaggi ed indisposti a passare da parte dei partigiani.

a2) Scenario scelta. I dodici militi posti dinnanzi alla scelta dello schieramento scelgono l’RSI ed i partigiani li fucilano.

b1) Scenario scontro a fuoco 1: i tedeschi sono alle calcagna dei partigiani e questi decidono di fucilare i militi sequestrati

b2) Scenario scontro a fuoco 2: i tedeschi raggiungono i partigiani ed i dodici militi sequestrati si trovano fra il fuoco incrociato di partigiani e tedeschi (Versione Crnugelj)

Purtroppo Russo non riporta alcunché delle motivazioni espresse dai partigiani che non siano quella da lui proposta, ma a pag.196 v’é questo botta-e-risposta tra Russo e Hrovat che, pur prendendolo con estrema cautela (s’é ben visto quanto siano tagliuzzate le interviste di Russo), se confermata potrebbe far pendere verso gli scenari “a1” e “a2” (che a mio parere sembrano le più plausibili)

Chi ha ammazzato i carabinieri?
“Noi!”
In “quel” modo?
“No, noi li abbiamo sparati!”

In ogni caso, una volta morti i dodici,  i partigiani se ne vanno da malga Bala.

GAJGER E FLAJS) Gajger, rimasto sempre a Logje, saputo che i sequestrati erano stati uccisi il 24 marzo, il giorno dopo va a malga Bala per recuperare i beni e le divise dei militi uccisi (di iniziativa propria o su richiesta dei partigiani). Nel caso delle versioni scontro a fuoco ciò potrebbe aver avuto come scopo anche il dare una minima sistemazione ai corpi. Si fa aiutare da Bepi Flajs cui chiede di salire con lui per aiutarlo. Giunti in malga Gajger vede numerosi bossoli a terra (pag.186) [interessante notare come Russo ne parli, dicendo che –Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati-. Se Gajger fosse stato sul posto durante le uccisioni avrebbe semplicemente visto i bossoli, ma quel trovato fa intendere che si trattò di una scoperta, il che pone la presenza in malga di Gajger solamente dopo i fatti e non durante]

RICERCHE) Nei giorni seguenti si effettuano ricerche ed i tedeschi trovano i corpi il 30 o 31 marzo (nel caso degli scenari scontro a fuoco 1 e 2 se ne dovrebbe dedurre che i militi della GNR passarono diversi giorni assieme ai partigiani oppure che  lo scontro avvenne il 24 marzo e la “scoperta” avvenne al 30 o 31 marzo perché vi fu maltempo anche in quei giorni e/o che i nazisti temporeggiarono per decidere che fare con i corpi. Entrambi i casi mi sembrano tuttavia meno probabili dell’escuzione -ammessa da Hrovat- dei dodici seguita a giorni di ricerche infruttuose)

RECUPERO) Sta di fatto che i corpi vengono ritrovati dai nazisti i quali decidono di sfruttarli a loro favore per fare propaganda antipartigiana, in quanto la popolazione già subì un duro colpo ad ottobre e che dopo tale “bastonata” ora conveniva usare un mix di “paura e carote” per non tirar troppo la corda. Pertanto i nazisti decidono di infierire sui corpi per renderli degli atti d’accusa contro la resistenza. Dopodiché trascinano i corpi fuori dalla malga nel modo in cui sapevano farlo: ossia con modi non dissimili da quelli usati dagli alpini sul Golobar. Col filo spinato. Fatto ciò avvertono le milizie italiane che si occupano materialmente al recupero ma sempre sotto l’occhio vigile dei nazisti.

PAESE) In paese tutti capiscono cosa sia successo davvero (La versione più divulgata e accreditata” era proprio quella che accusava i tedeschi), anche coloro che stanno dalla parte del nazifascismo e della Germania che dunque si trovano a dover difendere e propugnare una versione dei fatti che sanno ben essere falsa.

DOPOGUERRA) Dopo la caduta del nazifascismo i militi delle forze dell’ordine tentano di confondere le carte per allontanare da sé ogni responsabilità di quei fatti. A livello documentale dunque si crea una gran confusione. L’evento però vien presto lasciato dimenticare. Resta dunque un ricordo vago di una vicenda “sporca” che gli ex-fascisti non rivangano perché consci di aver partecipato ad una menzogna scomoda (cui in pochi credettero) e gli ex-partigiani non rivangano perché il fango della propaganda é ancora rimasto attaccato a quei fatti.

RICORDO) Solo diversi decenni dopo, una volta caduto il muro di Berlino, quando la memoria dei fatti si era ridotta al lumicino le mutate condizioni politiche hanno permesso lo sdoganamento degli (ex? neo) fascisti e l’inizio di quel periodo di revisionismo storico iniziato appunto negli anni ’90 ed in cui siamo, purtroppo,  ancora immersi e che ha incluso la storia di malga Bala.

E’ impressionante osservare come la versione dei fatti appena proposta (che nonostante i buchi appare decisamente più plausibile e coerente di quella proposta da Russo)  possa nascere proprio usando informazioni tratte da “Planina Bala” e questo non certo a causa di completezza del testo (anzi), ma poiché la debolezza delle tesi che il libro afferma obbligano l’autore a cercare di farle sembrar plausibili e lineari consolidandole anche sia con conferme d’opinione che con brandelli di informazioni valide, le quali tuttavia contraddicono proprio ciò che l’autore vorrebbe sorreggessero! Un po come cercare di far sembrare solido un edificio di gelatina aggiungendovi con delicatezza dei vistosi blocchi di metallo in alcuni punti strategici, ma basta un leggero tremore perché questi blocchi inizino a far sentire il proprio peso e distruggere l’edificio dall’interno. 

 

 


7.00 LE (S)TORTURE

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E finalmente arriviamo al clou della vicenda secondo l’interpretazione di Russo. Dunque, cercando di salvare il salvabile si potrebbe a questo punto tentare lo sforzo di mettere una pietra sopra sopra a tutto quanto visto finora nell’idea che si tratti di eccessi, contraddizioni e personalismi di Russo, perdonabili in quanto il nocciolo della vicenda é comunque adamantino. L’impresa é ardua ma tentiamola comunque e concentriamoci quindi sul nocciolo dei noccioli della versione strage, ossia cosa sia avvenuto tra il 23 marzo 1944 ed il 25 marzo 1944 dopo il sabotaggio alla centrale, secondo la versione di Russo. Il racconto di tali eventi, nel libro, va da pag.101 a pag 148. Come per il resto del libro, anche qui la narrazione é inframmezzata da commenti, opinioni personali, aneddoti sulle interviste, frasi estratte dalle interviste, alcune foto della malga attuale ecc. Anche qui non é sempre facile capire chi siano le fonti delle singole informazioni né se una determinata informazione provenga appunto da una fonte o se sia frutto della fantasia descrittiva dell’autore (e le descrizioni degli uccellini saltellanti a pag.131 e la descrizione dei sentimenti del “carabiniere” Franzan a pag.141 sono lì a dimostrare che l’intervento personale nella narrazione é certamente presente).

7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE

PARTIGIANI PRESENTI ALLE UCCISIONI

Silvo Gianfrate (Srecko)

PARTIGIANI NON PRESENTI ALLA STRAGE

Lojs Hrovat

La posizione dei partigiani é chiara: confermano le uccisioni per fucilazione ma non le torture e manifestano la convinzione che i cadaveri siano stati sfigurati successivamente per fare propaganda antipartigiana.

 

TESTIMONI CON NOME DELLA PRESENZA DEI PARTIGIANI IN BAUSIZA
– Myza Komac

– Qualcuno di quel territorio della Slovenia

Myza Komac testimonia la presenza dei partigiani e dei dodici sequestrati in Bausiza (pag.17,110). 

TESTIMONI ANONIMI DELLE UCCISIONI

L’anonimo figlio di un pastore, amico di Toni Rinaldi (pag.18) che racconta a Russo “quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inveroverosimile” tra le lacrime, ma nel testo non vien riportato solo lo sfogo di pianto ma non si fa accenno ad un solo fatto testimoniato: si parla solo di “scene di follia” (pag.145,264)

“Qualcuno di quel territorio della Slovenia” che ricorda delle “urla agghiaccianti” ma non é dato a sapere dove né quando né chi fosse né dove si trovasse esattamente né perché (pag.127). Potrebbe benissimo essere il figlio del pastore di cui sopra

Questo/i testimone/i anonimo/i in realtà, come vedremo, testimonia/no ben poco. I testimoni anonimi vanno sempre presi in considerazione con estrema cautela in quanto, proprio a causa del non rivelare chi sono, non offrono alcuna garanzia d’affidabilità all’infuori del grado di precisione e coerenza delle loro dichiarazioni che necessiteranno dunque di riscontri maggiori di quelli richiesti ai testimoni identificabili per poter essere credute. In questo caso però siamo di fronte a testimonianze indirette di (un) anonimo/i che si limita(no) a confermare informazioni prive di riscontro fornite (forse) da altri. Un esempio di questa inutilità delle testimonianze anonime lo si può notare a pag.18 in cui l’amico di Rinaldi, parlando del padre dell’amico anonimo racconta che: “[…] aveva seguito quasi passo dopo passo la terribile via crucis dei carabinieri, ben nascosto dietro gli alberi, fin a quando Bepi Flajs di Trenta aveva tentato di coprire i corpi dei carabinieri massacrati con la neve!” in quanto, oltre ad essere testimonianza indiretta ed anonima, sostanzialmente non dice nulla sulle uccisioni, lasciando solo INTUIRE di essere di fronte ad una testimonianza completa di tutti gli eventi che tuttavia non spende nemmeno una sillaba riguardo le uccisioni stesse. (Interessante però osservare come a queste poche righe che ben poco dicono segua un commento entusiastico di Russo a ‘mo di “Eureka!”, cosa che si ripete più volte qualora l’autore narra dell’ottenimento di informazioni corroboranti la sua tesi)

“TESTIMONI” CON NOME DELLE UCCISIONI

Lojs Kravanja (Gajger), mediata attraverso la moglie Mafalda

Bepi Flajs

Lo ripeto per chiarezza: la versione strage si fonda su un lavoro di Antonio Russo che presenta notevoli scorrettezze di forma e metodo ed é basato essenzialmente sulle sole dichiarazioni dei due amici Gajger e Flajs.

 

7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)

Ma prima di apprestarci ad osservare le dichiarazioni di Gajger e Bepi Flajs non si può non riportare queste dichiarazioni che Russo fa a pag.263, praticamente a fine libro:

“E ricordiamoci che nessuno di noi può sapere realmente se alla fin fine essi siano stati totalmente passivi nelle mani dei partigiani per tutte quelle ore di attesa e di duri trasferimenti. Chi ci dice che essi non abbiano tentato la fuga o la ribellione? Chi ci dice che essi non abbiano tentato la rivolta o la difesa o una controffensiva? Chi ci dice che essi non abbiano tenuto testa ai loro carnefici e che non abbiano affrontato la morte gridando il loro profondo affetto per l’Italia, la Bandiera e la divisa del Carabiniere? Chi ci dice che essi non siano morti dimostrando grande fierezza del proprio essere e sentirsi figli dell’Italia che certamente amavano?”

EEEEEEEEHHHHHH????? Ma come? Ma ci sono dei testimoni che forniscono un quadro preciso degli avvenimenti O NO? In tutto il testo viene proposta la versione strage come se si trattasse di una certezza appurata con affermazioni come quella a pag.237 “[…] noi oggi possiamo affermare senza ombra di smentita né di errore che […]” ed a fine libro ci vien rivelato che non possiamo sapere i fatti centrali della vicenda! Se c’erano testimoni che hanno assistito alla mattanza, questi dovrebbero poter rispondere a tali quesiti! O NO? Il fatto stesso che Russo ponga ora queste domande significa che lo stesso autore del libro, nonostante la sicumera con cui ha esposto la sua versione dei fatti, qui si cautela dimostrando la non attendibilità delle sue stesse fonti, lasciando intendere che quanto ha scritto anche riguardo dettagli fondamentali non é basato su informazioni certe.

 

7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO

Proviamo ad elencare una ad una le singole informazioni riguardanti gli eventi del 24 e 25 marzo 1944 tentando di capire quale possa essere la fonte da cui Russo le ha attinte, dato che nel testo le fonti vengono semplicemente “lasciate intendere”

24 marzo

A mezzogiorno la comitiva trova riparo in un fienile abbandonato  sotto alcuni speroni rocciosi dell’Izgora, sul versante della Bausiza (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]

Durante la sosta, che fu breve, tutti, inclusi i prigionieri, bevvero acqua tiepida zuccherata (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]

Riprendono il cammino. Alcuni partigiani in avanscoperta ed altri in fondo alla comitiva (pag.110)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

Un pastore che sta facendo pascolare le pecore vede la comitiva e dice ai partigiani “Ragazzi ricordatevi che sono sempre nostri amici” ma i partigiani non lo ascoltarono. Erano 18 partigiani e 12 sequestrati (pag.110)  [FONTE: SCONOSCIUTA / PASTORE: NON IDENTIFICATO FORSE IL PASTORE ANONIMO PADRE DELL’AMICO DI RINALDI?]

NB: Bepi Flajs certamente non é presente agli eventi successivi e quindi può aver solo saputo quanto riferito da Gajger e sua moglie Mafalda che sono, dunque, gli unici due testimoni possibili delle prossime dichiarazioni. 

La comitiva giunge a casa di Gajger (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Probabilmente in questo momento i partigiani donano o danno in deposito alla famiglia Gajger i beni presi dalla caserma (pag.119) [FONTE: SCONOSCIUTA]

I sequestrati vengono chiusi nel fienile e gli vien portata ancora acqua zuccherata (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I partigiani chiamano più volte Perpignano “traditore fascista” (pag.113)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

Nel primo pomeriggio giunge ai “diretti guardiani dei prigionieri” l’ordine di riprendere la marcia verso l’altopiano di Logje (pag.113)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

Alcuni partigiani restano a casa di Gajger per attendere Ursic (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Mezz’ora dopo la comitiva é a Logje (pag.114)  [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I sequestrati vengono rinchiusi in una delle stalle di Gajger (pag.114)  [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Poco dopo i sequestrati vengono spostati in una stalla ove era più difficile scappare. Alcuni partigiani, armati, fanno la guardia (pag.114)  [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Alcuni partigiani si riuniscono “in uno stavolo” di Gajger davanti a un caminetto acceso (pag.119), mentre altri stanno più a valle in avanscoperta [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Arriva Ursic assieme a due suoi compagni ed ai partigiani che erano rimasti a casa di Gajger ad aspettarlo (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I familiari di Gajger (sua madre, la sorella Maria e la moglie Mafalda) preparano da mangiare per tutti (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Dopo aver mangiato i partigiani discutono sulla sorte dei prigionieri (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I capi partigiani (Ursic, Srecko, Socian e Hrovat) vogliono uccidere i sequestrati e alla fine hanno la meglio sugli altri partigiani, anonimi e contrari (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Confermata la decisione i partigiani si stringono le mani e brindano [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Le donne di casa Gajger apparecchiano la cena e mettono sul pentolone la cena per gli altri partigiani e per i sequestrati. [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

“Nei recipienti destinati ai prigionieri, nella ilarità generale, alla fine furono gettati diversi pugni di sale nero, tipo solfato di magnesio meglio conosciuto come sale inglese, di quello che si dà agli animali quale purgante. Prima di chiudere i recipienti, qualcuno vi versò dentro anche il contenuto di una bottiglia di soda caustica e di varechina, con atteggiamento trionfale di grande vittoria e di enorme soddisfazione, nella compiacenza euforica generale!” (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Alcuni partigiani s’incaricarono di portare il cibo ai sequestrati, altri partigiani andarono a dormire e diversi di loro ridiscesero la via della Bausiza assieme a Mafalda, Maria e alla mamma di Gajger. (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I partigiani che s’erano incaricati di dar da mangiare ai sequestrati gli servono il cibo avvelenato e poi si allontanano dalla stalla ridendo (pag.122)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

I sequestrati si contorcono dal dolore ed urlano. Qualcuno del posto li sente. (pag.127)   [FONTE: SCONOSCIUTA, FORSE FIGLIO DEL PASTORE O BEPI FLAJS]

25 marzo

Dalla Bausiza tornano a Logje i partigiani che avevano dormito nei fienili di Gajger (pag.128)  [FONTE: FORSE GAJGER]

La comitiva s’incammina verso malga Bala (pag. 128)  [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]

La comitiva, dopo due ore di cammino arriva a malga Bala (pag.131)  [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]

NB: da quanto sostiene Russo, dietro alla comitiva di partigiani e sequestrati ci sono Bepi Flajs, l’anonimo pastore padre dell’amico di Toni Rinaldi ed “altri pastori” che, stando nascosti dietro agli alberi a decine di metri di distanza non possono vedere ciò che accade dentro alla malga. Pertanto l’unico testimone degli eventi interni alla malga può essere solo Gajger.

Appena giunti i sequestrati vengono costretti ad entrare dentro alla malga nella sua stanzetta piccola a destra (pag.139)  [FONTE: GAJGER?]

Nella stanzetta i sequestrati si buttano a terra col fiatone (pag.141) [FONTE: GAJGER?]

Alcuni partigiani dentro la malga bevono un goccio di grappa (pag.141) [FONTE: GAJGER?]

Alcuni partigiani, dopo aver bevuto la grappa, escono a fare da guardia all’esterno (pag.141) [FONTE: GAJGER?]

Qualcuno prepara un uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Dopo un breve conciliabolo Ursic da il “via” con un cenno del capo (pag.143) [FONTE: GAJGER?]

La porta della stanzetta viene aperta rumorosamente. Perpignano viene brutalmente afferrato e trascinato nella stanzetta principale, la cucina, dove viene spogliato lasciandogli solo maglia e mutandoni. (pag.144) [FONTE: GAJGER?]

I beni preziosi di Perpignano, come orologio ed anelli, vengono dati a Gajger (pag.144) [FONTE: SCONOSCIUTA]

Perpignano viene costretto a terra e gli viene conficcato un uncinata tallone e piede (pag.144)  [FONTE: GAJGER?] 

Perpignano viene issato a testa in giù su una trave per mezzo dell’uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Perpignano grida di dolore. I partigiani lo scherniscono e gli danno calci in testa (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Gli altri undici sequestrati vengono tirati fuori dalla stanzetta (uno alla volta?).  (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Uno alla volta vengono spogliati e derubati (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Durante quest’operazione Primo Amenci riesce a tenere con sé la foto dei suoi cinque bambini (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Gli undici vengono incaprettati  con le braccia dietro la schiena usando filo spinato che viene agganciato ai genitali (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

I partigiani prendono i picconi dalle pareti ed uccidono a picconate gli undici sequestrati  (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

A qualcuno dei sequestrati vengono asportati i genitali ed infilati in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

A qualcuno dei sequestrati viene “frantumato il cuore” a picconate (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

A qualcuno dei sequestrati vengono “centrati e sbriciolati gli occhi” (pag.145) [FONTE: GAJGER?]

Un carabiniere riesce a buttarsi a terra implorando con la foto della madre in mano ma la foto gli viene strappata di mano e conficcata in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?]

Primo ammencii mostra ai partigiani la foto dei suoi cinque figli ma una picconata volante gliela conficca proprio nel cuore  (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

Delle formiche affamate, attratte dal sangue, si arrampicano tra i capelli di Perpignano ed iniziano a mordere  (pag.146) [FONTE: GAJGER?] 

A Perpignano vengono dati in continuazione calci in faccia, sulla nuca, sulla fronte  (pag.146) [FONTE: GAJGER?] 

Uno dei sequestrati riesce a sfuggire ed uscire dietro alla malga ma viene fermato da un colpo di revolver alla spalla  (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

Man mano che i sequestrati morivano i partigiani li trascinavano i corpi all’aperto per circa 30 metri fino al grande sasso accatastandoli uno accanto all’altro (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

A mezzogiorno era tutto finito (pag.147) [BEPI FLAJS]

I partigiani si ripuliscono alla meglio con la neve con la neve e scendono verso la Bausiza  (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

Gajger deve ricoprire i corpi  (pag.147) [FONTE:GAJGER?] 

Gajger va a cercare Bepi Flajs (che nel frattempo, SEMBREREBBE, fosse tornato a casa sua a Logje) e lo convince a “[…]  tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla”. (pag.147) [FONTE:BEPI FLAJS] 

Nevica forte e la neve é gelata. Bepi Flajs e Gajger ricoprono i corpi alla meglio con delle foglie (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

  1. Le dichiarazioni in cui si deve SUPPORRE la fonte la fanno da padrone
  2. Gajger é costantemente con i partigiani da quando arrivano in Bausiza fino a quando se ne vanno e, poiché Russo non ottiene un’ammissione dagli stessi ed i pastori che avrebbero seguito la carovana rimasero all’esterno della malga senza poter osservare cosa succedeva all’interno, ne deriva che SOLO GAJGER può essere il testimone di ciò che sia successo nella malga, mentre la moglie Mafalda può sapere cosa accadde la sera prima e Bepi Flajs solo ciò che accadde dopo.
  3. Come vedremo, chi POTREBBE aver fatto tali dichiarazioni in realtà non le fa ed al contrario alcune cose pare vengano dette da chi, invece, NON poteva sapere.

 

7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO

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Dunque, il “superteste” di Russo sarebbe Lojs Kravanja detto Gajger: il “postino” dei partigiani che dopo aver contratto il virus partigiano ha passato il resto della sua vita “travolto dagli incubi” (pag.14). Chi é dunque il superaste, l’UNICA persona che avrebbe visto tutto e che avrebbe testimoniato a Russo?

Il testo lo descrive come un pastore di carattere duro e scontroso, chiuso e solitario nato nel 1920. Viveva in Bausiza con la moglie Mafalda di Uccea, con suo padre, la madre, una sorella di nome Maria (pag.112,113) in una casa isolata, oltre tutte le altre. Ha anche una sorella di nome Myza (pag.148). Possedeva diversi fienili e numerosi animali da cortile, oltre a pecore e capre che d’estate portava a malga Bala con il resto dei pastori della Bausiza.

Gajger viene definito “il postino dei partigiani” (pag.14), “un aiutante, un amico dei partigiani” (pag.193), “il grande amico dei partigiani della valle del Coritenza e dell’alto Isonzo, onnipresente e servizievole nei loro riguardi” (pag.144), “amico fidato” e “protettore silenzioso e devoto”. Uno che conosceva bene ogni parte del territorio (pag.193) e che in cambio dei suoi servigi riceveva doni da parte dei partigiani (pag.14,119). A pag.193 il partigiano Srecko, intervistato da Russo lo descrive così: “Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio”. Russo lo descrive come “il portaordini che collaborava senza chiedere, eseguiva senza domandarsi mai perché” (pag.112). Nel libro non c’é una sola foro né di Gajger né di sua moglie Mafalda.

I RAPPORTI DI GAJGER COI PARTIGIANI: Gajger fin dall’inizio della guerra offre ospitalità ai partigiani ai quali fa comodo averlo come punto di riferimento per nascondersi e rifornirsi (pag.112). In particolare il suo compito era quello di fare da contatto tra i diversi gruppi partigiani.Gajger si occupava di dare da mangiare ai partigiani nascosti nei suoi fienili ed avvertirli della presenza di pattuglie nazifasciste. Gajger ha un rapporto di fiducia ed amicizia con Socian e fa di tutto per “restare nelle sue grazie”.

Gajger però non sa nemmeno comprendere l’italiano e quindi l’intervista di Russo avviene per tramite della moglie di Gajger, Mafalda. Essendo anch’essa un teste (per quanto riguarderebbe la sera del 24 marzo) le dichiarazioni di entrambi vengono fatte materialmente da Mafalda.

Gli unici virgolettati di Gajger e Mafalda che il testo riporta sono quesi:

“Nessuno potrà mai dirvi più di noi; – ci aveva assicurato la moglie del Gajger, Mafalda – nessuno sa niente… Lassù i partigiani hanno ucciso i carabinieri per vendetta, nient’altro! Tutto qua… Nessuno sa niente. I partigiani erano in tanti, come si fa a conoscere e a ricordare i loro nomi?… Era una cosa normale, sa, di guerra! Vede, si era in guerra e tutti sanno cos’è una guerra!” (pag.15)

“Mio marito è nato nel 1920; quella volta, al tempo della guerra, si viveva in Bausiza. Lui era contadino, aveva le pecore e d’estate si andava tutti in Bala; durante la guerra, al tempo dei partigiani, era lui che portava la posta, i messaggi tra un gruppo di partigiani e l’altro. Lui faceva da mangiare per loro e portava da mangiare a loro quando questi erano nascosti nei vari suoi fienili per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi e degli italiani. Anche dopo l’attacco ai tedeschi alle porte di Bretto di Sopra, i partigiani giunsero subito da noi e si nascosero a Logje, nei fienili di Lojs… Lojs faceva la spia per i partigiani, li precedeva e li avvertiva della presenza di eventuali pattuglie tedesche o italiane… Noi quella volta si aveva più paura degli italiani che dei tedeschi!” (pag.113)

“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri.” (pag.122)

“Siamo tutti figli di Dio cosa vuole. .. però gli italiani avevano ammazzato i nostri partigiani sul Golobar, trascinandoli per terra come tronchi d’albero…!” (pag.263)

Altre dichiarazioni che il testo attribuisce direttamente a Gajger o a Mafalda sono:

Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati (pag.186)

Lo stesso Gajger ci ha dichiarato che facilmente a dare l’allarme era stato proprio qualche partigiano scappato dal gruppo, recatosi subito dai tede- schi a dare la notizia (pag.156)

La malga non aveva un proprietario vero e proprio; era di tipo sociale,  -ci spiegherà anche la signora Mafalda, moglie di Gajger- a disposizione cioè dei pastori della zona che lì d’estate si ritrovavano e ne facevano un punto di riferimento e di produzione casearia. (pag.112)

E… BASTA. TUTTO QUI. QUESTE SONO TUTTE LE INFORMAZIONI CHE PROVENGONO CON CERTEZZA DAL “SUPERTESTE” LOJS KRAVANJA DETTO GAJGER E DA SUA MOGLIE MAFALDA!

Ma come? L’unico testimone che sarebbe stato dentro alla malga ad assistere a quegli orrori non ha nemmeno una sola mezza frase su tali avvenimenti? Niente di niente? Russo avrebbe per le mani un testimone diretto degli avvenimenti disposto a “confessare” e non é in grado di fornire una sua sola frase, non dico di colpevolezza, ma almeno di testimonianza? Nemmeno UNA (One, ein, ena, një, bar, eden, un, um, UNA???????). Un banale “Ero lì mentre facevano questo e quello”? 

Il gancio nel tallone di Perpignano, le picconate, il pasto alla soda caustica, le foto piantate nel cuore, le formiche attratte dal sangue, il fatto stesso che Perpignano fosse appeso a testa in giù dentro alla malga DA DOVE SAREBBERO SALTATI FUORI SE NON LE HA TESTIMONIATE GAJGER? 

Dovremmo forse credere che pur avendo per le mani un superteste del genere, Russo preferisce sprecare pagine a raccontarci di una cena a base di gatto (pag.63-67) e non pubblica nemmeno una frase chiara ed univoca di Gajger su cosa avrebbe visto/fatto? Perché Gajger avrebbe dovuto assistere alle uccisioni? Che motivo avrebbe avuto per salire in malga su con loro? Lui avrebbe partecipato o guardato e basta? Hmmm… Inquieta il fatto che in questo libro più un teste é importante e meno se ne parla…

 

7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS

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In effetti Russo quando parla di Gajger lo fa perlopiù attraverso un’altra persona. Lo fa attraverso Bepi Flajs. Sono numerosi difatti i casi in cui Russo riporta azioni di gajger testimoniate però da Bepi Flajs

Riporto nuovamente la descrizione fatta in 3.11.02: Bepi Flajs ha l’onore di essere il caso più interessante tra quelli su cui Russo sorvola nel descrivere gli effetti del “virus partigiano”. Nel testo é l’unica persona citata con nome e cognome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti che però é forse più indice di una persona si intimorita ma non affatto vittima del virus: di una persona che é anzi contraria a Socian. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. Fa parte ciò di quelle pochissime persone entrate in contatto coi partigiani che Russo non descrive né come persone immuni al virus, né come persone che che se lo sono preso. Bepi Flajs non mostra nemmeno i segni di tormento di Gajger e non riceve alcuna delle parole d’apprezzamento che Russo riserva alle donne che gli forniscono materiale utile a supportare la sua tesi. No: Bepi Flajs non mostra proprio un bel niente se non una forma di timore nei confronti dei partigiani. A ben vedere però ci si rende conto che l’unico incontro di Bepi Flajs con i partigiani sarebbe avvenuto mentre, nascosto lontano nella boscaglia, avrebbe osservato non visto cosa accadeva a malga Bala. Bepi Flajs non é un collaboratore dei partigiani: é un vicino di casa di Gajger (con cui forse é in qualche modo imparentato) che ha solo informazioni di seconda mano e per “sentito dire”. Eppure é evidente che il racconto dell’uccisione dei dodici sostenuto da Russo regge solamente grazie alle testimonianze di Bepi Flajs, “condite” con il supporto dell’anonimo amico di Rinaldi, figlio di un anonimo pastore della Bausiza (pag.144) del quale son riportate le lacrime ma non i dettagli della testimonianza.

Pur essendo il testimone più importante dell’intero libro é strano osservare che su Bepi Flajs non v’é nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come qualcuno vicinissimo a Gajger e Mafalda (abitano a poche decine di metri di distanza) (pag.114) e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Non c’é nemmeno una sua foto (ma c’é la foto della sua casetta a pag.117). Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non della fonte principale della tesi? Molto strano. Bepi Flajs apparentemente non ha genitori né moglie né fratelli né sorelle né cugini né amici (se non Gajger con cui ha un rapporto che nel testo appare di sudditanza). Bepi Flajs non ha età. Sappiamo che fa il pastore (pag.139,142,127,161,197), che possiede una casetta (pag.117) ed alcuni casolari (pag.114) che si trovano all’entrata di Logje (pag.127) e che anni dopo i fatti si trasferì a Trenta (pag.257). All’opposto sappiamo dell’episodio (avvenuto a chilometri e chilometri di distanza dal tarvisiano) della civetta malaugurate vista da Natalia Ferro, sorella minore  di uno dei militi uccisi, mentre zappava la terra, la quale aveva, al momento dell’intervista, 71 anni.

I virgolettati che riportano dichiarazioni dirette di Bepi Flajs sono almeno il triplo di quelle provenienti dal Superteste Gajger:

“I partigiani hanno infierito sui carabinieri certi che nessuno un giorno avrebbe potuto dire il contrario; dovevano far credere che erano stati fucilati!” (pag.18,186,197) [OPINIONE PERSONALE]

“La prima notte i prigionieri e i partigiani l’hanno passata in bosco nonostante il freddo; la seconda sono stati a Logje in una stalla di Gajger… L’assemblea dei partigiani sul da farsi s’è tenuta a Logje. In attesa dell’arrivo del capo supremo, Ursic, hanno voluto guadagnar tempo; poi è arrivato Ursic…. I partigiani erano in contrasto tra loro, ma alla è prevalsa la proposta di uccidere i carabinieri”. (pag.120) [INFORMAZIONI CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE A NESSUNO DI QUESTI ACCADIMENTI]

“Quei partigiani erano tutti dei nostri, Janko di Bretto era uno dei capi se non il capo in quell’azione: lo sapevano e lo dicevano tutti a Bretto.” (pag.127) [INFORMAZIONE NOTA]

“Lojs era presente. Lui sa più di me!” (pag.19) [AMMISSIONE DEL FATTO CHE BEPI FLAJS NON ERA PRESENTE]

“Il capo del gruppo era Socian; in Bausiza sono venuti attraverso un sentiero di guerra, in montagna” (pag.102)  [INFORMAZIONE NOTA + INFORMAZIONE CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE ALLA FUGA]

“Lojs è venuto a cercarmi e mi ha convinto a tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla” (pag.147) [“CERCARMI” E “TORNARE SU IN MALGA” INDICANO CHE BEPI FLAJS NON ERA IN BALA QUANDO CIO’ AVVENNE]

Io ho visto Gajger portarsi giù i vestiti e tutto il resto: doveva fare il deposito a casa sua in modo che dopo ogni partigiano avrebbe potuto prendersi qualcosa” (pag.148) [TALE DICHIARAZIONE PUO’ BENISSIMO ESSERE IN LINEA CON ALTRI SCENARI: IL RECUPERO DEGLI ABITI NON IMPLICA COMPRESENZA ALLE UCCISIONI] 

(Lois Gajger) s’era sempre dichiarato contento perché era stata fatta giustizia (con l’uccisione dei carabinieri) e “si nascondeva per la paura” (pag.257) [IN MANCANZA DI DICHIARAZIONE PIU’ PRECISA QUESTE VAN RITENUTE OPINIONI PERSONALI]

“I partigiani erano 21, mentre i carabinieri 12” (pag.127) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]

“I partigiani, prima dell’arrivo di Josko e di alcuni suoi uomini, erano 18, tutti del territorio tra Caporetto e Bretto.” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]

“Lojs Kravanja non era un partigiano, però quel giorno era con loro e quindi ha visto tutto” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]

“I carabinieri sono stati uccisi tutti prima di mezzogiorno!” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]

 “C’erano altri pastori nascosti che hanno visto come me!” (pag.147) [CHE AVREBBERO VISTO COSA: LE UCCISIONI O IL PASSAGGIO DELLA CAROVANA?]

“Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore” (pag.119) [INFORMAZIONE DI SERVIZIO]

“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. (pag.142) [INFORMAZIONE GENERICA]

(a proposito del recupero dei cadaveri da parte dei nazifascisti) “prima in barella, poi coi muli, li hanno portati in giù!” (pag.161) [INFORMAZIONE NOTA]

Il pasto alla soda caustica? Il fatto che fu Socian a prendere le redini del gruppo per farlo scegliere? Le torture? Il colpo di revolver? Il filo spinato? Le amputazioni? Le formiche?  ANCHE QUI, NIENTE! Il “pezzo forte” sferrato da Russo é un’opinione personale di Bepi Flajs che viene ripetuta tre volte nel testo (quella riferita a pag.18,186,197) come se si trattasse di chissà che, ma é e resta l’opinione di una persona che non dialogava con i partigiani.

A pag.147 c’é un’interessante dichiarazione di Myza Flajs, moglie di Toni Flajs, riguardo a Bepi Flajs:

“Bepi Flajs aveva agito secondo le disposizioni di Gajger”

“Bepi all’inizio aveva creduto che quei corpi fossero sassi gelati”.

E come farebbe a sapere queste cose la signora Flajs? Anche qui si tratta comunque di dichiarazioni in linea con lo scenario del recupero postumo dei beni e non testimonia certo della presenza dei due uomini in Bala durante le uccisioni. Russo poi aggiunge sempre a pag.147 un virgolettato con l’elenco dei beni dei dodici, ma non dichiara chi ne sia la fonte “orologi, anelli, catenine, tutto quanto avevano addosso i carabinieri! “ e prosegue dicendo che i beni vennero nascosti dal Gajger sotto un grosso sasso a poca distanza dalla sua dimora e che ritornò a casa poco dopo mezzogiorno del 25 marzo 1944.

 

7.06 SPOSTAMENTI DI DATA

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A pag.157 lo stesso Russo dichiara che durante le ricerche i nazifascisti passarono anche a casa di Bepi Flajs per chiedere informazioni sul come raggiungere malga Bala e che… sia Bepi Flajs che Gajger tornarono alla malga per “controllare la situazione”. Ma come? Controllare cosa: che dei cadaveri (della cui morte Gajger sarebbe stato felice – pag.257) non si siano mossi? O non siano stati divorati dalle formiche-vampiro? E’tuttavia un’ammissione che Bepi Flajs e Gajger “tornarono su in malga” nei “giorni successivi” per “controllare” i morti. Non é dunque questo che dichiara Bepi Flajs a pag.147 con quella frase che descrive il recupero degli abiti avvenuto, secondo Russo, immediatamente dopo le uccisioni? E’dunque per adattare la vicenda alle dichiarazioni di Bepi Flajs che l’autore sposta le uccisioni al 25 marzo?

Tale spostamento difatti non avrebbe molto senso: Russo lo motiva col bisogno di attendere l’arrivo di Ursic e ciò avrebbe senso solo se il contesto fosse quello del gran sacerdote che deve presenziare al sacrificio rituale, il che appare ovviamente assurdo ed inverosimile, anche perché nel racconto Ursic non ha assolutamente nessun ruolo decisionale (quello é affidato a Socian) se non la mera presenza. Russo inoltre aggiunge a pag.120 il dibattito e ripensamento su un’operazione che era stata pensata per settimane (pag.77), di cui parla solo Bepi Flajs che tuttavia non era nemmeno presente.

Molto più probabilmente la dichiarazione del Bepi Flajs sul recupero degli abiti avvenuto il 25 marzo 1944 ha obbligato a ritenere che pure le uccisioni avvennero lo stesso giorno, in modo da far combaciare la presenza di Bepi Flajs sul luogo del delitto anche al momento del delitto.

7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI

A questo punto si dovrebbe osservare in dettaglio quanto affermano Myza Komac ed i testimoni anonimi ma oramai il meccanismo é evidente: frasi estrapolate dalle interviste ed inserite qua e là in modo che sembrino sostenere una tesi illogica che non é basata su nulla di oggettivo. Se nemmeno il superteste Gajger ed il vero teste-chiave di Russo, Bepi Flajs, non hanno dichiarazioni utili a sostenere la tesi del libro, star ad osservare anche quelle di Myza Komac (che non salì in Bala) o dei testimoni anonimi (la cui attendibilità é inferiore a quella che riserverei al Polpo Paul) e dunque, in un insolito atto di pietà nei confronti di chi legge, mi limiterò a riassumere stringatamente:

Myza Komac, della bausiza, sposata con Toni Flajs, testimonia soltanto di aver visto i partigiani passare per Logje (pag.17) e che aveva paura di loro (pag.110). Per il resto Russo ci informa che lei finse di non conoscere i sentieri dinnanzi ai nazisti che ispezionavano il territorio (pag.156)

Il misterioso “Qualcuno di quel territorio della Slovenia”, tra “sgomenti e brividi” racconterà di urla agghiaccianti e l’altrettanto misterioso figlio anonimo del pastore anonimo che avrebbe visto tutto stando nascosto a decine di metri FUORI dalla malga avrebbe raccontato “con le lacrime agli occhi” ciò che a sua volta gli raccontò il padre, ma il testo non riporta alcuna dichiarazione né dell’uno né dell’altro, tanto che é facile ritenere si tratti sempre della stessa persona:

“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – final- mente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”

E tremava dalla commozione e dall’orrore quel povero contadino nel contarmi per l’ennesima volta quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inverosimile, perché quei fatti non fossero mai dimenticati! (pag.145,146)

Ma, diciamocela tutta, pianti, commozione e lacrime… per una vicenda di mezzo secolo prima che ti é stata solamente raccontata ed in cui non é coinvolto nessuno che conoscessi? Sembra più di star di fronte alla testimonianza di qualcuno che venne traumatizzato da piccolo da un padre che, per spaventarlo, gli ha “ripetuto all’inverosimile” una storia di torture raccapriccianti, più che davanti ad una banale testimonianza secondaria.

 

7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT

L’antipatia dichiarata di Russo per i partigiani, come già visto, é evidente nel racconto delle interviste in cui l’autore non si esime dal commentare negativamente le loro reazioni alle sue insistenze nel tentare di fargli confermare la sua versione dei fatti. Per esempio non manca di riportare una frase di titubanza dell’anziano Hrovat, non abituato né ad attenzioni giornalistiche né parlare al registratore:

“Alla vista del registratore ecco pronta la sua battuta, dopo averci rivelato che si sentiva di colpo importante come mai nella sua vita: “… E se faccio qualche errore?. Posso poi riparare?” (pag.16)

Frase che viene utilizzata a ‘mo di “faro” per introdurre ed avvalorare il commento negativo alla persona di Hrovat che, pur rispondendo alle domande di Russo e Rinaldi, non avvalora la tesi dei due:

E invece di rispondere alle domande, le contorceva a proprio comodo, modificando la voce di volta in volta, come un grande attore, alzando o abbassando di molto il tono, da sillaba a sillaba, facendo finta di scarabocchiare un foglio per prendersi meglio gli appunti su cui informarsi, tracciandoci uno schizzo del territorio, fissando ripetutamente il monte Sleme, lì a due passi, verso la Bausiza, per la sua forma anatomica quasi maschile: atteggiamenti che al mio amico Toni più che a me davano enormemente fastidio e il Toni dovette sudare e soffrire quel giorno più del dovuto nel tenersi la bocca cucita, ricacciando indietro l’antipatia naturale che il signor Hrovat era riuscito a crearsi in noi in poche battute. Girando alla larga, molto alla larga, nelle mie domande, il tempo passava, ma da lui, dal signor Hrovat, non si riusciva a tirar fuori niente di nuovo, tranne cose che già conoscevo sulla vita dei partigiani di Plezzo e in particolare dei carabinieri, della loro cattura, del percorso fino a Planina Bala, a malga Bala. (pag.16)

“Aveva tentato tutto Hrovat per deviare le nostre domande e la nostra attenzione sui carabinieri della BaIa e mai come quel giorno avevo ultimato una intervista con l’amaro in bocca e una delusione cocente e palpabile. Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacil- lavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!” (pag.194)

Nel nostro lungo incontro, Hrovat alza perfino la voce, la camuffa, la sopraeleva per riabbassarla poi di colpo, ci guarda fisso negli occhi per poi deviare il discorso, ribalta le domande cercando di trasformare se stesso in intervistatore e noi in intervistati, finendo però sempre nel riba. dirci che per questa inchiesta bisognava aspettare ancora qualche anno e che proprio non era il caso di riaprire vecchie ferite ormai dimenticate per sempre. Un grande attore, un vero fenomeno! Ricordo che l’amico Toni di Cave si spazientiva spesso e si faceva pren· dere dalla rabbia, dal momento che si sentiva preso in giro. E io, contra· riamente al mio solito, ero costretto a trattenermi nella speranza che alla fine da quell’incontro, tanto atteso e tanto temuto, riuscissi ad ottenere qualche lume, qualche spiraglio di verità. (pag.196)

Russo non considera nemmeno per un momento l’ipotesi che forse Hrovat stia raccontandogli la verità e che la versione strage sia falsa, dando per scontato che se Hrovat non la conferma significa che mente. I più lunghi e dettagliati commenti che l’autore fa su un teste sono fatti con l’intendo di distruggerne e denigrarne l’attendibilità e ciò non in base a contraddizioni o dimostrate menzogne di Hrovat, bensì solamente perché ciò che Hrovat dice smentisce la versione strage che Russo ha fatto propria. Lo stesso Russo che a pag.145 accoglie senza batter ciglio la non-dichiarazione dell’anonimo figlio di un anonimo pastore!

Sempre a pag.16 viene inserito un collage di frasi che, come già visto in 2.05 hanno l’effetto di dare un’impressione di Hrovat molto diverso da quello che ne uscirebbe dall’intervista completa (di cui uno stralcio minimo é presente a pag.193). E’ in questa situazione che si dovrebbe tentare di separare le affermazioni dirette di Hrovat ma, come già mostrato in 2.05 la cosa non é sempre possibile in quanto non é sempre chiaro a che domande corrispondano le dichiarazioni né se una serie di frasi che presentano puntini di sospensione ( … ) siano sempre collage o dichiarazioni in cui l’intervistato effettivamente faceva dei momenti pausa fra una frase e l’altra. Pertanto riporto le singole frasi cercando di mantenerne l’ordine con cui sono state proposte da Russo lasciando a chi legge la libertà di intenderle come frasi separate o unite tra loro.

A pag 16 vengono riportati questi stralci di risposte a “tante domande”. Solo una di queste domande é “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?”

E chi dice queste cose?

Io… io non ero lassù

A colpi di piccone poi

No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!

Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre?

Sì e no avevamo qualche temperino

dodici carabinieri poi

Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì!

Socian era il comandante militare, io il commissario politico

 “Ma chi era il più alto in carica?”

Il secondo… in campo militare Socian; chi comandava veramente era il commissario politico ed ero io il commissario politico!

Socian era terribile, alla tedesca, di poche parole. I preti e le donne che erano coi preti lo odiavano

Io con lui ho sempre baruffato, ma come commissario ero più furbo e quindi vincevo sempre io!

In conclusione cosa volete da me?

Chi ha ammazzato i carabinieri!

“Noi!”

In che modo?

Noi li abbiamo sparati! (pag.17,197)

“Socian era un comandante di grande altezza, di grande livello. E’ stato lui a ordinare questa azione: del resto lui era nativo di Bretto e quindi conosceva ogni angolo di quel territorio!” (pag.78)

“Di notte non c’erano mai tedeschi in giro!” (pag.99)

“E’ stato preso il sentiero che c’è dopo la Pustina, prima della fortezza, a sinistra, prima della roccia: lì c’è un sentiero di guerra ben conosciuto e frequentato dai cacciatori” (pag.102)

“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala” (pag.194)

“lo non ero con quei partigiani. A capo era Franc Ursic, di Caporetto; poi nel comando venivano Socian e Srecko, cioè Gianfrate” (pag.194)

 “lo ero il commissario politico!” (pag.195)

 Tra il commissario politico e il comandante militare, chi era il più alto in carica?

“In campo militare Socian… Chi comandava veramente era il commissario politico e io ero il commissario politico dell’armata partigiana! “ (pag.195)

“Quest’azione l’aveva ordinata Socian, che era di Bretto e quindi conosceva ogni angolo del territorio” (pag.195)

“Nessun paltigiano aveva lo scopo di ammazzare i carabinieri: i nostri nemici erano Hitler coi tedeschi e Mussolini: cosa c’entravano i carabinieri?” (pag.195)

“La centrale di Bretto di Sotto dava energia alla miniera di Cave che era in mano ai tedeschi: lì si facevano fucili e armamenti militari, dal momento che si produceva piombo e zinco, elementi che servivano per costruire cannoni, fucili e bombe. Il nostro dovere era di eliminare, di distruggere la centrale perché non desse più energia elettrica. Era questo un nostro dovere di partigiani!” (pag.195)

 (parlando dell’assalto alla casermetta) “La responsabilità era del vice brigadiere che ha rivelato la parola d’ordine” (pag.195)

“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? (pag.195)

Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo? (pag.195)

“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fascisti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entravano? (pag.195)

Io non ero su in malga (pag.195)

Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare? (pag.195)

E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12 (pag.195)

Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me (pag.195)

Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigiani! (pag.195)

E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora questi particolari? (pag.195)

12 morti e tutti carabinieri? (pag.195)

E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! (pag.195)

Mi fate venire i brividi! (pag.195)

Ammazzati poi a colpi di piccone! (pag.195)

No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare! (pag.195)

In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? (pag.196)

Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. Io non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi (pag.196)

Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre! (pag.196)

Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! (pag.196)

Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più? (pag.196)

Cosa serve andare a riaprire queste ferite (pag.196)

No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati, glielo garantisco io (pag.196)

La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? (pag.196)

Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico vincevo sempre io che ero più furbo!” (pag.196)

Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!” (pag.196)

Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare? (pag.196)

Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?” (pag.196)

“Potevate aspettare ancora qualche anno, no?” (pag.196)

“Ma non potevate aspettare altri cinquant’anni per le vostre ricerche? .. Se andate da Srecko, a Nova Corica, lui non vi riceverà neanche, lui non parla con nessuno… ma se per caso vi andate, non dite di aver parlato con me” (pag.17)

 

Hrovat dunque conferma di aver esser stato partigiano e che Socian (con cui baruffava) di grado inferiore, era sottoposto ad Ursic. Ma dice anche di non aver partecipato a quell’operazione che ricorda ma non nei dettagli (non essendo stato presente non può fornirli) e quando Russo gli illustra la modalità in cui sarebbero avvenute le uccisioni Hrovat non gli crede (“Io non credo sia successo questo che voi dite”) e, ritenendo la cosa assurda si pone a garante dell’operato dei suoi ex collaboratori garantendo che cose del genere non possono esser successe, ipotizzando un più probabile intervento dei nazifascisti. Dubita pure del fatto che si siano fatte passare due notti prima di uccidere i dodici e testimonia che il loro interesse primario era sabotare in ogni modo la centrale. Testimonia pure del fatto che l’azione del 23 marzo 1944 non era collegata a fatti precedenti. A contorno di ciò é evidente il fastidio di Hrovat dinnanzi alle insistenze di Russo sulla versione strage.

 

7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO

Silvio Gianfranco (Srecko) é nato nel 1922 e da dopo la guerra abita a Nova Gorica (pag.191). Viene intervistato da Russo giorni dopo l’intervista a Hrovat (pag.19) ed ammette tranquillamente di aver partecipato all’uccisione dei dodici. Russo descrive inizialmente Gianfrate con parole di simpatia “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” e “ci intrattiene nel suo cortile di casa, alberato e fresco, e ci racconta volentieri tutto sulla nascita del movimento partigiano dell’Alto Isonzo […] (pag.191) ma é stizzito dal fatto che quando Gianfrate viene accusato da Russo di aver torturato i dodici come un macellaio da film dell’orrore “si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). L’intervista tocca anche gli avvenimenti del Golobar in cui 38 partigiani vennero uccisi, legati col filo spinato e trascinati a valle. Su questo dettaglio Russo commenta “Più o meno come i partigiani hanno poi fatto coi carabinieri… !” (senza considerare un più probabile -era una prassi diffusa tra i nazifascisti di quella zona-). Al commento vien fatta seguire l’affermazione di Srecko “No, no, nessun collegamento tra Golobar e carabinieri della Bala…!”. Anche negli spezzoni d’intervista di Srecko notiamo virgolettati che si ripetono ma senza combaciare e senza presentare sempre tutte le informazioni della versione alternativa, il che porta seriamente a dubitare che i virgolettati che compaiono una sola volta siano una trasposizione fedele e completa delle affermazioni dell’intervistato.

“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala”. (pag.194)

“Sì, facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri in malga Bala. Anch’io sono stato alla centrale di Bretto a prelevare i carabinieri. Il comandante supremo era Ursic, poi venivamo Socian e io. Socian e Svonko, il Della Bianca, sono andati sulla strada ad aspettare il brigadiere dei carabinieri; tutti gli altri eravamo nascosti in attesa; poi siamo scesi a circondare la caserma… “ (pag.19) [PRIMA VERSIONE]

“Sì, anch’io facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri: sono stato alla centrale a prelevarli. Quella volta il comandante era Franc Ursic, poi venivo io e Socian. lo ero l’aiutante del comandante. Socian e Svonko, il Della Bianca, erano andati sulla strada ad aspettare il brigadiere; tutti gli altri eravamo nascosti, in attesa. Poi siamo scesi a circondare la caserma. Alcuni di noi hanno minato la centrale, mentre gli altri prendevamo i carabinieri!” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]

“L’assalto è avvenuto appena scuro, di sera: abbiamo prelevato le armi e abbiamo deviato sulla montagna dopo la “Pustina”, una vecchia trattoria” (pag.192)

“Ma perché proprio i carabinieri?” (pag.192)

“I carabinieri erano i servi dei tedeschi, loro avevano rovinato tante nostre famiglie; essi erano lo Stato Italiano, in quanto non avevano avuto il coraggio di mettersi contro lo Stato dopo 1’8 settembre. I partigiani erano più che arrabbiati contro di loro, perché ognuno in casa propria aveva avuto i suoi morti e i suoi drammi, con persecuzioni ed esilio. E l’odio era cresciuto contro di loro!” (pag.192) [LA GRANDE RIVELAZIONE DI QUESTO ESTRATTO E’ CHE PARTIGIANI E FASCISTI NON VANNO TANTO D’ACCORDO] 

“I nostri papà e le nostre mamme erano stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo Stato Fascista, perché i loro figli erano partigiani. Anche mio papà e mia mamma erano stati perseguitati, anche mio fratello. Non erano i tedeschi il nostro obiettivo, ma i carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini e alla Repubblica Sociale dopo 1’8 settembre del 1943” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – LA TESTIMONIANZA INDICA CHE I NAZIFASCISTI FOSSERO PERFETTAMENTE A CONOSCENZA DELL’IDENTITA’ DEI PARTIGIANI]

“Tanti nostri papà e tante nostre mamme sono stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo stato fascista, chi a Padova, chi a Savona, chi a Rimini, chi in Sicilia o in Calabria, solo perché avevano figli tra i partigiani. Anche mio papà e mia mamma sono stati perseguitati… anche mio fratello” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]

“Il nostro obiettivo non erano i tedeschi, bensì i carabinieri carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini dopo 1’8 settembre 1943 e che avevano rovinato tante nostre famiglie!” (pag.263) [TERZA VERSIONE – IL FATTO CHE L’OBIETTIVO DEI PARTIGIANI FOSSERO DEGLI ITALIANI E NON DEI TEDESCHI APPARE OVVIO: ERANO GLI ITALIANI A GUARDIA DELLA CENTRALE, COME E’OVVIO CHE SI TRATTASSE DI PERSONE RIMASTE FEDELI A MUSSOLINI: I NAZISTI NON METTEVANO CERTO A GUARDIA DI OBIETTIVI SENSIBILI PERSONE CHE NON ERANO FEDELI A MUSSOLINI]

“Il comandante della nostra brigata era Franc Ursic. Per la storia dei carabinieri aveva deciso lui e per questo era intervenuto proprio lui: una cosa troppo importante” (pag.193) [ATTRIBUISCE LA DECISIONE A URSIC ANZICHE’ A SOCIAN E NE TESTIMONIA LA PRESENZA DURANTE L’AZIONE]

“Non era solo di Socian la responsabilità di quel fatto ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi al comandante che è responsabile di ogni azione dei suoi uomini che devono solo ubbidire. Se lei ha fatto il militare, sa che è così!” (pag.78) [ATTRIBUISCE LA RESPONSABILITA’ A URSIC]

“La guerra…! Brutta cosa la guerra! Chi non l’ha fatta non la può capire!” (pag.193)

“Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio” (pag.193)

Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…! (pag.193)

“Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!” (pag.193) [NEGA LE TORTURE]

“E poi il veleno!… Ma che veleno e veleno… Non si fanno quelle cose!” [NEGA LE TORTURE]

E continua a scuotere la testa Srecko, guardando altrove, cercando di deviare il discorso. (pag.193)

“Socian li ha portati fuori uno alla volta dalla stanzetta e poi li ha uccisi con la pistola! … No, non si fanno quelle cose!” (pag.193) [DICHIARA CHE LE UCCISIONI AVVENNERO SEMPLICEMENTE CON ARMA DA FUOCO]

Gli mostro alcune foto della malga e riconosce ogni particolare (pag.193)

“Solo due o tre mesi dopo abbiamo saputo che i carabinieri erano stati trovati in quel modo; sarà stata la propaganda contro di noi, forse i Domobranzi, forse i tedeschi pur di infangare il nome dei partigiani!” (pag.193)

Ma perché i carabinieri furono portati fin lassù? Perché non spararli prima? (pag.193)

“Non lo so! So solo che i tedeschi hanno fatto una grande propaganda contro di noi, hanno approfittato di quella situazione”. (pag.193) [PASSAGGIO INTERESSANTE: LA DOMANDA E’PERFETTAMENTE LECITA MA LA RISPOSTA “NON LO SO” E’ TROPPO SBRIGATIVA. TUTTAVIA, VISTI I PRECEDENTI NON SI PUO’ESSER CERTI CHE QUESTE SIANO LE ESATTE PAROLE E L’ESATTO SENSO DELLE AFFERMAZIONI (LA DOMANDA POTREBBE ESSER STATA “MA PERCHE’ PROPRIO A MALGA BALA?” E LA RISPOSTA “NON LO SO, NON C’ERA UN MOTIVO PARTICOLARE PER SCEGLIERE QUELLA MALGA”)

“E’ stata una brutta cosa questa, molto brutta!” (pag.193)

“Per questo fatto e per altri diversi tra i partigiani alcuni sono stati degradati. La responsabilità di quel fatto non era solo di Socian, ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi agli ordini del capo, nessuno; i partigiani dovevano solo ubbidire: chi ha fatto il militare può capirmi” (pag.193) [RIMARCA LA GERARCHIA E PARLA DI PROVVEDIMENTI INTERNI MA NON SE NE CHIARISCE IL MOTIVO: DA COME VIENE POSTA PARE FURONO DEGRADATI PER AVER ESEGUITO GLI ORDINI. NON E’ PIU’PROBABILE CHE VENNERO DEGRADATI PER NON AVER SEPOLTO I CORPI ED AVER DATO MODO AI NAZIFASCISTI DI UTILIZZARLI PER PROPAGANDA ANTIPARTIGIANA?]

(i partigiani erano) tutti del territorio di Plezzo, avevano sparato ai carabinieri e che la propaganda e solo la propaganda aveva creato attorno alla storia dei carabinieri tutti quei particolari macabri”. (pag.193)

“Non parlo più di queste cose e non capisco perché insistete tanto, dopo tanti anni!” (pag.193) [SRECKO SI SPAZIENTISCE DELLE INSISTENZE DI RUSSO]

“Anche Lojs Hrovat di Plezzo era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – VEDI SOTTO]

“Rivolgetevi a Lojs Hrovat, lui era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.193) [SECONDA VERSIONE – ANCHE QUI BISOGNA PORRE UNA CERTA ATTENZIONE: “ERA CON NOI” E’ INTESO COME “ERA A MALGA BALA” O “FACEVA PARTE DELLA NOSTRA BRIGATA”? POICHE’ RUSSO SEMBRA INSISTERE MOLTO SULLE MOTIVAZIONI, SRECKO LO RIMANDA A HROVAT CHE ERA IL CAPO POLITICO E STAVA GERARCHICAMENTE PIU’IN ALTO]

Anche Srecko é irritato dalle domande di Russo ma questi non controbatte con la stessa forza di Hrovat e fornisce diverse dichiarazioni che Russo può utilizzare. Per questo motivo viene ricompensato con una descrizione tutto sommato umana della sua persona (gli vien pur concesso il lusso di avere un luogo e data di nascita, wow!) che però vengono “autobilanciati” dalle mancate conferme alla versione strage che vengono fatte passare per reticenze. Seguendo l’evidente meccanismo “se fornisci elementi utili a confermare la tesi dell’autore sei bravo ma se taci o smentisci sei un bugiardo” Russo può permettersi di spendersi in parole positive per poi negativizzare le mancate conferme.

Parola d’ordine tra quei partigiani ancora viventi era logicamente il continuare a insistere su particolari contrastanti, sostenendo che i carabinieri erano stati fucilati. Cosa del tutto irreale e non avvenuta, fatti alla mano! Nessuna spiegazione plausibile sul massacro, sul perché di quella terribile strage dopo due giorni di peregrinazioni da un casolare all’altro fino a raggiungere la zona impervia e isolata della malga Bala, neanche cinquant’anni dopo quando finalmente l’omertà era stata rotta e numerose testimonianze avevano chiarito il tutto e messo i partigiani con le spalle al muro, a cominciare dai comandanti, due dei quali già morti al momento delle nostre inchieste. (pag.194 – grassetto mio)

Russo basa la sua teoria sul “silenzio partigiano” semplicemente in base al fatto che… i due partigiani con cui ha parlato non confermano la sua versione!  Appare inquietantemente ridicolo il fatto che Russo affermi che la morte per fucilazione dei dodici sarebbe “irreale” rispetto ad un sacrificio umano rituale-simbolico effettuato con violenza inenarrabile di cui non é stato in grado di fornire nemmeno un solo elemento a favore.

La realtà era ed è che l’odio, profondo e radicato, aveva avuto il sopravvento su ogni raziocinio umano! (pag.194)

La REALTA’ secondo Russo é quella che lui ritiene tale e che “dimostra” combinando assieme chiacchere di paese, propaganda nazifascista, mezze frasi, spezzoni di intervista selezionati, opinioni personali di persone che non hanno avuto minimamente a che fare con gli eventi in questione, imprecisioni che forse nascondono una qualche volontarietà e “testimoni” che non dichiarano nulla di ciò che lui sostiene, in un poutpourrì contraddittorio da cui traspaiono con evidenza una lettura nazionalistico-mistico-religiosa degli avvenimenti e della realtà nel suo insieme.

Particolarmente inquietante il fatto che Russo commenti queste “dichiarazioni” incomplete, diversamente interpretabili e scontate con parole di gioia, parlandone come di una verità rivelata:

“Come si fa a non ringraziare il buon Dio con più calore ed estrema sincerità nel vedere finalmente ogni componente del puzzle regolarmente al suo posto?” (pag.19)

Russo dunque non ringrazia Dio per avergli fornito una versione completa e coerente della vicenda, ma di avergli fornito materiale utilizzabile per sostenere una versione che a suo avviso DOVEVA essere confermata

 


8.00 LA “VERITA” DI RUSSO

Il concetto di “verità storica” che traspare da “Planina Bala” é decisamente peculiare e distante da quello diffuso in ambito storico. In “Planina Bala” non v’é nessuna analisi di testi o delle affermazioni degli intervistati, nessun tentativo di distinguere tra storia e memoria, nessun tentativo di inserire gli eventi nella loro complessità storica, nessun tentativo di osservare i fatti in maniera equidistante dai personaggi coinvolti, nessun tentativo di ripulire le affermazioni raccolte dal loro bagaglio emotivo. Questo giusto per citare alcuni dei problemi di fondo senza rivangare nuovamente le problematicità del testo elencate finora.  Se una ricerca storica corretta segue mira a proporre una tesi partendo da dati certi:

raccolta dati  →  ipotesi  →  verifica  →  dimostrazione  →  tesi

Russo invece agisce in modo assai diverso, ossia non parte dalla raccolta dati, bensì da un’idea di verità immutabile precostituita ed attorno ad essa rielabora e riadatta sia i dati che le ipotesi affinché questi avvalorino la verità data ed inamovibile:

Schermata 2016-07-15 alle 16.18.57

Ecco che i dati che non collimano vengono scartati (le parti d’intervista mancanti e le domande non poste), ecco che certe frasi vengono “vendute” in un certo modo ma che forse all’origine avevano un senso diverso, ecco che la complessità viene ridotta fino a renderla una sorta di fiaba horror in cui le persone sono banalizzate in buoni contro cattivi, brava gente contro demoni. Ecco che anche la testimonianza di chi riferisce solo chiacchere di paese diventa “materiale utile”. Ecco che dalla rielaborazione narrativa di testimonianze ed ipotesi omogeneizzate in un’unica marmellata monosapore emergono le strutture culturali e pregiudiziali dell’autore che la tengono assieme dandole l’illusione di solidità.

Riportando alla mente quanto osservato all’inizio di questo articolo appare decisamente inquietante il fatto che la posticcia narrazione dei fatti portata avanti da questo libro venga venduta come verità storica ma la cosa, purtroppo, non stupisce affatto poiché non é certo un mistero come e perché ciò sia avvenuto: se all’inizio di questa catena c’é stato il lavoro di persone a cui non interessa la realtà e proprio per questo son portate a percepirsi come costantemente in stato d’assedio, mentre alla fine della stessa vi son persone ben disposte ad accogliere queste appaganti falsità per i medesimi motivi, nel mezzo v’é chi, in malafede, sfrutta quelle stesse falsità perché é proprio mantenendole vive che prosperano.

Il concetto di fondo però é sempre, sempre lo stesso:

Quelli come me vivon nel giusto

Nessuna differenza fra “io” e “noi”

Il diverso é sbagliato

Il diverso sarà bruciato

 

(2017/09/30 Segnalo questo pezzo di Laura Matelda Puppini sui fatti di Malga Bala molto ben documentato ed ottimamente esposto.  Il succo é ben riassunto in questi passaggi relativi alla vicenda storica:

[…] ho solo capito, fin qui, che vi fu una azione partigiana contro la centrale di Bretto inferiore, inserita in una serie di azioni partigiane, che i carabinieri che presidiavano la stessa non si aspettavano; che essi vennero catturati dai partigiani che li portarono via prima di far saltare la loro casermetta, ma se avessero voluto ucciderli non si sarebbero comportati così, e quindi che vennero uccisi forse dai partigiani, perché tentarono magari la fuga. Santo Arbitrio disse che avevano lottato. I loro corpi vennero ritrovati una decina di giorni dopo in una grotta, non in una malga, e furono sepolti con tutti gli onori del caso. Avevano subito sevizie? Non lo so, non è chiaro, men che meno di che tipo. Attenzione che gravi lesioni non significa che le stesse siano state procurate da torture, perché anche altri fattori possono lesionare corpi rimasti all’aperto in montagna dieci giorni: il freddo, le intemperie, animali presenti, oltre che la decomposizione naturale.

ed alla ricostruzione effettuata da Antonio Russo:

A me lo confesso, dopo aver letto “Planina Bala”, volume che non consiglio ad alcuno, Antonio Russo fa paura, per il suo modo di procedere.

 

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8 responses to “I FATTI DI MALGA BALA: fiabe, sacrifici umani e demoni interiori di chi non distingue mito e storia”

  1. PaoloVE says :

    Buongiorno,

    complimenti per l’analisi che condivido in gran parte e per essersi preso la briga di leggere il libro di Russo, cosa non facile.

    Mi era capitato di interessarmi della cosa anni fa e di scriverne a mia volta sul mio blog (dove successivamente ho scritto anche della bufala della foiba di Corno di Rosazzo): avevo espresso alcune considerazioni che ritrovo (molto più approfondite e strutturate) in questo post.

    Muovo un unico appunto: a distanza di così tanto tempo e riferendosi ad un periodo così caotico e drammatico, non trovo ragionevole aspettarsi ricostrruzioni o ricordi perfettamente lucidi e coerenti da parte dei testimoni.

    Per fare un esempio: non trovo che abbia senso speculare se le vittime fossero Carabinieri o GNR. Forse in quei frangenti non era chiaro nemmeno a loro quale potesse essere la differenza.

    Insomma, non me la sentirei di “smentire” la ricostruzione dell’eccidio che Russo fornisce (e che personalmente credo accetti da qualce testimone vero o presunto) sulla base di cose simili.

    Non mi meraviglierei se effettivamente purtroppo gli eventi fossero stati così grandguignoleschi come descritti in Planina Bala (ho trovato, ad esempio, una testimonianza del Gen. Arpino sul sito Barbadillo che, pur provenendo da un testimone che allora aveva solo 7 anni, avvalorerebbe parzialmente quanto afferma Russo sullo stato delle salme).

    Mi è però molto ben chiara la parzalità di Russo e l’insostenibilità della tesi dell’odio antiitaliano ingiustificato da parte di pochi feroci partigiani slavi avulsi, odiati e temuti dalla popolazione locale: in Valcanale gli Italiani erano invasori dal 1918, il loro contegno in Slovenia, Istria e Dalmazia non fu certo civile e i partigiani non avrebbero potuto operare estesamente come fecero senza godere di appoggi tra la popolazione.

    Saluti e Auguri

    Paolo

    • Ca Gi says :

      Salve,

      Ringrazio per il commento e rispondo ad alcune delle osservazioni fatte:

      Il problema delle testimonianze fornite da Russo é che queste… non testimoniano alcunché! Andando al sodo si é dunque ad un livello di inconsistenza che precede osservazioni di completezza e coerenza. Con un chiarissimo lavoro di taglia-e-cuci Russo posiziona un “testimone” in un dato momento/luogo ed immediatamente aggiunge descrizioni che non possono provenire da quello stesso testimone (questo uno dei metodi evidenziati).

      La questione Guardia Nazionale Repubblicana / Carabinieri innanzitutto é una questione di correttezza storica ed é importante quando si osserva che l’utilizzo asfissiante di “Carabinieri” al posto dell’a malapena citato ma storicamente corretto “GNR” sembra proprio esser un’espediente per eliminare volontariamente dalla figura dei militi ogni possibile elemento di negatività.

      Il problema delle scene horror descritte nel libro di Russo é che proprio lo stesso Russo non solo non ne fornisce alcuna prova né testimonianza ma ne propone una versione chiaramente di fantasia perfettamente in linea con la propaganda nazifascista dell’epoca e che i suoi supposti “testimoni” non possono aver testimoniato (eclatante il modo in cui un contadino che Russo posizionerebbe a buona distanza fuori dalla Malga riuscirebbe a testimoniare di aver visto delle formiche che si sarebbero arrampicate sui capelli di uno dei militi che era all’interno).

      Più che smentire la versione “scene horror”, il post ne evidenzia l’inconsistenza logica, la totale assenza di testimonianze che abbiano un minimo di attendibilità ed il pesante, evidentissimo e falsante lavoro di taglia-e-cuci.

      Nel post insomma si espone con chiarezza come l’intero testo sia un patchwork assolutamente parziale di chiacchere raccolte tra filofascisti, afascisti ed anti-partigiani, mezze frasi ritagliate in modo poco chiaro, “testimonianze” di colore ed evidentissime fantasie dell’autore (con derive cristologiche).

      Le testimonianze sullo stato delle salme, come affermato nel post, sono tutte abbastanza coerenti fra loro. Ciò non dimostra in alcun modo la correttezza del racconto delle torture poiché tali descrizioni si presterebbero pure ad avallare l’ipotesi (da me ritenuta assai più probabile) di cadaveri martoriati volutamente dalle milizie tedesche per renderli esempio propagandabile della “brutalità partigiana” (tale azione, unita allo “shock-tour” delle salme ed all’utilizzo per diverso tempo delle immagini dei cadaveri forma un quadro coerente con altre azioni simili da parte della propaganda nazifascista).

      • PaoloVE says :

        …non ho intenzione di iniziare una diatriba storica (non ne sarei in grado) ma, ad esempio, nei documenti d’epoca, era mantenuta la denominazione tradizionale di Carabinieri ( vedi http://www.fotostoriatarvisio.com/epoca/II%20Guerra%20Mondiale/malga-bala/luglio-m.bala-e-varie-073.jpg.php e http://www.fotostoriatarvisio.com/epoca/II%20Guerra%20Mondiale/malga-bala/luglio-m.bala-e-varie-071.jpg.php ): il fatto che vengano riportati come tali non mi pare necessariamente una forzatura, anche in una situazione in cui il picchetto militare tedesco partecipante ai funerali ben esprime a quale esercito venissero viste appartenere le vittime.

        Nelle foto della stessa raccolta si distinguono (male) 8 salme sul luogo del ritrovamento, il che, assieme ai documenti di cui sopra dove l’elenco riguarda da subito i 12 persone (anche se successivamente altro documento parla di 7 cadaveri), smantirebbe la testimonianza di Hrovat che voleva che le vittime dell’azione fossero cinque o sei, ma nessuna di loro sembra effettivamente presentare il piccone conficcato nel petto di cui parla Arpino, il che potrebbe aprire effettivamente la possibilità di una manipolazione successiva al ritrovamento (a meno che non fosse una delle vittime non riprese nell’immagine).

        Ipotesi che però non mi pare abbia maggior fondamento nè più testimonianze a supporto nè maggior verosimiglianza di quella assolutamente parziale e poco verosimile in molti aspetti formulata da Russo…

        Personalmente non mi sento di scegliere tra una ipotetica esplosione di ferocia bestiale causata dal contesto e magari da voglia di vendetta e la manipolazione ad uso propagandistico su questi presupposti.

        Saluti

        Paolo

        • Ca Gi says :

          Russo non si limita ad insistere sull’uso di un termine rispetto all’altro per definire i militi, ma lo utilizza in modo da portare avanti una vera e propria opera di “distrazione”: se da un lato arriva a narrare aneddoti di colore inerenti i parenti dei militi, dall’altro sorvola quasi del tutto sul loro inserimento nella GNR (v’é solo un’accenno breve ed alquanto blando che, proprio per il modo in cui vien riportato, ha tutto l’aspetto di un “contentino” dato per poter rispondere ad eventuali critiche di non aver del tutto taciuto sul corpo in cui militavano). Il lettore di “Planina Bala” insomma termina la lettura portando con sé un’immagine dei militi che sembra fuoriuscita dalla serie Mediaset “Carabinieri”: immagine tanto bidimensionale che rischierebbe di sfaldarsi se abbinata a “Guardia Nazionale Repubblicana”.

          Il lettore dunque viene a conoscere perfettamente aneddoti di secondo piano su quegli uomini ma non viene mai messo in maniera schietta di fronte al fatto che quegli uomini compirono una scelta di campo perché nel testo ciò vien fatto passare come un’atto naturale ed intrinsecamente giusto; dal testo risulta che quegli uomini erano carabinieri prima ed erano carabinieri dopo, senza frattura o scelta alcuna. Dal testo risulta solo che i partigiani fecero una scelta innaturale cui vi é un prima (quando non esistevano e bene o male erano parte della comunità) ed un dopo (quando son diventati partigiani e dunque demoniaci subumani)

          Per questo é importante ribadire con esattezza il ruolo di quegli uomini ed é per questo che é importante usare GNR anziché limitarsi a chiamarli carabinieri: per restituirne un’immagine completa e ridare tridimensionalità all’immagine di cartapesta fornita dal libro sia a proposito di quelle persone che di tutta la vicenda.

          Per quanto riguarda la condizione delle salme, le osservazioni espresse nel post espongono l’illogicità stessa della”versione Russo”, che descrive un vero e proprio sacrificio umano svolto con un’esplosione di ferocia a comando, al tempo stesso eseguito laddove i corpi avrebbero potuto non esser ritrovati per diverso tempo ma al tempo stesso, come vorrebbe sostenere Russo, sacrificio fatto per attirare a sé l’orrore della popolazione. Decisamente un unicum di violenza rituale più affine al nazi-porn ed a documentate violenze nazifasciste che alla realtà storica dei movimenti partigiani in questione.

          Per questo motivo le osservazioni sulle singole ferite sono di interesse relativo fintanto che non siano in grado di parlare della mano che le ha compiute (o qualora ne siano evidenti le illogicità, come le assurde formiche-vampiro friulane)

          In sostanza: lo sfregio dei cadaveri da parte di milizie tedesche (cosa che Russo stesso descrive come pratica non nuova ai nazisti che operavano in quel periodo ed in quelle zone) per usarli per propaganda antipartigiana (cosa che effettivamente avvenne massicciamente) risponde ad una linearità molto chiara e netta, mentre l’ipotesi incerta di sacrificio umano fatto non si sa bene perché (la motivazione di Russo é sostanzialmente che i partigiani sono violenti subumani intrinsecamente bestiali) attraverso un’esplosione di violenza A COMANDO che avrebbe potuto avere solo effetti negativi per i partigiani appare assai poco sensata.

          Aggiungo non senza ironia come sia lo stesso Russo in “Planina Bala” a descrivere massacri di civili da parte dei tedeschi e solo azioni di guerriglia-sabotaggio da parte dei partigiani. Nonostante lo stesso Russo sia incapace di citare anche un solo esempio di bestialità partigiana al di fuori di quell’unico caso che tenta assiduamente di “dimostrare” col suo libro e si trovi invece obbligato a descrivere maltrattamenti di cadaveri da parte nazista svolte con modalità molto simili a quelle descritte nell’episodio di Malga Bala, nel testo sono per assurdo proprio i partigiani a venir descritti come esseri semi-umani mentre i nazisti a malapena dei “cugini stronzi” le cui brutalità vengono costantemente giustificate o sminuite in qualche maniera dall’autore.

          Il che porta lo stesso Russo ad una giravolta logica molto evidente, ossia sostenere che proprio il fatto che i corpi della Malga furono martoriati in modo molto simile a come vennero martoriati mesi prima dei partigiani da parte dei nazisti, sia la dimostrazione che si trattò di una vendetta-sacrificio rituale-simbolico effettuata dai partigiani… per contro-esorcizzare le violenze naziste.

          Tempi, luoghi e modalità di questo “rituale” potrebbero trovare giustificazione solo attraverso un’unica premessa che Russo sfrutta a man bassa, ossia connaturare al partigiano stesso una bestialità atavica che richiede di esser dissetata.

          É solo attraverso la premessa (partigiani=bestie) e la giravolta logica (sacrificio rituale che imita modalità naziste), che si regge la versione dei fatti esposta in “Planina Bala”, che ricordo esser l’unico testo che la sostiene.

  2. PaoloVE says :

    Non ho visto come contattarti, per cui uso i commenti, anche se questo tale non è, ma è piuttosto il suggerimento per un errata corrige.

    Scusa la pignoleria e non che sia essenziale, ma suggerirei di correggere i calibri delle armi che indicavi come le più diffuse tra i partigiani: il carcano 91/38 non usava più il 6.5 ma era stato ricalibrato a 7.35 x 51, mentre la Beretta m34 usava il 9 corto. la m35 era invece, come affermi correttamente, un 7.65.

    Magari ti risparmia qualche pignolo 🙂

    Ciao

    Paolo

  3. Paolo says :

    …mi correggo: ho verificato ulteriormente e, contrariamente a quanto scrivevo, i 91/38 ricalibrati rimasero un numero esiguo, rapidamente ritirato e sostanzialmente non utilizzato in contesto bellico per non ingenerare problemi di natura logistica.

    Confermo invece che la Beretta ’34 era un cal. 9 corto.

    Ciao

    Paolo

  4. Ca Gi says :

    Segnalo una serie di interessanti post (attualmente due su quattro previsti) in cui l’autore PaoloVE analizza le incongruenze della “versione Russo” sui fatti di Malga Bala, innestando il discorso sull’argomento dell’attendibilità di Wikipedia

    PRIMO: http://acutocomeunapalla.blogspot.it/2017/03/eccidio-di-malga-bala-ce-del-marcio-in.html

    SECONDO: http://acutocomeunapalla.blogspot.it/2017/03/eccidio-di-malga-bala-ce-del-marcio-in_27.html

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